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Renato Brunetta è vivo e lotta insieme a noi. Plaudendo all’indignazione del ministro Passera – suo degno erede nella difficile arte del parlare tanto e fare niente – contro l’Europa, ha ricordato che fu la stessa Europa del non decidere a far cadere Berlusconi. Finalmente la verità viene a galla, ha detto, e speriamo che “questa operazione verità sia generalizzata come base per costruire il futuro”.

Dopo un periodo di silenzio davvero lungo da sopportare, finalmente il fantuttone è tornato. Lo descrivevano rintanato nella sua Venezia, disoccupato per colpa dell’Europa, ad occuparsi giorno e notte – come capogruppo dell’opposizione – della sua città, dove si candidò come Sindaco un paio d’anni fa, buscandole sonoramente dal centro sinistra.

Invece no. Anzi, proprio mentre tornava sulla scena, è stato “licenziato” dai suoi ex sostenitori e colleghi di partito al Comune di Venezia. Motivo, le troppe assenze in Consiglio Comunale. Persino la lista civica che portava il suo nome, “Brunetta”, è stata rinominata “Impegno per Venezia, Mestre, isole”.

Serve anche qui un’operazione verità, base per costruire un futuro migliore.

Anche questa, potete scommeterci, è colpa dell’Europa.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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L’Ufficio veneziano dell’Unesco aveva deciso tempo fa di organizzare un convegno sul “futuro di Venezia e della sua laguna nel contesto del cambiamento globale”: oltre 60 esperti internazionali, tra cui Renato Brunetta, veneziano e ministro, chiamati a discutere per tre giorni delle sfide legate al mutamento climatico, che Venezia e la sua laguna dovranno affrontare. Ma quel convegno non si farà.

Lo ha chiesto ed ottenuto il governo italiano. Perché? Pare che a mettersi di traverso sia stato – nonostante i gravosi impegni “economici” di questi giorni – proprio l’eroico ed instancabile piccolo grande. Sembra non abbia gradito la presenza tra i relatori di alcuni esperti contrari al Mose, il mega-progetto da 5 miliardi e mezzo di euro che il governo – Brunetta in primis – vuole ostinatamente portare avanti nonostante molti pareri contrari da parte dei residenti della laguna.

Molti esperti interessati hanno confessato di non capire perché non si possa tenere un convegno “neutro” dove si possa discutere e persino dividersi tra esperti favorevoli e contrari ad un progetto, al di là delle opinioni di un governo e di non comprendere questa passione per il “pensiero unico”.

Come si vede che non sono italiani contemporanei.

Pubblicato su Giornalettismo

Una notizia ferale troneggia sulle pagine interne dei giornali di oggi: il ministro Renato Brunetta ha presentato le dimissioni da consigliere comunale di Venezia. La lettera del candidato sindaco per il centrodestra alle elezioni amministrative dello scorso 28-29 marzo, è giunta ieri in mattinata alla segreteria generale del Comune di Venezia. E poche ore dopo, il nuovo sindaco Giorgio Orsoni ha fatto il giuramento davanti al primo Consiglio comunale. E Brunetta non c’era. Le avvisaglie della decisione si erano avute già con la mancata partecipazione del ministro alla prima riunione del gruppo del PdL, l’altra sera. Brunetta si era limitato a mandare un messaggio di sostegno a Michele Zuin, suo factotum in campagna 09255pep Brunetta, laddio a Veneziaelettorale che il PdL ha votato all’unanimità come capogruppo. Il ministro lascia così il posto – per via dei resti – al primo dei non eletti della Lega, l’artigiano Giovanni Giusto, presidente del coordinamento delle remiere.

Sarà stato felice, il ministro Brunetta, di fare spazio ad uno che appartiene al partito che l’ha caldamente aiutato alle elzioni, dando un contributo decisivo alla sua mancata elezione. “Se avessi avuto gli stessi voti che la Lega ha dato a Zaia ieri alle regionali avrei vinto al primo turno” aveva commentato il signore dei tornelliGiorgio Orsoni, appresa la notizia si è mostrato sorpreso: “Non lo sapevo, mi dispiace perché Brunetta sarebbe stato certamente un interlocutore importante”, ha detto mentre veniva presentato lo studio di Unioncamere Veneto per la candidatura della città lagunare alle XXXII Olimpiadi del 2020. nella sede del suo comitato elettorale, subito dopo la sconfitta. Nonostante i rumors della vigilia, il sindaco

