I media italiani, complice un rapporto presentato ieri dalla Commissione europea, hanno riempito vagonate di pagine con articoli sull’allarme deindustrializzazione dell’Italia. L’occasione propizia l’ha fornita anche la coincidenza delle vendite di Alitalia e Telecom. Ma la deindustrializzazione non è il cuore del problema.

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Non che perdere 20 punti nell’indice di produzione industriale in 6 anni sia uno scherzo; ma, lo dice anche il rapporto, l’Italia resta comunque un Paese con un ampia base produttiva, più alta della media europea. Il vero problema è che l’Italia perde produttività, o se preferite competitività: è questo che ne fa la grande malata d’Europa.

La competitività dipende certo dall’industria, ma anche dal resto dell’economia. Soprattutto, la competitività dipende dalla capacità d’innovazione; che non è solo scienza e tecnologia – che ne costituiscono comunque due ingredienti fondamentali – ma è prima di tutto la disponibilità ad accettare il cambiamento. E qui nasce un problema.

L’Italia ha una “naturale” resistenza al cambiamento. Perché è un Paese storicamente corporativo. E le corporazioni irrigidiscono il sistema politico economico e sociale, perseguendo principalmente obiettivi redistributivi e di acquisizione di rendite anziché di crescita della produzione e della produttività. Con ciò condannando il Paese ad un apparentemente ineluttabile declino.

La deindustrializzazione è un sintomo. Non la malattia. E la cura, che ci piaccia o meno, si chiama cambiamento.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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