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C’era una volta, nel paese più bello del mondo, Biancosilvio: il figlio del principe azzurro e di Biancaneve. Biancosilvio regnava felice nel suo bel castello con accanto i suoi servi più fidati, i 7 nani: Bonaiutolo, Bondolo, Tremontolo, Schifanolo, Dell’Utrolo, La Russolo e il più piccolo di tutti: Brunettolo. Brunettolo era il suo servo prediletto: per questo diceva sempre che era un Re nato. Brunettolo veniva da una città incantata, la città più bella del belpaese: Veneziola. Era una città costruita tutta sull’acqua, piena di monumenti, di scorci unici al mondo. E calli, campi, chiese, palazzi, canali, sottoporteghi. Un posto talmente bello che è difficile persino immaginarlo. Purtroppo, anche quella città, come nel resto del Belpaese, era prigioniera di una terribile dittatura di un manipolo di briganti ed assassini, una setta terribile che tutti chiamavano La sinistra. Brunettolo viveva a corte, circondato da tutti gli onori e favori delle damigelle, attratte dalla sua avvenenza e dalla sua statura unica al mondo. Era ricco, bello e famoso: Il suo padrone Biancosilvio se lo teneva sempre accanto, sentendosi così più alto e dunque più vicino alle vette della sapienza. E gli aveva concesso una onoreficienza mai assegnata prima: lo aveva nominato signore dei tornelli. Ma Brunettolo non era felice: soffriva di una grande nostalgia per la sua amata Veneziola, da cui si era allontanato da tanti anni. E in cuor suo aveva un sogno: liberare Veneziola dal giogo oppressivo di Mastro Cacciaro, che teneva schiava la città e ne soffocava la sua naturale vocazione.

Perché Mastro Cacciaro era un fautore dell’”urbanistica bulgara”, e dalla sua abitazione, Ca’Farsetti, pensava per la città appoggiata sul mare la conservazione di un patrimonio unico che tutto il mondo invidiava al Belpaese, mentre per i suoi quartieri di terraferma lo sviluppo di piste ciclabili per incentivare l’uso della bicicletta, un noto simbolo comunista. Brunettolo, invece, che tanto aveva imparato dal suo signore e padrone Biancosilvio in materia di case e di edilizia, sognava per la sua adorata città una pioggia sana e vivificatrice: una pioggia di cemento. Per questo, si preparava a cacciare il Cacciaro, ed aveva chiamato un mastro architetto veneziano, Sior Carraro l’Umberton, che era stato un politico famoso nell’epoca d’oro di Santo Craxio, e che da sempre immaginava per la sua Veneziola  un nuovo sviluppo economico fatto di case, palazzi, ponteggi e costruzioni. Ci aveva provato molte volte, il povero Brunettolo a diventare il doge di Veneziola. Ma senza successo. Stavolta, sentiva nel Belpaese l’aria giusta: neuroni a pezzi, sinapsi arrugginite, coscienza civile ridotta ai minimi termini. Era pronto per modernizzare la città e sottrarla alla dittatura della sinistra. Il primo obiettivo era costruire in riva alla laguna, che Brunettolo sognava “luogo di connessione della città antica con la città di terraferma”, la povera Mestrole di cui nessuno parlava mai, che per Brunettolo doveva conquistare “la sue residenze sul proprio waterfront, in un paesaggio comune che avrebbe legato le due città, l’antica e la moderna”, Veneziola e Mestrole, costruendo quartieri residenziali lungo l’area della Laguna, liberandola dai vincoli paesistici ventennali che La Sinistra dittatrice imponeva ai poveri Venezianoli derelitti.

Un sogno bello, nuovo moderno. Come l’altro che Brunettolo accarezzava: Dracula Presidente dell’Avis. A nulla servivano i pareri di illustri architetti ed urbanisti del Belpaese e di Veneziola, che dicevano che “il waterfront lagunare va salvaguardato nelle sue unicità, soprattutto dai Pili a Campalto, magari anche proprio attraverso nuovi collegamenti ciclabili e pedonali che uniscano le sue isole, come previsto dal piano regolatore” o che si trattava di “una proposta demenziale perché è noto che nel Veneto e nel veneziano ci sono molte più case di quelle che servono e che il problema è semmai quello degli affitti troppo alti”. Pareri di gente invidiosa, mediocre, senza slanci e senza visione del futuro. Brunettolo per la sua adorata città voleva il meglio. E già immaginava, una volta finito il Mose, un nuovo porto alla bocca di Malamocco, la sublagunare fino al Lido, scavando canali fino a 14 metri. Sorridendo alle calunnie di chi lo accusava che ogni 50 centimetri scavati c’è un milione di metri cubi di fanghi da sistemare, e che raccontava che ai Moranzani ne erano già stati messi 3 milioni e mezzo. E già vedeva i quartieri residenziali spuntare come funghi lungo l’area vincolata della gronda lagunare, con meno aree pedonali e meno piste ciclabili, e invece strade più larghe e scorrevoli per stimolare il commercio in città. Che meraviglia, che sogno: una Veneziola finalmente libera, leggera, pronta ad occupare il posto che le spetta tra i capolavori dall’avidità umana.

Se vuoi continuare a sorridere con Brunettolo il nanolo, leggi loa conclusione del post su Giornalettismo

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