Invece, Renato si è sacrificato. Si è dimesso, un altro grande atto di amore per la sua città, come la candidatura a Sindaco. Perché fare il consigliere comunale è impegnativo, e Renato ha troppo da fare a Roma: si sta occupando – con grandissimi risultati – di Posta elettronica certificata e di incentivi a Internet. Sommare ai gravosi impegni da ministro anche quelli di consigliere comunale sarebbe stato troppo, pure per un fantuttone come lui. E poi, della politica locale Venezia, ha confidato ai suoi collaboratori, non ne vuole più sapere: “la nuova giunta? Non so, non li conosco. Sinceri auguri di buon lavoro”. Ma Renato non abbandona la sua adorata città al suo destino. Ha promesso che di Venezia si occuperà lo stesso: “Rifarò la Legge Speciale, questo sarà il mio contributo per Venezia”.

Certo, se fosse stato eletto sindaco, le cose sarebbero andate diversamente. A chi gli chiedeva se fosse stato possibile conciliare i due impegni di Ministro e di Sindaco rispondeva nel suo sito: “Si conciliano perché sono sinergici. Venezia è una città che dialoga con il resto d’Italia, d’Europa, del mondo. Più un sindaco ha forza di dialogo a tutti i livelli, più è bravo”. E ancora, a proposito delle ironie sulla sua ubiquità: “Nell’era dell’Ict, information communication tecnology, si può essere in tanti luoghi contemporaneamente. Lo fanno i manager, gli scienziati, gli industriali. Non vedo perché non possa farlo un sindaco”. Certo, Renato: un sindaco sì. Ma un semplice consigliere comunale no. Peccato, però. Sarebbe stato bello vedere che il consigliere di opposizione Brunetta Renato, innamorato della sua Venezia al punto da sacrificarsi a fare un doppio lavoro, inviare una bella PEC al ministro Renato Brunetta se quest’ultimo, preso dai troppi impegni, si fosse dimenticato di dedicarsi alla “legge speciale per Venezia”. Par di vederlo, come un personaggio della commedia dell’arte, un personaggio di Goldoni, recitare dolente “L’addio a Venezia“. Non te la prendere, Renato. Sarà per la prossima volta.

Pubblicato su Giornalettismo

Renato Brunetta ci riprova. Dopo aver a lungo accarezzato il sogno di essere il doge della sua Venezia, il Ministro della Funzione Pubblica e dell’Innovazione è stato candidato a Sindaco da Silvio Berlusconi in persona. Dopo aver lottato come un leone contro la regola – chiesta dal suo capo e dal suo partito – di non sommare cariche da Ministro con quelle da parlamentare, da vero cultore della regola del non c’è due senza tre, Renato il fantuttone si lancia nella nuova sfida. Qualcuno ha parlato di un fallimento mascherato da vittoria.

In effetti, facendo il bilancio di questi due anni da ministro, si ricordano moltissime chiacchiere e pochissimi fatti. Polemiche tante: sulle donne, sui bamboccioni, attacchi quotidiani a Tremonti, la battaglia mediatica ma con poca sostanza contro i cosiddetti fannulloni. Tolte queste cosa resterà di lui? Poco o niente. E adesso continuare a fare il ministro mentre si fa il Sindaco di una città straordinaria per bellezza ma anche per complessità dei problemi da affrontare non sembra possibile. Antonio Bassolino fu qualche anno fa ministro a Roma e sindaco a Napoli. Durò poco e non andò benissimo.

Se passiamo poi ai progetti per la città il re dei tornelli ha espresso in tempi non recentissimi idee su Venezia da bar dello sport. Per lui la modernizzazione della città significa costruire quartieri residenziali lungo l’area della Laguna, liberandola dai vincoli paesistici ventennali, significa fare un nuovo porto alla bocca di Malamocco, la sublagunare fino al Lido, fare strade più larghe e scorrevoli per farci girare le auto e stimolare il commercio in città. L’idea di modernizzazione che fa rima con cementificazione oltre che far rabbrividire – stiamo parlando di Venezia, mica di San Donato Milanese – è anche economicamente “preistorica”.

L´amministrazione di una città complicata come Venezia non può essere a mezzo servizio. Per uno che – parole sue – vuole fare la più grande riforma che si sia mai fatta in Italia, quella della Pubblica Amministrazione, non può esserci il tempo per amministrare una città-stato come Venezia. Specie con idee che definiscono moderno quello che si annuncia come un vero e proprio “sacco di Venezia”. Resti a  fare il ministro. Lì, almeno, continuerà a dichiarare a 360 gradi e a combinare poco.  Non serve a nulla, ma non fa danni. Venezia merita di meglio. Un altro sindaco, per esempio: se non ci pensa da solo speriamo ci pensino i veneziani.

