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Fra poche ore, finisce un altro anno, ed un altro anno arriverà. E’ il momento dei bilanci, dei propositi, e della festa. Siamo tutti pronti per augurarci un 2013 carico di promesse, di armonia, pace e felicità. Non ne sono capace; io so solo lasciare poche parole nel vento: piccole, inutili, a volte pure scioccherelle.

Certo, questo è un giorno un po’speciale, dove sembra davvero di volare, tutti allegri, in fila come polli d’allevamento, “con la dannata voglia di fare un tuffo giù”, di non pensare e di stare bene, in questo mondo che va veloce come il vento, verso un ignoto domani che al tempo stesso inquieta e incuriosisce.

Ma questo cielo blu notte che trasuda allegria riflette anche le centomila punture di spillo che ognuno si porta con sé: amarezze e disillusioni, per un torto subito, un amore perduto, un senso che non c’è. Anche per questo, entrando nell’anno che verrà, facciamo finta di essere sani e brindiamo, spaventati da questa nottata che non riesce a passare.

Ed un brivido freddo come una puntura di spillo ci ricorda che l’anno che sta arrivando tra un anno passerà. L’importante sarà attraversarlo come se “ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno”.

Ecco, guardare il mondo con il giusto ottimismo della volontà ed un “sano” pessimismo della ragione. Facendo sempre i conti con noi stessi, le nostre azioni e le nostre idee. Uscire dal guscio e ad esprimere quel qualcosa di speciale che ognuno ha dentro. VIVERE, insomma. Senza guardare la propria vita passare solo da spettatori, brutta o bella che sia.

E’ questo l’unico augurio da fare. L’ultima parola nel vento che mi sento di dire.

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Secondo me l’agenda Monti è una cagata pazzesca. Attenzione: non perché non sia ricca di temi importanti: l’Europa, il risanamento dei conti pubblici, la riforma del fisco, la modernizzazione del Paese, l’istruzione ela ricerca, l’agenda digitale, l’economia verde, il ruolo delle donne, la mobilità sociale e tutte le altre puttanate.

Ma perché si tratta solo di slogan, già sentiti mille altre volte. A cui seguiranno atti e azioni da dettagliare e, si sa, il diavolo è proprio nei dettagli. Quindi come sempre quello che conta non è l’Agenda – che tutt’al più è un’agendina – ma la credibilità personale di chi la propone.

E qui cominciano i guai. Perché Monti la credibilità se l’è guadagnata, ma i suoi principali  compagni di merende (Casini, Fini, Montezemolo) un po’ meno: è gente che, in ruoli diversi, è al potere da sempre, e con le chiacchiere e le promesse da marinaio gareggia con un qualsiasi Berlusconi. Per non parlare del principale sponsor dell’operazione: la Chiesa Cattolica, che comanda in Italia da un paio di millenni. E si vede.

Ma si sa, gli italiani sono di bocca buona. E allora, tra l’agendina Monti fatta di slogan più o meno condivisibili e l’agendina Berlusconi con i numeri di telefono delle Olgettine la prima è già un passo in avanti.

Ma è un po’pochino per “cambiare l’Italia e riformare l’Europa”.

La politica è come la vita: è fatta a scale. Ieri Berlusconi scendeva in politica, oggi Monti ci “sale”. Atteggiamenti diversi, con in comune questo fastidioso auto-proclamarsi alieni, estranei, altri, alla politica. Manco fosse una parolaccia, o roba da delinquenti.

Atteggiamento spregevole, peggio anche dei tanti “professionisti della politica” acquattati nel Partito democratico. Peggio anche – è tutto dire – degli indigeribili politicanti dell’Udc. Se non altro perché, visti i risultati di certi “dilettanti” come Berlusconi e Bossi, i professionisti vanno rivalutati.

Tra il Monti che sale e il Berlusconi che scende sarà guerra. E per Zio Silvio stavolta non sarà facile: avrà contro tutti quei poteri “forti” – Vaticano, industriali, commercianti, conservatori europei e americani – che “turandosi il naso” lo hanno sempre appoggiato pur di non far vincere la “sinistra”.

Saranno loro a scegliere. I gattopardi che dalla politica si sono sempre chiamati “fuori”, avendo cura di tenerci sempre le mani “dentro”. Bisogna che tutto cambi perché tutto resti come prima.

Tra la stella nascente del montismo e il tramonto triste del berlusconismo, in questi saliscendi della politica, una sola certezza: in questo Paese non si riesce mai a cambiare un cazzo.

