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La sbornia elettorale è passata, lasciandosi dietro la solita scia di vincitori, quasi-vincitori e quelli che “hanno tenuto”. Perché in Italia le elezioni le vincono tutti, anche quelli che le perdono. La Moratti, Berlusconi e Bossi hanno preso un’intonita a Milano, ma hai visto a Catanzaro? Il Pd perde colpi a Napoli e anche nella roccaforte Bologna: ma chi se ne importa, hai visto Torino? Il terzo polo di Fini e Casini non brilla, ma si sente l’ago della bilancia e vero vincitore.

Chissà se in questa montagna di exit poll, proiezioni, risultati e commenti avrà detto qualcosa anche Giovanni Davide Petrocelli, candidato a Sindaco nel ridente comune di Pizzone, in provincia di Isernia, 339 abitanti per la lista “Crescere insieme”. Non gli è andata proprio benissimo: ha ottenuto zero (sì, avete letto bene: zero) voti. Non c’è stato nessuno, ma proprio nessuno, disposto a votarlo: neppure se stesso o i suoi familiari. Sarà un orfano? Oppure un fantasma?

 

Chissà cosa avrà detto. Di sicuro, se Giovanni fosse un professionista della politica lo vedremmo commentare soddisfatto dalle colonne de “L’Eco del Pizzone” o dagli schermi di “Tele monte Mattone libera” il suo brillante risultato. Lo sentiremmo dire cose tipo: “Tutti insieme, non possiamo che crescere”. Oppure, meglio: “L’importante è partecipare”.
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In questo strano Paese è spesso necessario puntualizzare l’ovvio. La storia di Gianfranco Fini cacciato dal PdL, che forse ha in qualche modo favorito il cognato nell’acquisto di una casa a Montecarlo, tiene banco su tutti i media. Oscurando totalmente la condanna in appello per mafia del Senatore del PdL Dell’Utri, o il procedimento per camorra con richiesta di arresto al coordinatore regionale della Campania del PdL Cosentino, o le inchieste su pressioni per condizionare gli incarichi di magistrati da parte della cricca della cosiddetta P3 nel quale sarebbe coinvolto Dennis Verdini, coordinatore nazionale del PdL.

E allora, puntualizziamo l’ovvio: la storia dell’appartamento di Montecarlo non è bella, ma è al massimo una bagatella, imparagonabile per dimensione e gravità alle altre, specie a quella di Dennis Verdini e del Credito Cooperativo Fiorentino di cui Verdini è stato Presidente fino a un paio di settimane fa. Ora un’ispezione della Banca d’Italia – fonte un po’ più autorevole e meno sospettabile di parzialità del quotidiano di famiglia di Berlusconi – mostra per il coordinatore del PdL un conflitto di interessi per 60 milioni di euro, evidenziando “una forte concentrazione dell’erogato per settore economico e per singolo prenditore” ovvero fidi facili concessi a costruttori amici, che hanno notevolmente contribuito a rendere molto elevata “l’esposizione al rischio del credito” della banca, mettendo a repentaglio i depositi dei clienti ignari.

Elettori del PdL, ma voi comprereste un’auto usata da Dennis Verdini? E andreste a cena con Nicola Cosentino? Perché essere di destra non è assolutamente un peccato, anzi. Ma è difficile digerire un partito che caccia Fini mentre continua ad avere come coordinatore della Campania uno su cui pende una richiesta d’arresto e come coordinatore nazionale uno che gestisce una banca in modo così “disinvolto”. Uno a cui le procure hanno trovato 2,6 milioni di euro sui propri conti personali della cui provenienza Verdini non si è disturbato a fornire spiegazioni neppure minime: altro che i portaombrelli di Fini e Tulliani!

Ai moralizzatori pelosi del Giornale, ai garantisti a senso unico di Libero, ai milioni di brave persone che voterebbero ancora il PdL, perché sono conservatori o anche reazionari, una domanda: ma se Fini si deve dimettere che dovrebbe fare Verdini? La risposta potrebbe averla il grande giornalista Vittorio Feltri. Appena ottenuta la testa di Fini potrebbe lanciare un’altra petizione popolare, proponendo Verdini – che edita l’edizione toscana del suo Giornale – come nuovo presidente della Camera dei Deputati: l’uomo giusto al posto giusto, in quest’Italia da basso impero.