L’articolo è stato riadattato da questo pubblicato su Giornalettismo

La vignetta originaria è stata pubblicata in questo post

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Gli italiani sono un popolo straordinario. Un popolo di santi, di navigatori e di poeti. Un popolo a cui piace divertirsi, stare in compagnia, fare bisboccia. Forse un po’ evasivi, ma si sa che nessuno è perfetto. Purtroppo la vita è fatta anche di cose tristi: cose come malattie, Berlusconi presidente del consiglio, bollette, vicini rompiscatole. E soprattutto, la cosa meno divertente di tutte: le tasse. Le tasse non mettono allegria. Non fanno cantare, né ballare. E non fanno ridere. E gli italiani (quelli che possono permetterselo, naturalmente) che vogliono essere sempre allegri, per non intristirsi troppo preferiscono non pagarle. Hanno scoperto che è facilissimo: basta dichiarare redditi da fame e continuare a girare in Ferrari o a navigare con i propri yacht. E tanto peggio per quelli, come i lavoratori dipendenti e i pensionati, che non possono concedersi neppure un momento di evasione: forse è proprio per questo che sono sempre così tristi. Ma tutti gli altri che possono, di fronte al logorio della vita moderna, evadono: dalle dichiarazioni dei redditi pubblicate dal Dipartimento delle Finanze risulta che i 40,7 milioni di contribuenti italiani dichiarano mediamente appena 18.324 euro, e un italiano su 3 dichiara meno di 10mila euro, mentre metà delle società è in rosso. Pagare le tasse era triste ieri, ed è ancora più triste oggi: gli ultimi dati diffusi dal ministero dell’economia e delle finanze dicono che tra gennaio e marzo 2009, al lordo delle una tantum, sono risultate inferiori di 4,1 miliardi di euro rispetto a quelle dello stesso periodo del 2008. Questa abitudine all’evasione è stata sempre attribuita, più che ai cittadini che dichiaravano guadagni irrisori e avevano patrimoni enormi, alla grave responsabilità delle autorità pubbliche. Politici che fanno leggi poco chiare e direttive che lasciano spazio ai trucchi utili a chi vuole evadere il logorio di pagare le tasse. Dirigenti dell’Agenzia delle entrate e generali della Guardia di finanza che si dimenticano di fare i controlli, o li fanno in modo un po’ “distratto”. Una convinzione si è rafforzata quando alcuni politici e tecnici hanno fatto norme anti elusione e anti evasione che hanno cominciato a produrre risultati, facendo registrare consistenti aumenti di gettito fiscale utili a migliorare i conti dello Stato, anche se purtroppo gli italiani, privati dei loro sacrosanti momenti di evasione, hanno cominciato a piangere, a disperarsi. Il sorriso è sparito dai loro volti, e alla prima occasione hanno cacciato questi guastafeste che avevano provocato l’aumento delle entrate fiscali. Perché questi fenomeni paranormali negli ultimi 15 anni sono avvenuti tra il1996 e il 2001 e poi tra il 2006 e il 2007. Per una curiosa coincidenza del destino, proprio negli anni in cui non era ministro Giulio Tremonti. Il dubbio che volendo anche in Italia – come succede in tutti i paesi del mondo, si possa contrastare l’evasione fiscale si è insinuato tra addetti a lavori e gente comune. E il povero e incolpevole ministro Tremonti è stato addirittura messo sotto accusa dai soliti guastafeste, assieme alle strutture che hanno il compito di far pagare le tasse e stanare gli evasori, per eccessivo lassismo contro gli evasori. E invece Tremonti e i suoi tecnici sono innocenti. Il mistero è stato svelato da una fonte autorevole, il direttore dell’Agenzia dell’Entrate Attilio Befera: gli italiani non pagano le tasse perché per loro è una cosa innata: ce l’hanno proprio nel DNA. Ha detto proprio così: “La necessità di pagare le imposte va spiegata fin dal momento in cui si è al primo impatto con la scuola, per provare a ridurre l’influenza di quel Dna che noi italiani ci portiamo dietro e che ci induce a non pagare le tasse“. Si, cari anici e care amiche: sin da bambini gli italiani hanno l’innato istinto ci cantare, suonare il mandolino, tirare il sasso e nascondere la mano facendo spallucce. Tutti degli adorabili mascalzoncelli, piccoli Berlusconi che crescono. E hanno l’innato istinto primordiale di non pagare le tasse. Non c’è niente da fare: é una cosa innata, come il sole e il mare. Chi fa pagare le tasse agli italiani compie un atto contro natura. Per questo anche la Chiesa cattolica non ha in simpatia quei pochissimi che provano a fargliele pagare.

