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Robertino ha pochi anni, la testa grande e le gambe magre; non può né correre né giocare a pallone. Ogni giorno se la deve vedere con gli odiatori, bambini come lui, che lo isolano ed escludono dai giochi. Robertino, che una malattia rara, ha sempre meno voglia di combattere la malattia e anche la stupidità del mondo. Ma quando il pony Musica lo porta con sé nel Regno della Generezza, il regno dove tenerezza e generosità si tengono per mano, finalmente capisce la bellezza di essere quello che è, unico e raro come ciascuno di noi, e neanche la cattiveria di Zurlo può fargli più paura.

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Questa storia, che ci ricorda che in Italia ci sono 1 milione e mezzo di persone che soffrono di circa 110 mila patologie definite “rare”, persone spesso senza grandi speranze e attenzioni da parte di tutti, l’hanno scritta dei bambini delle elementari, e ne hanno fatto una video fiaba pubblicata qui dal Ministero della Salute.

Per ricordarci che di raro spesso c’è solo la voglia di occuparsi del nostro prossimo che non guardiamo con i nostri occhi mentre dovremmo sforzarci di provare a guardare con i suoi. Perché è unico, prezioso e raro. Proprio come noi.

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l calcio italiano è sempre più famoso per il brutto spettacolo agonistico e l’inqualificabile comportamento degli spettatori. In serie A, nei campionati minori e in quelli di ragazzi e bambini. Ne abbiamo già parlato. Un altro episodio è accaduto nel bergamasco, durante la partita del campionato esordienti tra Unione Sportiva Caravaggio e Trevigliese: un padre inferocito per la sconfitta della squadra ospite nella quale gioca il figlio tredicenne, se l’è presa con l’arbitro, malmenandolo.

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Ma è accaduto qualcosa di nuovo: è stato proprio il figlio a sgridare pubblicamente il padre picchiatore, invitandolo ad allontanarsi, spiegando a tutti cosa era successo e perché la partita doveva essere sospesa. Visti i casi recenti, magari finirà con la squalifica del ragazzino. Ma, in quest’Italia capace solo di gridare urla disperate, di prendersela con “l’altro” (sia un arbitro, un tifoso avversario, un leader politico) per qualunque cosa, importante o futile, inclusi i propri personali fallimenti, di prendersi una responsabilità e costruire il futuro anziché distruggere il presente, è un timido raggio di sole, un piccolo segno di speranza.

Speriamo che crescano. E non solo nel calcio.

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Lunghi e complessi studi di ricercatori americani e tedeschi hanno scoperto che lo stress fa male alla salute, causando tra l’altro il mal di testa; proseguendo in questa sagra dell’ovvio, il rimedio sarebbe prendersi il tempo per  se stessi, “valutando se ciò che si sta facendo, il modo in cui si sta vivendo, ci rende veramente felici”.

Riflessioni

La terapia, suggerita da Paola Vinciguerra, psicoterapeuta presidente dell’Eurodap, Associazione Europea dei Disturbi da Attacchi di Panico Basterebbero, è quella di riflettere; su noi stessi, la nostra vita, i nostri veri bisogni e desideri. Basterebbero, dice, 3 minuti al giorno.

Riflettere su noi, sulla vita, sul mondo che ci circonda, con le sue bellezze e le sue contraddizioni? Vaste programme. Però sarebbe bello, e forse pure utile. Forse non servirebbe a far passare stress e mal di testa, anzi; ma non farebbe male né a noi né al mondo. Forse ci aiuterebbe pure a migliorarlo, fermarsi e riflettere 3 minuti al giorno.

La questione è se ne siamo ancora capaci.

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Non è “un nuovo miracolo italiano” di Berlusconi, anche perché “iddu pensa solo a iddu” soprattutto, quando si parla dell’argomento; e poi, adesso, l’ottuagenario Silvio è più interessato alle dentiere. Non è neppure il programma di Renzi, il nuovo avanzato che inizia il suo cammino. E neppure una trovata mediatica del solito CasalGrillo: alla volatile ha sempre preferito il Vaffa.

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No, questa è un’altra storia. Anzi, Una storia nuova: il programma per salvare l’Italia appena lanciato dal Corrado nazionale. Bello: idee chiare su cosa manca “per rimettere in moto l‘Italia” e far fare il salto di qualità per tornare ad essere il Paese più meraviglioso del mondo. Corrado sa, vede e provvede. Accanto a lui, scaldano i motori i soliti noti: la società civile, l’Italia del fare e i moderati dei salotti buoni.

Noi, siamo già pronti ad essere “salvati” da un altro “uomo della provvidenza”. Solo una domanda: ma questo Passera è parente del Ministro per lo sviluppo economico più evanescente che si ricordi, o è un omonimo?