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I quattro punti che il premier sta facendo preparare per la partita a poker che si appresta a giocare con Fini vorrebbero essere il rilancio del programma di governo. Ma rischiano di apparire un bluff. Il primo, il fisco, è l’eterna promessa di Berlusconi. Mai mantenuta, neppure in tempi di vacche grasse: figuriamoci ora che il bilancio dello Stato viaggia sempre sull’orlo del precipizio, mentre persino conservatori incalliti come l’ex governatore della Fed Greenspan esortano a non tagliare le imposte per non mettere le finanze pubbliche sotto stress. E comunque, difficile mettere in difficoltà Fini su questo fronte. Direbbe sì, senza se e senza ma. La patata bollente ce l’avrebbe in mano Tremonti.

Il piano per il Sud arriva dopo due anni di scippi continui dei fondi per il mezzogiorno e dopo un anno di promesse mancate. Da quello che si è capito, sarà l’ennesimo gioco delle tre carte: riprogrammazioni di soldi stanziati ma non spesi, da concentrare i 4-5 grandi progetti anziché in quelli di piccola e media taglia. Melina pura, dato che tutti sanno che se è difficile spendere in fretta soldi per i progetti piccoli, è impossibile farlo per quelli faraonici. Ma anche qui, Fini non avrebbe problemi: i veri guai sarebbero per Scopelliti, Caldoro, Lombardo e Vendola. Perché ancora una volta, i fondi sarebbero scippati alle Regioni mettendoli sotto la responsabilità di Fitto o di Tremonti. Alla faccia del federalismo!

Già, il federalismo. Qui Fini potrebbe avere delle rogne, se non fosse che fino ad ora il federalismo è rimasto una dichiarazione d’intenti, leggi delega che sono scatole vuote e rimandano a decreti attuativi che, quando vengono emanati, sono a loro volta scatole vuote che rimandano ad altri decreti. Carta che produce altra carta, un federalismo virtuale di roboanti slogan e nessun nodo vero sciolto. Lo diciamo da tempo, ora se ne cominciano ad accorgere anche altri. E l’ostacolo sino ad ora non è stato mica Fini: la Lega che predica bene e razzola male, perché tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, le resistenze di tutto il Pdl a sud di Bologna a partire dai governatori del Sud. Lo stesso Tremonti, che teme – giustamente – che la quadra si troverà aumentando l’autonomia fiscale a nord ma anche aumentando i trasferimenti perequativi a Sud, con un costo aggiuntivo del governo centrale di fatto insostenibile, specie in questi tempi. Pare di vederlo, Fini, sogghignare di fronte alle proposte di Berlusconi: se sono penalizzanti per il Sud, gli regaleranno valanghe di voti nel mezzogiorno. Se no, non faticherà ad accettarle: il problema sarà di Bossi, mica il suo.

Ed ecco che alla fine, l’unico vero nodo è – tanto per cambiare – la giustizia. Ma qui tutto dipende dai contenuti. Se si mette in piedi una vera riforma della giustizia, specie di quella civile, una riforma per la gente, difficile che Fini sia in difficoltà. Se invece si pensa solo alle leggi ad personam e alla difesa dell’impunibilità delle cricche, ad essere messo in difficoltà di fronte al Paese sarà più Berlusconi di Fini, che non farà altro che continuare il gioco – sin qui perfettamente riuscito – del cane da guardia della legalità.

Insomma, se queste sono le carte, il rilancio sarà un semplice bluff. Non servirà a mettere Fini nell’angolo, gli basterà andarle a vedere. Sì, ne vedremo delle belle.

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E’ vero che, come ha evidenziato ieri Donato De Sena, il redde rationem nel Pdl infila Gianfranco Fini in un vicolo cieco e che per lui gli scenari futuri non promettano nulla di buono. Ma se Fini si prepara a piangere, non è che Berlusconi ha molto da stare allegro.

