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Per pagare le pensioni dei dirigenti d’azienda, l’Inps preleva risorse dal fondo dei lavoratori dipendenti. E mica due euro: dai 3 ai 4 miliardi di euro negli ultimi anni. E’ la stessa Inps a spiegarlo qui. In compenso però, l’importo medio della pensione dei dirigenti italiani è circa 4 volte l’assegno dei lavoratori dipendenti.

pensioni dirigenti

Questo curioso meccanismo in cui i più abbienti drenano risorse ai meno facoltosi è frutto di leggi del passato; cioè il frutto – certo non l’unico – delle regole perverse che hanno governato il sistema pensionistico che abbiamo ereditato. Sempre l’Inps stima che se le pensioni dei dirigenti venissero ricalcolate con il metodo attualmente vigente, gli importi scenderebbero del 23 per cento. Un esempio: un dirigente andato in pensione nel 1990 con un assegno di 3.585 euro percepisce nel 2015 una pensione di oltre 1.500 euro lordi più alta di quella che avrebbe percepito con le regole contributive attuali.

Qualcuno chiama queste situazioni “diritti acquisiti”: qualcun altro le chiama profonde ingistizie. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato 8anche) su neXt quotidiano

Una ricerca del National Bureau of Economics ci conferma che la disuguaglianza aumenta nel mondo. Grandi disuguaglianze crescono, come dicevamo qui. La ricerca conferma non solo che esiste la disuguaglianza, e che essa aumenta (ormai lo abbiamo capito), ma che essa tende ad aumentare in modo esponenziale.

Disuguaglianza

Perché se siamo tra i fortunati ad avere un lavoro “normale” (sì, oggi per molti già questa è una “fortuna”) nell’arco della nostra vita lavorativa il nostro reddito crescerà all’incirca del 38%. Se apparteniamo alla cerchia dei “privilegiati” quei pochi che già sono (quasi) ricchi, l’aumento nell’arco della vita lavorativa sarà del 230%. Ma se siamo tra i Paperon de’ Paperoni, la crescita del reddito arriverà a percentuali del 1450%. Wow!

Dunque, non solo le condizioni di partenza non sono uguali per tutti, ma se si parte già in vantaggio si corre più veloce. E si va più lontano. Anche ammettendo che esista un livello di disuguaglianza “accettabile”, anche ammettendo che per certi versi sia un “sano” stimolo a migliorarsi, una “spinta” al progresso del mondo, così pare davvero un po’troppo: certifica la sostanziale assenza dell’ascensore sociale, e una situazione che finisce per “avvitarsi” su se stessa. Un danno per l’economia, un’ingiustizia sociale, una cosa inaccettabile.

La domanda allora nasce spontanea: ma se questo è ormai assodato, se ricerche su ricerche ce lo confermano, se brillanti economisti ne spiegano anche gli effetti perversi (ad esempio, essere la vera causa della crisi da domanda che sta attanagliando il mondo) perché il 95% delle persone – poveri, ceto medio e anche benestanti sempre più “arrancanti” – non s’incazzano davvero? No perché ci si incazza per molte questioni, anche giuste: per il lavoro che non c’é, per i politici che rubano, per la crisi che non passa, per le politiche di austerity, e via dicendo. Ma sulla crescita esponenziale della disuguaglianza ci si incazza poco, se ne parla poco; e comunque sempre “a latere”. Come se non sia la “chiave” del problema

Sembra quasi che la disuguaglianza piaccia a molti. O che ci si sia rassegnati a “subirla” senza fiatare.

Magari chissà, se c’incazziamo un po’, qualcosa finisce per cambiare. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato 8anche) su neXt quotidiano

Gli italiani sono poveri: c’é la crisi, la disoccupazione, il reddito disponibile delle famiglie è sempre più basso, la quota di italiani in situazione di povertà cresce anno dopo anno. Ma no, gli italiani sono ricchi: il recentissimo rapporto di Bankitalia mostra che, anche se in leggerissimo calo (a causa della riduzione dei prezzi delle case) la ricchezza delle famiglie italiane contiuna ad essere enorme, oltre 8.700 miliardi di euro, circa 8 volte il reddito lordo disponibile, più o meno come francesi e britannici e ben sopra tedeschi e statunitensi. E il risparmio è tornato a crescere. Ma allora, gli italiani sono poveri o sono ricchi?

italiani poveri ricchi

Una parziale spiegazione è che la ricchezza l’abbiamo accumulata in anni passaati di vacche grasse, e adesso – lentamente – la stiamo perdendo. Ma non basta a spiegare cifre così rilevanti. No, il fatto è un altro. Se si legge il rapporto, il mistero si svela: gli italiani sono più ricchi di molti altri paesi, ma sembrano più poveri per effetto di una doppia distorsione nella distribuzione della ricchezza. La prima è che da noi la ricchezza viene spesso e volentieri messa da parte, immobilizzata per periodi lunghissimi, in investimenti immobiliari (che sono prevalenti) o in investimenti mobiliari, anzichè essere inserita nel circuito dell’economia reale, come accade altrove. La seconda, è che essa è molto più concentrata in poche famiglie: il 10% di esse ne detiene poco meno del 50%. E questo vale sia per la ricchezza immobiliare (case) che per quella mobiliare (azioni ed obbligazioni).

