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Il calo del Pil continua, come ha certificato la nota mensile dell’Istat; e questo, a poche ore dal varo della nota di aggiornamento del DEF del governo.

Calo Pil

Il calo del Pil italiano si deve al rallentamento dell’export (che comunque, “tiene”) ma soprattutto, al calo della domanda interna, sia in investimenti che in consumi. Il clima di fiducia delle imprese e delle famiglie si deteriora, l’occupazione langue. Servirebbe uno shock positivo, e – pur se con i limiti rigidi imposti dai vari fiscal compact e altre ottusità – qualcosa si potrebbe pur fare. Invece, tutti – governo, opposizioni interne ed esterne, i cosiddetti “poteri forti” continuano a menarsela.

Finiremo per essere definitivamente (in parte lo siamo già, e negli ultimi 3 anni la tendenza si è fatta irresistibile) un Paese senza sovranità. E non per colpa degli altri. Per colpa nostra. Il Pil è avviato ad una discesa che sembra infinita, e noi balliamo la samba. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato 8anche) su neXt quotidiano

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L’Istat ha prodotto, come ogni anno, la consueta foto dell’Italia, ritratta in cento statistiche; e ci sono molte cose che colpiscono. Colpisce, ad esempio, che oltre il 40 per cento degli italiani si fermi alla licenza media, la percentuale più alta dell’intera Europa, a parte Portogallo Spagna e Malta; che la spesa in istruzione e formazione sia il 4,2 per cento del Pil, mentre la media Ue è oltre il 5,3 per cento; che la spesa in ricerca e sviluppo sia meno dell’1,3 per cento del Pil, che la produttività del lavoro sia in riduzione costante da anni e ormai sotto la media europea. E si potrebbe continuare.

Povera-Italia

Colpisce anche che nessuno cominci a mettere in relazione queste istantanee, che formano tutte assieme un quadro preciso dei nostri mali, ma anche dei nostri punti di forza (perché ne abbiamo, eh), senza limitarsi a prendere questo o quell’altro fenomeno per portare l’acqua al proprio mulino o per un titolone sul giornale per un giorno, o per mezz’ora.

Colpiscono queste, e molte altre cose. Ma, soprattutto, colpisce che queste istantanee, che ritraggono un Paese che chiede aiuto, non vengano neanche guardate da chi, in queste ore, in questi giorni, passa da un vertice all’altro, da una riunione all’altra, da un post sul blog all’altro, per decidere le sorti del governo, per scriverne l’agenda, per proporre una nuova Italia.

E un po’ colpisce anche che queste parole al vento che scriviamo interessino poco, per primi, gli stessi cittadini italiani. Finiremo per morire, tentando di salvare il solo nostro ombelico senza guardare al resto del povero corpo di questo paese alla deriva.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Come ogni mattina, oggi mi fermerà al solito Bar per fare colazione. E come ogni mattina, come accade ormai da sei mesi, accanto al Bar troverò Tiffany. Tiffany è un uomo di poco più di cinquant’anni. Non so come si chiama. So che da un anno ha perso il lavoro ed è caduto in depressione. Lo chiamano Tiffany perché – a dispetto degli stracci che indossa, ha un’aria distinta, da ricco signore straniero in viaggio per l’Italia.

Ha perduto la casa: non può più pagarsi l’affitto. Gravita tra Caritas e Parrocchia, dove rimedia un pasto caldo e un letto. Io gli ho solo regalato un sorriso, saranno sei mesi, e da allora mi aspetta ogni mattina per una colazione, un caffè davanti al “mio” Bar. Ha la faccia buona, un accento straniero. Ha una laurea che qui non è servita: faceva l’operaio in un mobilificio.

Tiffany è uno degli ultimi: i 50 mila senza casa che, per aver perso il lavoro, il coniuge, una malattia, sono diventati poverissimi, e non hanno più nulla se non la loro disperazione e la compagnia saltuaria di chi ancora dà loro una mano. Crescono, come crescono i poveri: Tommaso e Anna, due giovani precari che vivono lì nel palazzo e ora aspettano un figlio; Susanna che è rimasta sola con due figli e il suo lavoro da impiegata.

Non ci sono risorse per gli ultimi: Per Tommaso, per Anna, per Susanna e i suoi figli, per i tanti nuovi e vecchi poveri che la crisi mette in ginocchio. Per uno Stato sempre più sordo alle loro esigenze. Per una società sempre più distratta per i loro problemi. Figuriamoci per Tiffany e gli altri senzatetto.

Tiffany dovrebbe essere qui, ma non lo vedo. Ho voglia di sentirgli raccontare la sua giornata, di offrigli la solita colazione. Lo cerco con lo sguardo nella bruma di una mattina di novembre. Aldo, il barista, mi dice: “Guardi, dottore, che il barbone è morto stanotte.” Chiedo come mai ma non si sa: forse un infarto, un ictus. L’hanno portato via che erano le sei e la città ancora sonnecchiava.

Ecco, e io sto qui come un cretino a picchiare le dita furiose sulla tastiera. A chiedermi perché – correndo dietro a spread, manovre, austerità, e altre cose che non sono riuscito, con la mia prosopopea da economista di provincia, a spiegargli – d’ora in avanti sarò un po’ più solo, la mattina, sorseggiando un amarissimo caffè.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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