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Raccontano le cronache che dopo l’arresto di Michele Zagaria, boss dei casalesi, avvenuto nel suo paese, Casapesenna, l’anziano e navigato parroco, don Luigi Menditto, ha dichiarato: “Per me che sono un sacerdote, Zagaria è solo un parrocchiano come gli altri al quale portare il vangelo”. “Fin quando mi ha fatto richieste nello spirito cristiano, come la celebrazione di un matrimonio o battesimo, io ho detto sì.”

Il fatto che Michele Zagaria sia pluricondannato per reati gravissimi, omicidio compreso, non sembra essere importante. In fondo, anche Hitler amava il proprio cane, ed accarezzava i bambini dei suoi amici quando lo andavano a trovare.

La parrocchia di Casapesenna si trova a poca distanza dal sofisticatissimo bunker di Zagaria. Quando fu costruito chissà cosa avrà pensato il parroco; magari era troppo impegnato a portare il vangelo da qualche parte. E comunque, un pastore ama tutte le sue pecorelle, ancora di più quelle smarrite.

Sarà. Ma un sacerdote è anche un uomo, un cittadino. Come don Peppino Diana, ammazzato il 19 marzo del 1994 nella sagrestia della chiesa di san Nicola a Casal di Principe dai casalesi. Perché si scagliò contro la violenza, lo sfruttamento e l’illegalità diffusa come stile di vita aberrante, pericoloso e contro Dio del clan dei casalesi.

Chissà se Don Luigi se ne ricorda, mentre porta in giro il vangelo.

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Due notizie. La prima: la “stangata” di Monti sulle accise dei carburanti, che fa salire il prezzo alla pompa di circa 8,2 centesimi al litro per la benzina e di 11 centesimi al litro per il gasolio. La seconda: la Fao ricorda che ogni minuto nel mondo vengono distrutti 10 ettari di foreste, la superficie di venti campi da calcio. In un anno fanno 14,5 milioni di ettari, poco meno di metà dell’Italia intera.

Con tutta la buona volontà, e la comprensione che – da bravo automobilista – nutro per tutti i miei concittadini tartassati da decenni con il facile bersaglio delle tasse sui carburanti, la seconda notizia mi è sembrata decisamente più preoccupante della prima. Ma, a leggere i media, a navigare tra social network e blog, a sentire la “gente” ero il solo, o quasi.

E’ un vizio delle nostre società opulente, lanciate a bomba verso un senso che non c’é: guardare esclusivamente la punta del proprio naso, o il proprio ombelico, scambiandoli per il centro dell’universo, mentre il mondo gira nello spazio senza fine verso ben altri – e più grandi – “centri di gravità permanente”.

Anche se il senso delle stelle non è quello di un uomo, ogni tanto, guardare appena al di là delle nostre beghe quotidiane potrebbe farci scoprire il senso di essere uomini e donne.

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Luigi ha 82 anni e vive con una pensione da 1.100 euro al mese nella sua casa di proprietà in centro. Marco ha 48 anni è un dirigente d’azienda, con un reddito lordo 100 mila euro all’anno e la casa in affitto, fuori città.

Marco ha tirato un respiro di sollievo, quando ha saputo che il governo non ha innalzato le aliquote Irpef per i redditi più alti. Poi ha pensato a Luigi, suo padre. Che dovrà pagare la nuova Ici, con tanto di rivalutazione della rendita catastale e non avrà per due anni l’indicizzazione della sua pensione.

Ha deciso che gli darà una mano, se suo padre glielo permetterà. Ha pensato che forse c’è davvero qualche cosa che non va, se in una famiglia si chiede tanto a chi ha poco o nulla a chi ha un po’ di più. Certo, ci sono tanti più ricchi di lui che non pagano mai niente. Ma questa, si dice, non è una buona scusa.

Marco domani passerà da Luigi. E’ un po’ che non lo fa. Lo sentirà brontolare, come sempre. Ma stavolta giura che avrà più pazienza.

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Per tre anni e mezzo Cisl e Uil hanno trattato lo sciopero come un residuo del passato, attaccando l’altro grande sindacato, la Cgil, che invece allo sciopero contro il governo Berlusconi ricorreva con estrema facilità. Raffaele Bonanni, nel Corriere della Sera del 29 agosto 2011, sosteneva persino che lo sciopero era “uno strumento antiquato”.

