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Caro Silvio Berlusconi,

Lei ha annunciato che, per la prima volta da quando è un uomo politico, parteciperà ad una manifestazione per commemorare il 25 aprile, perché “di questa festa non se ne appropri soltanto una parte”. Lo accoglieremo a braccia aperte, come un figliol prodigo che torna alla casa. Sarà davvero bello vederLa sfilare in mezzo a noi. E non si preoccupi se qualcuno fischierà. La maggior parte di noi sarà contenta di vederLa festeggiare. Però, signor Presidente, mi creda: se Lei per anni non ha festeggiato il 25 aprile, è un suo problema. Perché il 25 aprile si festeggia il ritorno alla libertà. E Lei, che della libertà si è sempre definito un alfiere, Lei che ha addirittura fondato un partito che si chiama “Il Popolo delle libertà” avrebbe dovuto da sempre essere al nostro fianco. Ma non importa, meglio tardi che mai. Siamo lieti che si unisca a noi. Lo sarà anche un distinto signore di 80 anni. Lui, che nel 1944 a 16 anni abbandonò la casa per seguire l’esercito inglese nella risalita che lo portò dall’Umbria fino a Venezia. Lui che è sempre stato “comunista” ma che ha sempre amato il suo paese, la libertà, la democrazia. Lui che è sempre stato comunista ma ha sempre pianto davanti al cimitero anglo-americano di Anzio, dove tutte quelle croci bianche ci parlano di tanti ragazzi che vennero a morire in terra straniera per ridare la libertà ai nostri nonni, ai nostri padri, a noi. Certo Lei, signor presidente del Consiglio, avrà letto le dichiarazioni di un ministro del suo governo, un certo Ignazio La Russa, che distingue tra i “partigiani rossi” e gli altri, dicendo che i primi non possono essere celebrati come portatori di libertà. Parole che hanno dato un grande dispiacere a quel distinto signore di 80 anni che era contento della sua adesione alla festa del 25 aprile. Un signore di 80 anni che ha combattuto per la libertà rischiando la vita e la sua gioventù e che ha festeggiato con gioia ogni anno dal 1945 sino ad oggi, assieme ai suoi amici cattolici, liberali, repubblicani, socialisti. Mentre quel suo ministro non ha mai festeggiato, anzi, per molto tempo e anche recentemente, ha difeso coloro che combattevano – naturalmente, in buona fede – “dall’altra parte”. Che, per non essere ipocriti, era la parte della dittatura, di Hitler, dello sterminio degli ebrei. Quel distinto signore sa bene che  in nome del comunismo sono stati fatti tanti errori. Lo diceva già nel 1956, quando pochi se ne erano accorti. Ma sa anche che quei ragazzi di allora ci regalarono un sogno. Ci regalarono questo paese un po’ malandato e con tanti problemi. Ma tutto sommato anche vivo, vitale, con tante energie positive. Un paese che – come ci ricordano quei ragazzi italiani di allora, di diversa fede politica, di diverso orientamento religioso che scelsero di combattere tutti insieme per la libertà di tutti – non è di proprietà di nessuno. Ma in cui ognuno di noi, comunista o ex comunista, liberale o ex liberale, democristiano  o ex democristiano, post fascista, qualunquista, leghista ha il diritto di sentire “suo”. Tutti i giorni dell’anno. Anche il 25 aprile. Per questo, nel darle il caloroso benvenuto tra i partecipanti alla festa della liberazione, le ricordiamo di essere con noi non solo a parole e non solo per un giorno. A difesa della libertà, della Costituzione italiana (su cui Lei ha anche giurato), della democrazia non come costruzione formale ma sostanziale. Lo deve a se stesso, ai suoi figli, a noi, e a quel distinto signore di 80 anni che da giovane comunista regalò assieme a tutti gli altri e agli ango-americani la libertà. Quel signore che da 64 anni festeggia con gioia il 25 aprile: il mio papà.

Buon tutto!

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