Se vuoi leggere la conclusione del post, vai a Giornalettismo

Buon tutto!

Ha collaborato Mariangela Vaglio (Galatea)…Grazie!!!

Eh, sì. Incredibile ma vero: anche i Comicomix, ogni tanto, si concendono una vacanza. Piccola, naturalmente. Siamo a Venezia, dove durante il fine settimana avremo modo di incontrare un bel po’ di amici di web, tutti riuniti per una bella rimpatriata. Naturalmente, abbiamo la nostra brava chiavetta internet di ordinanza. Non si sa mai, dovessimo avere una crisi di astinenza. Purtroppo, oltre a noi, da lungo tempo (ma quanto tempo, ormai? Sembra un secolo) è in vacanza il cervello di una buona parte dei nostri connazionali. Che sembrano non vedere che qui da noi c’è al governo un branco di buoni a nulla, capaci di tutto. Gente che risponde al bisogno di certezze e di un tetto per i terremotati dell’Abruzzo scrivendo un decreto legge che è un vero abracadabra, senza praticamente un euro per la ricostruzione e poi, scoperto con le mani nella marmellata, ammette candidamente che lo cambierà e garantirà a tutti i senza tetto la ricostruzione della propria casa (cioè quello che lo Stato ha SEMPRE fatto nelle altre occasioni) e nessuno dice nulla. Gente come  il Presidente del Consiglio che partecipa a festini senza che sia ben chiaro perché e percome, viene accusato da sua moglie di "andare con le minorenni" ed essere una “persona che sta poco bene” e tutti fanno finta di non aver sentito, e se uno prova a fare qualche domanda la risposta sono frizzi, lazzi, spallucce, accuse di complotto e minacce: e tutti stanno zitti o ridono.  Gente che toglie i fondi alla polizia per svolgere le sue funzioni di ordine pubblico e poi fa la faccia feroce a parole delegando il controllo del territorio ai Presidi delle scuole, agli Ufficiali dell’anagrafe e ai medici di pronto soccorso, in barba non solo alla civiltà e all’umanità ma anche al buonsenso, e tutti a battere le mani anziché a fare pernacchie. Gente che contro l’emergenza nelle carceri s’inventa reati che non esistono e inasprimenti di pena e poi si accorge che le carceri scoppiano e propone di ospitare i detenuti nelle navi da crociera ormeggiate nei porti, magari pensano di organizzare delle belle rimpatriate con Apicella e il suo cantante preferito per far bisboccia tra compagni di merende. E così, mentre in viaggio già assaporiamo il passeggio nelle calli, la visione di una delle cose  che ci ricordano che c’è stato un tempo in cui eravamo davvero un grande popolo capace di creare una meraviglia dell’umanità come Venezia, continuiamo a chiederci fino a quando durerà questa notte delle sinapsi di una buona parte del popolo italiano: non perché l’opposizione sia un granchè, anzi. Ma perché questa maggioranza è oltre i confini dell’intelligenza. Mentre siamo certi che gli italiani non lo sono.

Godiamoci Venezia e i nostri amici. E per i 36 piccoli lettori (orami probabilmente solo sei) ci si vede incrocia lunedì. Naturalmente se vi va.

Buon tutto!