Il 13 settembre scorso rilanciava: “Finché perdurerà una situazione di crisi via libera agli scioperi solo di sabato o di sera, per non far perdere soldi ai lavoratori”. Ora, il miracolo: poche ore dopo la presentazione della manovra “salva Italia” del nuovo governo Monti, nel mezzo di una crisi sempre nera, Cisl e Uil riscoprono la parola sciopero, proclamandone uno di due ore per lunedì prossimo.

Scioperare è uno strumento di lotta forse antico, ma sempre legittimo e “sano”. Fa piacere che anche Bonanni ed Angeletti ora se ne ricordino. Che questo avvenga subito dopo la fine del lungo regno berlusconiano è, ovviamente, una semplice coincidenza: non bisogna pensare male.

Anche se, come diceva uno se che se ne intende, spesso ci si azzecca.

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Non è una novità che le donne in Italia fatichino a trovare spazio sia in politica che nella società. L’ultimo Global gender gap report del Worl economic forum colloca l’Italia al 74 esimo posto su 134 nazioni per la parità tra i sessi, dietro tutto l’occidente a anche a paesi tipo Malawi o Ghana.

Tra gli incontri con partiti, parti sociali, ed associazioni per presentare la manovra, c’è stato anche quello con il forum nazionale dei giovani. Che si è seduto al tavolo con i suoi rappresentanti, tutti maschietti. Provocando la reazione della ministro del lavoro e delle politiche sociali Elsa Fornero.

L’Italia, si sa, è messa male. Anche se molti fanno fatica a capirlo, uno dei motivi è la sclerotizzazione della sua società, condizionata da decenni di maschilismo travestito da familismo. Una società che esalta la donna “angelo del focolare” e intanto sbava dietro a culi e tette di modelle quasi minorenni vestite da escort.

“Se neanche i giovani hanno la consapevolezza che il contributo delle donne deve essere valorizzato non si riesce ad andare da nessuna parte”, ha detto la ministro Fornero.

Stavolta, è difficile dirlo meglio.

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Non è una novità che le donne in Italia fatichino a trovare spazio sia in politica che nella società. L’ultimo Global gender gap report del Worl economic forum colloca l’Italia al 74 esimo posto su 134 nazioni per la parità tra i sessi, dietro tutto l’occidente a anche a paesi tipo Malawi o Ghana.

Tra gli incontri con partiti, parti sociali, ed associazioni per presentare la manovra, c’è stato anche quello con il forum nazionale dei giovani. Che si è seduto al tavolo con i suoi rappresentanti, tutti maschietti. Provocando la reazione della ministro del lavoro e delle politiche sociali Elsa Fornero.

L’Italia, si sa, è messa male. Anche se molti fanno fatica a capirlo, uno dei motivi è la sclerotizzazione della sua società, condizionata da decenni di maschilismo travestito da familismo. Una società che esalta la donna “angelo del focolare” e intanto sbava dietro a culi e tette di modelle quasi minorenni vestite da escort.

“Se neanche i giovani hanno la consapevolezza che il contributo delle donne deve essere valorizzato non si riesce ad andare da nessuna parte”, ha detto la ministro Fornero.

Stavolta, è difficile dirlo meglio.

Anche i professori, nel loro piccolo, si sbagliano. E anche nel governo tecnico, il “Barcellona” dei Governi, qualcuno sbaglia: una rimessa laterale o un calcio di punizione. E’ successo con la nomina del sottosegretario all’Agricoltura.

Dovrebbe essere – o forse è meglio dire, doveva essere – Francesco Braga, docente all’ università di Guelph e incaricato alla Cattolica, da 28 anni in Canada, esperto del ramo. Il neo ministro Mario Catania ne era addirittura entusiasta. E lui, molto soddisfatto. Migliaia di congratulazioni, tra cui il consorzio del parmigiano-Reggiano e la comunicazione mail del Ministero in Canada.

Però dopo le prime ore è spuntato un altro nome: Franco Braga, docente di Tecnica della Costruzione alla Sapienza. Segnalato da Altero Matteoli, ma per le infrastrutture, date le specifiche competenze. Dicono che se la sia presa. La confusione è sovrana. Né Francesco né Franco hanno giurato. A domanda su chi sia il sottosegretario, viene risposto ancora che “la situazione è fluida”.