Un paradosso, anzi un doppio paradosso. Come ne usciamo? Viene facile pensare che servono provvedimenti, anche fiscali, che incentivino a rimettere in circolo questa massa di ricchezza immobilizzata e concentrata in poche mani. Forse servirebbero, forse sono solo residui ideologici. Molti pensano anche che si arriverà prima o poi ad un trade off tra il nostro elevatissimo debito pubblico (specie ora che è tornato in gran parte in mani italiane) e la ricchezza privata. Ma forse non si arriverà neanche a questo: troppi interessi “forti” contrari.

Sia come sia, vedere questa nostra italia, “un paese povero pieno di ricchi” come dicono molti all’estero, dibattersi in mezzo ad una crisi che sembra non riuscire a finire mentre molti italiani prosperano sguazzando come tanti Paperon de paperoni in una ricchezza “morta” senza sbocchi, che ci accompagna verso il declino, fa male. Anzi, fa proprio rabbia. Una rabbia che forse, un giorno o l’altro, finirà per esplodere. A pensarci, davvero, viene un po’ di paura. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

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Per un’economia sana serve “Meno Stato più mercato”, Questo slogan che ci propinano da oltre vent’anni è tanto conosciuto quanto sbagliato: siamo finiti in questa trappola di una crisi che si avvita su se stessa proprio grazie a questa sciocchezza, che ha come corollario quell’ortodossia dell’austerity, tanto in voga in Germania e dintorni. Un’ortodossia che ha portato al crollo degli investimenti pubblici e ad una stabilizzazione della spesa primaria corrente al netto degli interessi sul debito a cui è seguito il crollo degli investimenti privati, anche grazie al credit crunch.

Stato mercato

Pensare di uscire da questa situazione solo facendo “riforme strutturali” che nel lungo periodo contribuiscano al rilancio degli investimenti privati (sempre seguendo l’ortodossia del “Meno Stato più mercato”) è un’illusione. Perché le pur indispensabili riforme strutturali non necessariamente faranno ripartire gli investimenti (che tra 2007 e 2014 sono crollati) e se lo faranno lo faranno solo nel lungo periodo.

Il mai troppo rimpianto John Keynes che “nel lungo periodo saremo tutti morti”. Il rilancio degli investimenti – e lui lo aveva capito e spiegato benissimo – passa per un rilancio della domanda pubblica. E’ una scelta obbligata. Nelle economie complesse dell’era moderna, senza Stato non c’é mercato. Con buona pace dei neoliberisti all’ammatriciana. Spiace che anche di questo si continui a parlare in modo non trapsarente, almeno nel dibattito politico quotidiano.

Il mai troppo rimpianto John Keynes che “nel lungo periodo saremo tutti morti”. Ma se continuiamo con queste politiche scellerate, lo saremo anche nel breve periodo. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

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L’Italia affonda. Intanto, un giorno sì e l’altro pure, il “mondo che conta” (politici, giornalisti e compagnia cantanti) balla. E il popolo? Se gratta. Sarà uno sproloquio semi-qualunquista, ma non è facile continaure a sopportare il tourbillon quotidiano di dichiarazioni, controdichiarazioni e contro-controdichiarazioni su articoli 18 e 19, sul’ombelico di Berlusconi e l’alluce di Salvini, su improbabili riforme istituzionali, su pali e frasche. Mai una discussione, approfondita, sulle cose concrete. Due piccoli esempi.

Italia affonda

C’è una proposta, che gira da tempo, su un possibile prelievo progressivo su parte della differenza tra contributi versati ed assegno di pensione percepito (in pratica, un “regalo” garantito dalle vecchie regole pensionistiche) sulle pensioni di importo pari a duemila euro: un intervento che chiederebbe a solo il 10 per cento dei pensionati che hanno un reddito più alto (e che possiedono il 27 per cento del totale delle pensioni) un contributo medio pari a meno di un quarto di quanto non è giustificato dai contributi che hanno pagato. Sarebbe un intervento equo e garantirebbe circa 4,2 miliardi di euro l’anno. Ma non se ne parla.