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Chissà la faccia di Ann Collins Johns, prof. di storia medioevale all’Università di Austin in Texas, vedendosi recapitare a casa una lettera di Barak Obama; una lettera di scuse in risposta ad una sua protesta contro Mr. President, che davanti agli operai della General Electric aveva detto che i ragazzi vanno spinti ad imparare i lavori manuali, più remunerativi ed utili di una laurea in storia dell’arte: la versione a stelle e strisce del “con la cultura non si mangia” del nostro Tremonti. Dichiarazione che ha sollevato un vespaio, con stuoli di professori di letteratura, storia e altre materie umanistiche a decantare l’importanza delle materie umanistiche.

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Resta il fatto che, anche negli USA, le lauree in materie umanistiche crollano: a Yale, ad Harvard, a Standford: una laurea costa, e solo se garantisce sbocchi remunerativi la spesa vale l’impresa. Anche negli States molti dicono che è meglio far l’idraulico che studiare. E invitano Obama a non scusarsi per le sue dichiarazioni, ma a pensare alle cose che servono davvero alla crescita e all’economia. Ed è proprio questo il punto: si fa finta di non sapere che la creatività – che invece si mangia, quando diventa bellezza, arte, ma anche innovazione tecnologica, marketing, stile, design – si alimenta anche e forse soprattutto delle materie umanistiche. Ma è una storia vecchia.

A meno che non ci sia un altro buon motivo per spingere all’ignoranza di massa: quello che il pensiero da fastidio, che è garzie allo studio e al “philosophari” che i popoli hanno riscattato la propria condizione, insidiando “quelli che comandano”.

Mentre a chi comanda piace che i popoli stiano “al posto loro”. Una storia, questa sì, vecchia come la notte dei tempi.

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Caro CasalGrillo, lasciamo stare il tradimento della volontà dei tuoi iscritti, che è sotto gli occhi di tutti; e anche l’ennesima occasione mancata per stanare il “potere cinico e baro” con proposte tanto più imbarazzanti quanto più incalzanti. E anche che hai trovato un altro modo per spaccare il tuo movimento, facendo un favore agli altri; contento tu…

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Caro CasalGrillo, dai pochi istanti di show, una cosa è inequivocabile: il non voler dialogare con nessuno a prescindere. “Non avevo una scaletta di cose perché non mi interessa colloquiare democraticamente con un sistema che voglio eliminare”; neanche per un minuto. Certo ti rendi conto che così non ti siederai mai e con nessuno ad un tavolo “democratico”: i “sistemi” si eliminano raramente con le carezze o con i voti. E’ un giochino che ti permetterà di tenere ancora per un po’ i tuoi elettori a bagnomaria, fino a che o si stancheranno di te o si stancheranno della democrazia.

Caro CasalGrillo, dammi solo un minuto: getta sul tavolo a brutto muso le istanze del tuo movimento, e tratta. Colloquiare con il Potere è faticoso, sporco e difficile; come giocare in trasferta con un arbitro a sfavore e le regole contro. Ma è l’unica maniera per cambiare le cose. E’ già accaduto, non è impossibile: basta aver voglia e capacità di farlo.

Caro CasalGrillo, stai scherzando con il fuoco. Ma ricordati che a bruciare sarà il Paese. Ci vorrà un minuto, se continui a buttarci benzina.

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Sono arrivati in decine di migliaia a Roma con 400 pullman, 7.000 posti in treno e 2.000 in aereo: artigiani, commercianti, piccoli imprenditori. Erano in molti, sono una moltitudine, “il popolo delle partite Iva”, arrivati nella Capitale per “chiedere con forza una svolta concreta nella politica economica del Paese”. Stanchi, sfibrati, sempre più disillusi. Consapevoli che “senza impresa non c’è Italia. Riprendiamoci il futuro”.

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Non si può che essere d’accordo con questa “rivolta pacifica delle imprese”. L’ha detto anche la Camusso, la segretario generale della Cgil: “Le imprese hanno ragione di protestare perché sono in difficoltà, sono moltissime e rappresentano quasi un quarto del nostro sistema produttivo”.

Cosa chiedono? Chiedono “meno tasse e meno burocrazia”. Perbacco. Difficile non essere d’accordo; o, meglio, sarebbe facile essere d’accordo sul primo punto: se in Italia le tasse le pagassero tutti; perché ogni anno l’Agenzia delle Entrate, quando sciorina i dati sulle dichiarazioni dei redditi, ci fa scoprire che in Italia le tasse i piccoli imprenditori, i commercianti e gli artigiani ne pagano in media proprio pochine, dichiarando sempre redditi inferiori a quelli dei loro dipendenti.

Ecco, comincerò a dare ascolto alle proteste di Piazza il giorno che cominceranno, oltre che a chiedere cose giuste e sacrosante, anche ad assumersi la loro parte di responsabilità. Solo così possiamo “riprenderci il futuro”. Spiegatelo anche alla Camusso.