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E’ difficile se non impossibile, a poche ore dalla festa più importante dell’anno – almeno per la parte del mondo in cui ci è toccato vivere – dire qualcosa che non sia banale, risaputa, consunta. Specie nel 2012, anno che ricorderemo tra i peggiori degli ultimi vent’anni, almeno dal punto di vista economico.

In realtà, non sarà un giorno poi così diverso dagli altri: qualcuno nascerà, qualcun’altro morirà; ci sarà gente felice per niente, altra triste per un nonnulla. Come ieri, come domani. Eppure è un giorno che sembrerà diverso. Un giorno perfetto, come sospeso, in case immerse in un’aria di festa che a molti, quest’anno più del solito, sembra finta.

Case come quella casa Cupiello del grande De Filippo, dove padri e figli, moglie e marito, fratello e sorella non hanno più molto da dirsi, dove tutto sembra inautentico, come in un teatro, o in un presepe. Un giorno perfetto, un piccolo sogno dove rifugiarsi dalla realtà, anche se solo per poche ore.

Perché passato Natale la vita riprenderà, esattamente dove l’abbiamo lasciata; e quel giorno perfetto fatto di ingenuo candore, di pacchi e pacchetti, cenoni, ipocrisia, dolci, noia, auguri, sorrisi veri e falsi lascerà il posto al riemergere del tran tran quotidiano, che ci amareggia il cuore e spegne i nostri sogni.

Eppure, proprio mentre tutto si confonde in questa melma di ipocrisia noiosa possiamo incontrare il “nostro” sogno, quello autentico, che ci trascina con sé riportandoci alla vita. E’ un sogno che ti guarda dritto negli occhi e ti regala un sorriso: uno splendido, semplice, tranquillo sorriso di bambino.

Un sogno che può, deve, diventare progetto. Ed è più facile se accanto a noi camminano gli Angeli. Non quelli che alcuni sognano volino nel cielo; ma quelli veri, che sono al nostro fianco ogni giorno: il padre a cui non rivolgiamo mai un sorriso, il figlio che ignoriamo mentre diventa grande, gli affetti e gli amici che quasi dimentichiamo, persi dal nostro correre quotidiano verso un nulla che prima o poi ci raggiungerà, sotterrandoci per sempre.

Sì, questo sogno è possibile: pensare che è il nostro dovere di uomini e di donne che camminano a tentoni su questo mondo continuare a camminare al fianco dei tanti angeli che, sporcandosi le mani, combattono per un buon domani. Per vivere, non per sopravvicere. E che, camminando controvento, rendono questo cammino più bello da fare.

Per un domani che non sarà mai perfetto. E per questo è bello aspettare che arrivi.

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La cosiddetta Legge di Stabilità che sta per essere approvata dal Parlamento chiudendo la peggiore legislatura della storia repubblicana, sarà composta di un articolo unico fatto di 554 commi. Anche a causa dell’indecoroso finale di legislatura a cui assistiamo, non sarà la legge fondamentale della sessione di bilancio, ma uno spezzatino inguardabile di norme, normette, proroghe, proroghette.

Per riuscire a digerirla ci vorranno decreti attuativi, regolamenti, interpretazioni giurisprudenziali, tutte quelle cose che eccitano gli azzeccagarbugli e allontanano le persone normali e concrete dai palazzi, dall’interesse per la cosa pubblica, per la “Politica” con la P maiuscola.

E’ un vulnus che neppure il governo dei cosiddetti tecnici – che tanto tecnici poi non sono – è riuscito a colmare; un vizio italiano, uno dei tanti che marcano la distanza (o spread, che è più di moda) dai paesi civili.

Non siamo la Repubblica delle banane, ma quella degli azzeccagarbugli. O meglio: siamo la Repubblica delle banane proprio perché siamo quella degli azzeccagarbugli.

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Un modello di simulazione econometrica dell’Università di Bologna mostra che se, contemporaneamente ad un aumento dei controlli e della tracciabilità fiscale, si abbassano le aliquote non si determina una riduzione del gettito; anzi.

In pratica, l’accoppiata aliquote più basse e controlli più stringenti, rende potenzialmente meno conveniente l’evasione: troppo il rischio di essere scoperti e pagare multe salate rispetto al “costo” ridotto dell’imposta.

Più controlli, meno tasse. Sembra l’uovo di colombo: eppure, non si fa. Tutti sono favorevoli a ridurre le aliquote, ma nessuno accetta più tracciabilità e più controlli. E non solo tra gli “evasori”. Come mai? Perché l’evasore in Italia è sempre popolare e ammirato; anche da chi le tasse le paga. E la parola controllo fa paura a tutti, onesti e disonesti.