C’é un’altra proposta, che gira da tempo, di riforma dell’IVA per contrastare l’evasione fiscale (e non solo e non tanto quella “da sopravvivenza”) con un complesso di interventi che se applicata “draconianamente” varrebbe a regime – 3 anni – oltre 40 miliardi di euro (circa 19 il primo anno). Anche applicandola in modo “soft” garantirebbe bei soldini, qualche miliardo di euro l’anno. Ma non se ne parla.

Potrebbe finanziare un sacco di cose: una riduzione dell’Irpef, o dell’Irap, senza tagliare la spesa sanitaria. Quella parte di Jobs act per una nuova tutela per chi perde il posto in sostituzione dell’iniqua cassa integrazione. Una parte di spesa sociale per infanzia e famiglie. Ma non se ne parla.

Ci sono queste, e anche altre proposte. Magari discutibili. magari da discutere. Ma non se ne parla. Si preferisce ciurlare nel manico. A destra, centro e sinistra. E in quel mare magnum che è ormai il Pd. Si preferisce ballare. Qualcuno parla ancora della Legge di Stabilità 2015?

Ballando ballando, l’Italia continua ad andare a fondo. E chissà che verrà dopo. O, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Leggi la proposta di Ricolfi per creare molti nuovi posti di lavoro a costo zero (anzi, con un aumento di gettito per lo Stato ) con il Job-Italia e pensi: accidenti, ma perché non ci ha mai pensato nessuno? Rileggi la proposta, ne analizzi i dettagli, guardi i conti. Sembra tutto in regola, a parte che non è nuovissima: creare lavoro aggiuntivo riducendo il cuneo fiscale (la differenza tra quanto costa il posto di lavoro all’impresa e quanto percepisce il lavoratore, ergo “la cresta” che lo Stato incamera come gettito) non è la prima volta che la senti.

Ricolfi lavoro

Poi il keynesiano che è in te si sofferma su questa frase di Ricolfi:

Si potrebbe pensare che un contratto del genere ridurrebbe il gettito della Pubblica Amministrazione, a causa dei minori contributi sociali. E in effetti così sarebbe se, pur in presenza del nuovo contratto, le imprese non creassero alcun posto di lavoro addizionale; se, in altre parole, lo sgravio contributivo si limitasse a rendere più economici posti di lavoro che sarebbero stati creati comunque.

Dunque, il gioco funzionerebbe – dice Ricolfi – ammettendo che il lavoro creato sia “addizionale”, aggiuntivo, ovvero che un’impresa che assume n dipendenti nuovi li assumerebbe in più rispetto a quanto previsto. Ricolfi assicura che, da indagini svolte, questa addizionalità ci sarebbe. E sarebbe consistente. E che ci sarebbero meccanismi semplici per evitare “furbate” che la facciano sembrare aggiuntiva mentre non lo è.

Il keynesiano che è in te non dubita di questo: Ricolfi non è mica uno sprovveduto! Ma il keyneisiano che è in te pensa anche che le imprese assumerebbero dipendenti “in aggiunta” a quelli programmati se (e solo se) prevedessero un aumento della domanda aggregata, per aver trovato nuovi mercati esteri e/o per un rilancio della domanda interna. Che non si fa con i contratti di lavoro, ma o rilanciado la domanda privata, o aumentando la domanda pubblica. Con la spesa pubblica, magari quella in conto capitale.

E poi, il keynesiano che è in te si ricorderebbe che le imprese italiane hanno un problema di produttività, perché da troppo tempo non fanno investimenti e non “incrementano” il capitale. E che per convincerle a farlo, again, serve che abbiano prospettive di rilancio della domanda. E se la domanda privata langue, e non si sa come incentivarla, servono programmi di investimento pubblici.

Il lavoro non c’é, e Ricolfi fa bene a proporre idee per favorirne l’incremento. Ma mi sa che oltre alle sue proposte, servono azioni che rilancino la domanda aggregata. E il keynesiano che è in te si dispera che questa cosa così evidente fatichi a passare nella testa di politici, giornalisti e anche di parecchi che di economia ne sanno molto, ma molto più di te. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

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Il calo del Pil continua, come ha certificato la nota mensile dell’Istat; e questo, a poche ore dal varo della nota di aggiornamento del DEF del governo.

Calo Pil

Il calo del Pil italiano si deve al rallentamento dell’export (che comunque, “tiene”) ma soprattutto, al calo della domanda interna, sia in investimenti che in consumi. Il clima di fiducia delle imprese e delle famiglie si deteriora, l’occupazione langue. Servirebbe uno shock positivo, e – pur se con i limiti rigidi imposti dai vari fiscal compact e altre ottusità – qualcosa si potrebbe pur fare. Invece, tutti – governo, opposizioni interne ed esterne, i cosiddetti “poteri forti” continuano a menarsela.

