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In questi giorni di festa, mentre continuano a scorrere le tristi immagini di gente che ha perso tutto (a volte anche le vita) a poche decine di chilometri da qui, può bastare un piccolo raggio di sole ad illuminare pensieri addormentati da pranzi troppo abbondanti e da incontri con parenti lontani. Un pensiero piccolo, forse fin troppo semplice, da sembrare quasi insignificante. Un pensiero forse troppe volte scritto, masticato, digerito, in un mondo dove le parole spesso perdono il loro significato per diventare una specie di colonna sonora senza senso dello scorrere  noioso delle nostre vite apparentemente prive di senso. Questo pensiero è l’amore. Amore, tante volte cantato da mille poeti, e forse troppo poco vissuto in quella che è la sua essenza profonda, semplice e vera, che è il volere bene a se stessi, alle persone che ci sono vicine, e in generale a tutta questa pazza e variegata umanità, a volte generosa e a volte meschina, a volte insopportabile e a volte necessaria. Non l’amore aulico, angelicato, celeste, “virtuale”, algido dei poeti. Quello vero, “reale”, umano che si confonde in sguardi, sorrisi, carezze. Quello stesso amore che guidò quel Gesù di Nazareth, quel cristo che salì sulla croce, proprio 2009 anni fa, o giù di lì. Quell’amore descritto da Alvaros de Campos, o meglio Fernando Pessoa, grandissimo scrittore portoghese, che mi è capitato per caso di rileggere in questi giorni. Perché scrivere d’amore può sembrare ridicolo, e invece è ancora – oggi e sempre – la via migliore (forse, l’unica) per affrontare le giornate che ci attendono vivendo pienamente l’essenza stessa del nostro essere persone “reali”. Per questo, in questi giorni di festa, facciamo parlare un poeta e un grande cantautore che meglio di chiunque altro è riuscito ad interpretare questo nostro confuso pensiero.

Buon tutto!

Dedicata a tante persone, ma soprattutto ad Angelo. E ad Alessandro, ovunque ora sia. A mercoledì con il solito Scarabocchio. Se vi va.

 

LE LETTERE D’AMORE  (Roberto Vecchioni)

Fernando Pessoa chiese gli occhiali
e si addormentò
e quelli che scrivevano per lui
lo lasciarono solo
finalmente solo…
così la pioggia obliqua di Lisbona
lo abbandonò
e finalmente la finì
di fingere fogli
di fare male ai fogli…
e la finì di mascherarsi
dietro tanti nomi,
dimenticando Ophelia
per cercare un senso che non c’è
e alla fine chiederle "scusa
se ho lasciato le tue mani,
ma io dovevo solo scrivere, scrivere
e scrivere di me…"
e le lettere d’amore,
le lettere d’amore
fanno solo ridere:
le lettere d’amore
non sarebbero d’amore
se non facessero ridere;
anch’io scrivevo un tempo
lettere d’amore,
anch’io facevo ridere:
le lettere d’amore
quando c’è l’amore,
per forza fanno ridere.

E costruì un delirante universo
senza amore,
dove tutte le cose
hanno stanchezza di esistere
e spalancato dolore.
Ma gli sfuggì che il senso delle stelle
non è quello di un uomo,
e si rivide nella pena
di quel brillare inutile,
di quel brillare lontano…
e capì tardi che dentro
quel negozio di tabaccheria
c’era più vita di quanta ce ne fosse
in tutta la sua poesia;
e che invece di continuare a tormentarsi
con un mondo assurdo
basterebbe toccare il corpo di una donna,
rispondere a uno sguardo…
e scrivere d’amore,
e scrivere d’amore,
anche se si fa ridere;
anche quando la guardi,
anche mentre la perdi
quello che conta è scrivere;
e non aver paura,
non aver mai paura
di essere ridicoli:
solo chi non ha scritto mai
lettere d’amore
fa veramente ridere.

Le lettere d’amore,
le lettere d’amore,
di un amore invisibile;
le lettere d’amore
che avevo cominciato
magari senza accorgermi;
le lettere d’amore
che avevo immaginato,
ma mi facevan ridere
magari fossi in tempo

se avessi ancora il tempo

per potertele scrivere…

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