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L’unico vero leader di statura mondiale che può vantare l’Europa in questo momento, Mario Draghi, ha detto chiaro tondo che la crisi d’Europa è ancora ben lungi dall’essere finita. Bisognerà che i tanti soloni che si baloccano sull’imminente ripresa dell’Italia si rassegnino; e anche che qualcuno si ricordi che sino a quando Big Mario terrà i tassi bassi, un Paese come il nostro, con un debito grande come una casa, non potrà che essergliene grato, ma che anche questo non durerà all’infinito.

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Nel frattempo, continuiamo a sperare (certo, non ancora per molto) che chi deve prendere decisioni – il governo e la sua maggioranza – si svegli: l’annunciata abbuffata di riunioni e le tante proposte generiche saranno buone (forse) per le campagne elettorali, ma non risolvono un problema che è uno. Quanto ai latrati delle peggiori opposizioni della storia repubblicana (senza distinzioni di sigla, dal 5stelle alla Lega, passando per Forza Italia), anch’essi fanno disperare per l’assenza di un anche minimo accenno di proposta che non siano boutade come l’uscita dall’Euro.

Mentre la base produttiva italiana si sgretola, i livelli occupazionali sono oltre il livello di guardia, e la coesione sociale è ad un passo dal disintegrarsi, ci si può distrarre con il cognome delle madri ai figli o la legalizzazione delle cannabis; temi certo importanti, ma che varranno poco se non riusciremo prima a sopravvivere.

O forse siamo semplicemente già rassegnati al (non ineluttabile) declino.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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I media italiani, complice un rapporto presentato ieri dalla Commissione europea, hanno riempito vagonate di pagine con articoli sull’allarme deindustrializzazione dell’Italia. L’occasione propizia l’ha fornita anche la coincidenza delle vendite di Alitalia e Telecom. Ma la deindustrializzazione non è il cuore del problema.

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Non che perdere 20 punti nell’indice di produzione industriale in 6 anni sia uno scherzo; ma, lo dice anche il rapporto, l’Italia resta comunque un Paese con un ampia base produttiva, più alta della media europea. Il vero problema è che l’Italia perde produttività, o se preferite competitività: è questo che ne fa la grande malata d’Europa.

La competitività dipende certo dall’industria, ma anche dal resto dell’economia. Soprattutto, la competitività dipende dalla capacità d’innovazione; che non è solo scienza e tecnologia – che ne costituiscono comunque due ingredienti fondamentali – ma è prima di tutto la disponibilità ad accettare il cambiamento. E qui nasce un problema.

L’Italia ha una “naturale” resistenza al cambiamento. Perché è un Paese storicamente corporativo. E le corporazioni irrigidiscono il sistema politico economico e sociale, perseguendo principalmente obiettivi redistributivi e di acquisizione di rendite anziché di crescita della produzione e della produttività. Con ciò condannando il Paese ad un apparentemente ineluttabile declino.

La deindustrializzazione è un sintomo. Non la malattia. E la cura, che ci piaccia o meno, si chiama cambiamento.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Mentre si consuma il dramma dell’agibilità politica di Berlusconi (in italiano: garantire impunità ad un condannato in via definitiva per gravi reati) quasi nessuno si è accorto del nuovo rapporto della Commissione Europea sulla competitività regionale: oltre 70 indicatori, che misurano capacità innovativa, efficienza della PA, stabilità economica, efficienza del mercato del lavoro e dei sistemi di educazione, sistemi di welfare e sanitari di tutte le regioni europee.

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Sarà che è Agosto, e a parte il destino di Berlusconi il resto non conta, in questo paese. Ma è l’ennesima certificazione che l’Italia sta andando in pezzi. Si salva solo il sistema sanitario del centro nord. Il resto fa paura. E comunque nessuna regione italiana, neanche la Lombardia, sta tra le prime cento regioni europee. Non solo: peggioriamo quasi ovunque, a nord come a sud. Accelerando quel declino che è in atto ormai da oltre vent’anni.

Non stupisce, ormai, che nessuno se ne occupi, nell’”Italia che conta”, troppo distratta a salvare il pregiudicato a destra e a fregarsi a vicenda a sinistra. E neppure che quei pochi che l’hanno fatto continuino a parlare d’altro, riducendo tutto alla solita litania del “troppe tasse”, “Roma ladrona” e altre menate.

Stupisce che la gente comune, il popolo italiano, non dica finalmente: adesso basta. E non rivolgendosi a un altro guitto di cartone come Grillo. Ma prendendo in mano, prima della fine imminente, il nostro destino di italiani.

Svegliati, Italia.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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