Il fascino discreto dell’evasione finirà per ammazzarci. E i primi a morire saranno proprio quelli che le tasse le pagano.

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CasalGrillo che accusa Bersani di aver “copiato” le sue parlamentarie: uno che “epura” i suoi al minimo dissenso, che chiama l’altro “succhia ruote della democrazia”. Quello che, potendo pretendere per Statuto di essere candidato premier, si mette in gioco partecipando ad una competizione interna per la scelta della leadership.

Lasciamo stare la lievissima differenza di partecipazione (3 milioni contro 20 mila) tra le consultazioni del Pd e del Mov5Stelle; o che il Pd usava le primarie per scegliersi il segretario nazionale, quelli regionali, i candidati a Premier, Presidente di Regione e Sindaco, quando CasalGrillo faceva ancora la pubblicità allo yogurt.

I motivi per attaccare il Pd non mancano di certo: CasalGrillo ha molte frecce al suo arco per giocarsi la partita elettorale. Ma stavolta il vecchio comico ha tracimato nel ridicolo.

Viene da chiedersi se non cominci ad essere anche un po’disperato.

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Che in Italia le donne siano più discriminate che altrove, l’abbiamo capito; l’Ocse ha pensato bene di ricordarcelo: tra i paesi “ricchi”, siamo davanti solo a Turchia e Messico per partecipazione femminile al mondo del lavoro. E, sempre secondo l’Ocse, abbiamo una politica per la famiglia totalmente assente – anche se ce ne riempiamo la bocca continuamente.

Le denunce e le lamentele vanno bene. Ma perché è così? Non è così difficile: in Italia la concezione “profonda” della struttura sociale e familiare in tutti i campi (politica, economia, costume, “cultura”, sia essa elitaria o popolare) è rimasta ancorata all’idea di famiglia tipo anni “50”. Capofamiglia maschio, che porta “a casa i soldi”, moglie dedicata alla “cura del focolare”.

A nulla sono serviti i tempi che cambiano, le minigonne, i milioni di donne che lavorano, i padri meno assenti di un tempo. L’Italia, sotto sotto (ma neppure tanto) è rimasta quella.

Che questo sia uno dei motivi più evidenti del nostro gap non solo di genere, ma di crescita, sviluppo, competitività lo scrivono tutti (Bankitalia, Ocse, Commissione europea e via continuando).

Ma a nessuno (e nessuna) sembra interessare davvero. Forse, la discriminazione ci piace. A tutti. E un po’, a tutte. O almeno a molte.

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Diciamocelo chiaro. Non si sa cosa accadrà nel variegato mondo del centrodestra italiano. Se il candidato sarà Monti. O Alfano. O Berlusconi. O il sor Capanna.. Se ci sarà un raggruppamento tra Pdl con Casini che si allarga ai “montiani” e a Montezemolo. Se ci si accorderà anche con la Lega Nord di Maroni.

Una cosa però la sappiamo di sicuro. Il raggruppamento di questi partiti sarà un’ammucchiata di gente che non la pensa in modo simile sull’Europa, sui sacrifici, sull’evasione fiscale, sulle Province, sul federalismo e su chissà cos’altro. Ma un sentire comune ce l’hanno.

Hanno sostenuto e votato (tranne Casini, che comunque votò Porcellum e Lodo Schifani, mica pizza e fichi) che Berlusconi credeva davvero che Ruby era la nipote di Mubarak.

Presidente Monti, ne stia alla larga.

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Mentre Monti e Berlusconi partecipavano al vertice Ppe e già impazza il toto-candidature (ma si alleeranno? Monti lo manda a cagare? Maroni ci starà? E Montezemolo?) la Banca d’Italia ha pubblicato il solito rapporto sulla ricchezza delle famiglie italiane.

Che ha detto una cosa che tutti abbiamo ben chiara: la crisi ha fatto diminuire la ricchezza delle famiglie in modo consistente: tra 2008 e 2011 – quindi, con Berlusconi premier, per chi se lo dimentica – si è ridotta del 5,8 per cento. E nel primo semestre 2012 – Monti premier – di un altro 0,5 per cento.

Un’altra cosa dice il rapporto, molto meno nota o su cui spesso, chissà perché, si sorvola: la metà più povera delle famiglie italiane detiene solo il 9,4 per cento della ricchezza totale, mentre il 10% più ricco ne possiede il 45,9 per cento. E l’indice che misura il grado di disuguaglianza, risulta in aumento. Con Berlusconi. E anche con Monti.

Un altro candidato è possibile.

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