Secondo un rapporto dell’Ocse sul benessere e la felicità dei 34 paesi più ricchi, l’Italia è ai primissimi posti nell’aspettativa di vita alla nascita, è tra i primi nella ricchezza netta delle famiglie, meglio di molti paesi europei, tipo Germania e Francia, ed ha un buon sistema sanitario. Però siamo agli ultimi posti. Soprattutto perché fanalini di coda nella percezione “soggettiva” del benessere; salute, felicità, ricchezza: tutto ci sembra andare male. Colpa della crisi degli ultimi 6 anni: più disoccupati, meno reddito disponibile, troppa disuguaglianza.

felicità

Siamo infelici non perché stiamo peggio degli altri, ma perché negli ultimi anni abbiamo peggiorato di più. Egoisti, piagnoni, eterni scontenti? Anche. Ma un dato emerge dall’analisi dei diversi indicatori: se guardiamo al passato, siamo un Paese (ancora) ricco; ma se guardiamo al futuro, siamo un Paese che si impoverisce. Una “frattura” anche generazionale, un Paese dove il benessere conquistato dai padri continua (ancora) a far galleggiare i figli, che però capiscono che la “festa è finita” e che se non s’inverte la rotta saranno presto guai per tutti.

Siamo infelici perché stiamo guardando indietro o, se va bene, intravediamo il nostro ombelico far capolino dalla pancetta.

Forse, alzando lo sguardo verso il futuro, potremmo provare a iniziare a costruire una lontana speranza, e provare – almeno provare – a ritrovare la felicità perduta.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo