Paolo si accende l’ennesima sigaretta. Chissà, forse sarà l’ultima. L’auto percorre lenta Via D’Amelio, e lui ripensa al giorno della sua Laurea in giurisprudenza, aveva appena 22 anni; forse perché gli è tornato in mente suo padre, morto pochi giorni dopo. Forse perché sta arrivando all’ingresso del palazzo dove vive sua madre, e ripensa ai sacrifici, lui giovane magistrato, “unico sostentamento” della famiglia.

I ragazzi della scorta scendono, e gli torna in mente la Kalsa, e lui ragazzino. Ripensa a Giovanni, morto nell’”attentatuni” poche settimane prima. Giovanni, lasciato solo a morire. Paolo aspetta di scendere, e intanto scorrono gli anni, le indagini, i ragazzi del Pool. I visi e le voci, gli amici, i colleghi, i nemici, tanti ed infidi; quelli che ti sorridono mentre ti accoltellano alle spalle.

Paolo guarda i veicoli fermi lungo la strada. Brontola, pensando alla richiesta di un mese fa alla Questura di farli rimuovere. Gli fanno segno che può scendere, e lui  pensa ad Agnese, a Manfredi, Lucia, Fiammetta, luci dei suoi occhi. Chissà quanto mi resta, pensa Paolo, mentra aspira la sua sigaretta. Perché – come gli disse Nini Cassarà – “Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano”. Suona il campanello. Un lampo, e Paolo affoga in un buio freddo.

Sono passati 19 anni. Io c’ero e ricordo. Non voglio che Paolo, Giovanni e tutti gli altri affoghino nel buio della memoria frettolosa di un Paese distratto. Perché se “è sfortunato quel Paese che ha bisogno di eroi, più sfortunato è il Paese che se li dimentica”.

“La mafia è un fatto umano, e come tutti i fatti umani ha avuto un inizio e avrà anche una fine”. Stiamo aspettando, tutti noi. Avvinghiati nelle nostre paure, senza capire che siamo, comunque, tutti dei cadaveri che camminano. L’importante è che la morte ci trovi vivi. Anche con una sigaretta in mano.

Pubblicato su Giornalettismo

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