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C’era una volta, nel paese più bello del mondo, Biancosilvio: il figlio del principe azzurro e di Biancaneve. Biancosilvio regnava felice nel suo bel castello con accanto i suoi servi più fidati, i 7 nani: Bonaiutolo, Bondolo, Tremontolo, Schifanolo, Dell’Utrolo, La Russolo e il più piccolo di tutti: Brunettolo. Brunettolo era il suo servo prediletto: per questo diceva sempre che era un Re nato. Brunettolo veniva da una città incantata, la città più bella del belpaese: Veneziola. Era una città costruita tutta sull’acqua, piena di monumenti, di scorci unici al mondo. E calli, campi, chiese, palazzi, canali, sottoporteghi. Un posto talmente bello che è difficile persino immaginarlo. Purtroppo, anche quella città, come nel resto del Belpaese, era prigioniera di una terribile dittatura di un manipolo di briganti ed assassini, una setta terribile che tutti chiamavano La sinistra. Brunettolo viveva a corte, circondato da tutti gli onori e favori delle damigelle, attratte dalla sua avvenenza e dalla sua statura unica al mondo. Era ricco, bello e famoso: Il suo padrone Biancosilvio se lo teneva sempre accanto, sentendosi così più alto e dunque più vicino alle vette della sapienza. E gli aveva concesso una onoreficienza mai assegnata prima: lo aveva nominato signore dei tornelli. Ma Brunettolo non era felice: soffriva di una grande nostalgia per la sua amata Veneziola, da cui si era allontanato da tanti anni. E in cuor suo aveva un sogno: liberare Veneziola dal giogo oppressivo di Mastro Cacciaro, che teneva schiava la città e ne soffocava la sua naturale vocazione.

Perché Mastro Cacciaro era un fautore dell’”urbanistica bulgara”, e dalla sua abitazione, Ca’Farsetti, pensava per la città appoggiata sul mare la conservazione di un patrimonio unico che tutto il mondo invidiava al Belpaese, mentre per i suoi quartieri di terraferma lo sviluppo di piste ciclabili per incentivare l’uso della bicicletta, un noto simbolo comunista. Brunettolo, invece, che tanto aveva imparato dal suo signore e padrone Biancosilvio in materia di case e di edilizia, sognava per la sua adorata città una pioggia sana e vivificatrice: una pioggia di cemento. Per questo, si preparava a cacciare il Cacciaro, ed aveva chiamato un mastro architetto veneziano, Sior Carraro l’Umberton, che era stato un politico famoso nell’epoca d’oro di Santo Craxio, e che da sempre immaginava per la sua Veneziola  un nuovo sviluppo economico fatto di case, palazzi, ponteggi e costruzioni. Ci aveva provato molte volte, il povero Brunettolo a diventare il doge di Veneziola. Ma senza successo. Stavolta, sentiva nel Belpaese l’aria giusta: neuroni a pezzi, sinapsi arrugginite, coscienza civile ridotta ai minimi termini. Era pronto per modernizzare la città e sottrarla alla dittatura della sinistra. Il primo obiettivo era costruire in riva alla laguna, che Brunettolo sognava “luogo di connessione della città antica con la città di terraferma”, la povera Mestrole di cui nessuno parlava mai, che per Brunettolo doveva conquistare “la sue residenze sul proprio waterfront, in un paesaggio comune che avrebbe legato le due città, l’antica e la moderna”, Veneziola e Mestrole, costruendo quartieri residenziali lungo l’area della Laguna, liberandola dai vincoli paesistici ventennali che La Sinistra dittatrice imponeva ai poveri Venezianoli derelitti.

Un sogno bello, nuovo moderno. Come l’altro che Brunettolo accarezzava: Dracula Presidente dell’Avis. A nulla servivano i pareri di illustri architetti ed urbanisti del Belpaese e di Veneziola, che dicevano che “il waterfront lagunare va salvaguardato nelle sue unicità, soprattutto dai Pili a Campalto, magari anche proprio attraverso nuovi collegamenti ciclabili e pedonali che uniscano le sue isole, come previsto dal piano regolatore” o che si trattava di “una proposta demenziale perché è noto che nel Veneto e nel veneziano ci sono molte più case di quelle che servono e che il problema è semmai quello degli affitti troppo alti”. Pareri di gente invidiosa, mediocre, senza slanci e senza visione del futuro. Brunettolo per la sua adorata città voleva il meglio. E già immaginava, una volta finito il Mose, un nuovo porto alla bocca di Malamocco, la sublagunare fino al Lido, scavando canali fino a 14 metri. Sorridendo alle calunnie di chi lo accusava che ogni 50 centimetri scavati c’è un milione di metri cubi di fanghi da sistemare, e che raccontava che ai Moranzani ne erano già stati messi 3 milioni e mezzo. E già vedeva i quartieri residenziali spuntare come funghi lungo l’area vincolata della gronda lagunare, con meno aree pedonali e meno piste ciclabili, e invece strade più larghe e scorrevoli per stimolare il commercio in città. Che meraviglia, che sogno: una Veneziola finalmente libera, leggera, pronta ad occupare il posto che le spetta tra i capolavori dall’avidità umana.

Se vuoi continuare a sorridere con Brunettolo il nanolo, leggi loa conclusione del post su Giornalettismo

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