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Renzi sta per diventare il primo premier under 40 della storia repubblicana; ha detto che vuol durare fino al 2018: facendo due conti, sarebbe premier per poco più di mille giorni. Renzi ha promesso di cambiare verso all’Italia; l’hanno promesso in tanti, compresi i suoi attuali compagni di strada, gli stessi che non hanno mai voluto neppure provarci. Renzi ha fretta: ha detto che varerà una riforma al mese; che significa che da qui al 2018 si faranno 38 riforme.

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Ecco. Vergin di servo encomio (quello che tutti un mese fa gli tributavano, perché era il “nuovo”) e di codardo oltraggio (quello che tutti ora gli tributano, per la “manovra di Palazzo” anti Letta) voglio dirgli: Matteo, non fare il bischero; parti male se prometti una riforma al mese. Il cambiamento non si misura un tanto al chilo, un provvedimento al giorno, una legge al minuto. Dai retta: fai poche cose, ma falle davvero, che a far finta di fare ci hanno già pensato tutti quelli che ti hanno preceduto e rotto gli zebedei.

Matteo, non so se durerai mille giorni o mille ore, mille mesi o mille minuti. Ma so che la differenza oggi la fai solo se riesci a fare qualcosa per davvero: promettendo poco e facendo quello che prometti. Solo così l’Italia potrà iniziare a credere che stavolta, davvero, si cambia verso.

Altrimenti, lascia perdere. Restatene a Firenze.

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4 maggio 1949, Superga, 31 morti. 29 maggio 1985, Heysel, 39 morti. Torino e Juventus, Toro e Juve, due squadre divise da una rivalità senza fine. Due diverse tragedie, 70 morti, un unico dolore. E’ solo calcio, eppure – come per la politica, la religione, la razza – non mancano imbecilli di ogni età che vomitano addosso al dolore, che sputano su quei 70 morti, a 70 angeli in un unico cielo.

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70 angeli in un unico cielo è una mostra, aperta ieri a Grugliasco, che unisce le due tragedie sportive di Juve e Toro. Rivali, ma non nemiche. E non solo perché il calcio è (dovrebbe essere) solo un gioco. E nemmeno perché se arrivi a Superga vedi solo un cielo azzurro e prati verdi, e poi Torino e le Alpi in lontananza e respiri quel dolore, che è di tutti. E neanche perché se arrivi dove c’era l’Heysel vedi strade, parcheggi, gente che va e viene ma non puoi non pensare a quel padre con il figlio con la maglia bianconera inzuppata di sangue.

70 angeli in un unico cielo; per ricordare, e forse per capire. Capire – per il calcio, o per cose più importanti – che siamo tutti fratelli sotto lo stesso cielo; o, almeno, che il dolore è sempre uno e non ha colore, perché il sangue è di noi tutti è rosso. O almeno che i morti vanno lasciati in pace, e che si può essere diversi senza essere nemici. O, almeno, il rispetto.

O se proprio non si riesce ad essere abbastanza umani, almeno comprendere, come è scritto in un museo di una grande squadra di calcio, che “senza i nostri avversari, la nostra sarebbe stata una storia incompleta”.

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Com’è azzurro il cielo stamattina. E com’è alta da qui questa grande montagna, e com’è aspra quella strada che sale e va sempre più su. Chissà se anche Marco può vederla, come quando la corsa finisce e resti lì a guardare le nuvole, solo il cielo azzurro a farti compagnia. Perché il ciclismo non è uno sport, ma una poesia, la poesia della fatica dell’uomo. Un uomo solo al comando della corsa, gambe, cuore e polmoni, che scala le montagne e arriva al traguardo.

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Una poesia che scompare tra fiale, siringhe e furbate e che muore all’ombra dell’Epo. Ne ha presi tanti: Tommy Simpson, il cannibale Eddy Merckx, Lance Armstrong, Alberto Contador e tanti altri. E anche tu, Marco, che sei lassù, solo al comando, come sul Galibier o il Mortirolo, solo il cielo per compagnia. Vai, corri, senza trovare un senso a questo andare, in un mondo dopato, dove vincere è l’unica cosa che conta: credito facile, consumismo, crescita infinita; sempre più grande, sempre più in alto, sempre di più, sempre più su. Un mondo che come il ciclismo muore di doping; privo di senso del limite, immortale e invincibile, a qualsiasi costo: un traguardo volante, uno sprint, una salita, una crono. Una corsa dopo l’altra. Fino all’ultimo giro di pista.

E tu, che hai solo il cielo a farti compagnia, che hai corso troppo forte e te ne sei andato troppo presto, chissà se adesso lassù ogni tanto monti in bici, come una volta: un bambino con la gioia negli occhi, davanti una montagna da scalare. Solo con il tuo cuore, le tue gambe e i tuoi polmoni.

Anche se hai sbagliato – perché gli uomini sbagliano – mi manchi. Ci manchi. Ti sia lieve la terra, Marco.

(Riadattato, anche se già pubblicato qui. Perché Marco Pantani era un dio)

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