Speriamo che sulle misure il “Barcellona” faccia un po’ più di attenzione: errare è umano, perseverare è diabolico.

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La ricchezza netta delle famiglie italiane è stimata da Banca d’Italia in circa 8.600 miliardi di euro. Rappresenta il 5,7 per cento di quella mondiale, superiore alla quota italiana del PIL mondiale (3 per cento) e molto superiore a quella della popolazione del mondo (1 per cento). Insomma, siamo un paese ricco.

Però, sempre secondo Banca d’Italia, questa ricchezza non è uguale per tutti. Molte famiglie sono povere, la metà detiene appena il 10 per cento della ricchezza nazionale: pensionati, lavoratori dipendenti del privato, giovani. Invece, poche famiglie dispongono di una ricchezza elevata: il 10 per cento più ricco detiene quasi il 45 per cento della ricchezza complessiva.

Gli italiani sono poco più di 60 milioni di abitanti. Il 10 per cento di essi, 6 milioni di persone, possiede quindi una ricchezza netta  di 3.870 miliardi di euro, poco meno del doppio del nostro Pil. Se a questo 10 per cento di popolazione applicassimo una leggera patrimoniale (6 per mille, come l’Ici) ricaveremmo un gettito di 23 miliardi di euro all’anno.

Una somma difficilmente ricavabile con altre misure, pure legittime e magari utili come la riforma pensioni, o aumento Iva, ripristino dell’Ici per tutti, eccetera. Sarebbe bene, quando sentiamo parlare i vari partiti, sindacati, forze sociali, ricordare queste poche cifre.

E sarebbe bene che se ne ricordi anche il governo Monti, se vuole davvero dare una svolta a questo Paese.

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Vanessa Russo e Doina Matei si sono incontrate una sola volta, per pochi secondi, il 26 aprile 2007. Eppure quell’incontro ha completamente cambiato le loro vite. Vanessa è morta, Doina è finita in carcere.

Ora Doina ha vinto un premio per un racconto sul perdono. In cui si chiede se ha senso pensare al futuro, dopo che la vita le ha sbattuto in faccia che i sogni non si avverano. Piccoli sogni: comprare una piccola casa, riunire i suoi figli, togliersi dal marciapiede.

Doina è davvero pentita. Quando uscirà dal carcere, andrà a piangere sulla tomba di Vanessa. L’ha uccisa quel giorno, nella metro di Roma, infilandole senza motivo un ombrello nell’occhio. Una storia così, con due giovani vite spezzate. Una storia di follia, pentimento, perdono.

Forse qualcuno penserà che Doina debba riprendere presto i suoi sogni spezzati. Ma anche i sogni di Vanessa sono finiti per sempre, quel giorno. E per Vanessa, neppure un racconto da scrivere.

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L’Ocse prevede per l’Italia l’ennesimo anno in recessione, dopo la dramamtica crisi del 2008-2009 e la debolissima crescita del 2010-2011. In tutto il mondo si scommette su un nostro default, dato che tra pochi mesi dovremo collocare quantità indigeribili di nostri titoli di debito pubblico in scadenza.

E dire che fino a pochi mesi fa, secondo l’allora ministro dell’economia, per l’Italia bastava una semplice “manutenzione” dei conti pubblici. E che, neppure un mese fa, l’allora Presidente del consiglio affermava nei vertici che l’Italia stava bene, perché “ristoranti e aeroplani erano sempre tutti pieni”.

Niente rende più chiara la distanza tra la realtà dei fatti di questi ultimi anni e le promesse da marinaio che venditori di fumo travestiti da uomini di Stato hanno fatto impunemente agli italiani, sotto gli occhi – non scordiamolo! – condiscendenti se non complici di associazioni di categoria, molti sindacati, editorialisti di fama.

Il passato ormai non si può cambiare. Ma, mentre in questo presente già si cominciano a sentire in giro i borbottii per i “sacrifici” che il governo “non legittimato dal popolo” starebbe per chiederci – per evitare il nostro fallimento – non va dimenticato quello che ci ha fatto un “governo legittimato dal popolo”.

Il passato non si può cambiare. Ma tenerlo presente è importante per poter cambiare il nostro futuro.

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