Finiremo per essere definitivamente (in parte lo siamo già, e negli ultimi 3 anni la tendenza si è fatta irresistibile) un Paese senza sovranità. E non per colpa degli altri. Per colpa nostra. Il Pil è avviato ad una discesa che sembra infinita, e noi balliamo la samba. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato 8anche) su neXt quotidiano

Ma dov’è questa crisi? Te lo chiedi leggendo che gli ordini di iPhone 6 e iPhone 6 Plus hanno superato quota 4 milioni nelle prime 24 ore. Si annunciano code; come sempre, più di sempre. Per degli aggeggi che costeranno più di 700 euro. Mentre l’Ocse sforna previsioni fosche su mezzo mondo. Ma come si spiega?

crisi

SI spiega, si spiega. Primo: la crisi morde in molte parti del mondo, ma non dappertutto. Secondo: picchia duro con molte persone, ma non con la maggioranza. Terzo: la crisi colpisce alcuni settori merceologici molto più di altri. Lo dicevamo – e lo dicevano in tanti, inascoltati – già 2-3 anni fa: questa crisi sarà asimmetrica, sarà senza ripresa occupazionale, e dunque provocherà un aumento delle asimmetrie (dunque, della disuguaglianza) come mai era accaduto prima. Bisognava capirlo, e attrezzarsi per tempo. Invece, niente.

Il brutto di noi italiani è che siamo nell’occhio del ciclone ma, dopo aver perduto sostanzialmente vent’anni, continuiamo a ciurlare nel manico, occupandoci di piccole questioni congiunturali e non sostanziali senza prendere il toro per le corna. Eppure, niente è scontato: sempre guardando alla telefonia, la Nokia, che vent’anni fa guidava la rivoluzione dei telefonini, sta per scomparire fagocitata dalla competizione senza quartiere fra i giganti delle nuove frontiere della comunicazione globale.

Le cose evolvono in fretta e – mettendosi al lavoro per un progetto comune e condiviso – l’Italia può farcela, eccome. La vera crisi, quella che si vede benissimo camminando per le strade di questa nostra Italia del (non) miracolo, è che non ci crediamo, noi per primi.

E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Della vulgata anti Euro che tanto piace ai demagoghi di mezza Europa e che anche in Italia trova entusiastiche adesioni colpiscono tre cose: la prima è la sopravvalutazione dei vantaggi, la seconda è la sottovalutazione dei costi, la terza è la presunta “facilità” dell’operazione.

euro

Sulla facilità basta pensare che il percorso inverso (dall’Euro alla lira) è durato tre anni. Sui vantaggi, purtroppo semplicemente non ce ne sono: chi vende come possibile il “recupero di competitività” dimentica non solo l’inflazione che si scatenerebbe – perché molte merci che compriamo sono prodotte all’estero – ma, soprattutto, il fatto che per molti prodotti “Made in Italy” le materie prime arrivano da fuori.

E’ l’applicazione del solito cialtronismo italiano anche in materia economica. Perché mentre è doveroso prendere atto che la questione Europa è stata affrontata nel modo sbagliato da burocrazie e governi e quindi bisogna invertire al rotta, è ridicolo pensare che la via migliore per raddrizzare la baracca sia la fuga.

Neanche i bambini – almeno quelli più svegli – risolvono così i problemi.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Il Ministero dell’Economia ha reso noti i dati delle dichiarazioni dei redditi 2012; e siamo alle solite: redditi dichiarati mediamente molto bassi (ma oltre 23 miliardi di case all’estero), imprenditori che dichiarano meno dei dipendenti, ecc… Cose note, dette e stradette; lasciamole stare per un momento, e prendiamo altri dati interessanti.

Quattroruote ed Aci hanno stimato in circa 850 milioni di euro l’evasione annuale del bollo auto in Italia. Facendo un calcolo molto approssimativo, significa che oltre 4 milioni di autovetture sulle oltre 34 milioni di quelle soggette alla tassa girano senza bollo auto; e dunque, che c’é qualche milione di italiani che evade la tassa automobilistica.

bollo-auto

In questo caso, grazie al cielo, siamo molto probabilmente tutti un po’ evasori: i lavoratori dipendenti pubblici e privati come i liberi professionisti, i commercianti, gli imprenditori e così via. Insomma, quando capita l’occasione, molti cedono alla tentazione di non pagare delle tasse. Ora, pur mettendoci tutta la comprensione (siamo tartassati da troppe imposte, i servizi pubblici fanno schifo, la crisi morde e bisogna risparmiare, anche evadendo qualche balzello) e pur dando la giusta colpa alla scarsa efficacia di controlli e sanzioni, bisogna riflettere su un’amara, sgradevole, triste verità.

Nei paesi civili, volenti o nolenti, le tasse si pagano. E nello spread che ci separa dal resto del mondo, anche questo conta.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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