Si troverà a gestire una maggioranza indebolita, esposto ai ricatti dello stesso Fini e alle trappole dei suoi amici più fidati, Tremonti in testa. Con al suo fianco la spina Umberto Bossi, alleato tutt’altro che affidabile come il ’94 dovrebbe ricordare, che farà pesare la sua golden share sul governo molto più di adesso, a partire dal “suo” federalismo. Un Parlamento che assomiglia ad un Vietnam o più probabilmente ad una palude dove non si decide più nulla. Mentre la crisi economica, che non aiuta a guadagnare consensi, non è finita.

Berlusconi non dovrà preoccuparsi tanto del tema legalità – che a molti italiani non interessa, ma che alla lunga può comunque logorarlo – ma soprattutto della questione Sud. Perché rischia di trovarsi stretto tra l’abbraccio mortale del “fedele” alleato nel Nord e la concorrenza del binomio Casini-Fini, oltre che dell’astensionismo, che può eroderne il consenso al Sud. Perdendo voti sia qui che là, come è già accaduto in questi due anni, basta guardare i numeri elettorali.

Può anche darsi che vinca l’ennesima scommessa elettorale, vincendo le ormai non improbabili elezioni anticipate. Ma dopo il voto sarà ancora più debole politicamente. E avrà in ogni caso mandato definitivamente in soffitta quell’immagine di “statista” e “pacificatore” che aveva provato ad indossare dopo le ultime elezioni. Perdendo così la partita che davvero conta più di tutte, forse il vero motivo di questa guerra fratricida: il Quirinale.

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Il Presidente del Consiglio, stretto tra processi in corso e voci insistenti di nuove indagini a suo carico, l’altro ieri sera durante l’ufficio di presidenza del PdL  è sbottato, parlando di parte della magistratura come di una forza eversiva, che “sta attentando alla vita del governo e rischia di portare il Paese sull’orlo della guerra civile”, anche se l’ufficio stampa di Palazzo Chigi ha smentito – con un certo ritardo, in verità – quest’ultima parte della dichiarazione.

Giorgio Napolitano ha lasciato passare solo poche ore, e poi ha detto la sua. Lo ha fatto con l’aplomb istituzionale che ne caratterizza il mandato. Come spesso capita, le sue dichiarazioni sono interpretate in molti modi. La più diffusa è quella di un sostanziale “state boni se potete”, rivolto a tutti. Anche – per alcuni, soprattutto – alla magistratura. Ma siamo sicuri che sia proprio così? Gianfranco Fini, che non è certo l’ultimo arrivato, nel manifestare apprezzamento all’intervento del Presidente della Repubblica ha sottolineato come vada letto e apprezzato “nella sua totalità”.

Leggiamo allora  il comunicato del Quirinale, nella sua totalità. “L’interesse del paese – che deve affrontare seri e complessi problemi di ordine economico e sociale – richiede che si fermi la spirale di una crescente drammatizzazione, cui si sta assistendo, delle polemiche e delle tensioni non solo tra opposte parti politiche ma tra istituzioni investite di distinte responsabilità costituzionali”.
“Va ribadito – ha continuato il Capo dello Stato – che nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del Parlamento, in quanto poggi sulla coesione della coalizione che ha ottenuto dai cittadini-elettori il consenso necessario per governare. E’ indispensabile che da tutte le parti venga uno sforzo di autocontrollo nelle dichiarazioni pubbliche, e che quanti appartengono alla istituzione preposta all’esercizio della giurisdizione, si attengano rigorosamente allo svolgimento di tale funzione.”

Questo messaggio “nella sua totalità” è arrivato poche ore dopo la dichiarazione – davvero sopra le righe – di Silvio Berlusconi, e dopo giorni in cui gli ambienti vicini al Presidente del Consiglio ventilano la minaccia di elezioni anticipate a cui Silvio chiamerebbe il popolo se non dovesse riuscire a coprire con qualche legge più o meno ad personam i suoi guai giudiziari presenti e futuri. “Nella sua totalità”, in questo momento, l’intervento di Napolitano sembra soprattutto un avviso al premier. Che, in linguaggio meno “presidenziale”, potrebbe suonare più o meno così.

“Caro Silvio, prima di dire certe cose conta fino a dieci: perché i magistrati non devono esagerare ma devono fare il loro dovere. Ricordati che un governo può cadere solo se perde la fiducia della sua maggioranza e che il potere di scioglimento delle camere ce l’ho io. Quindi, prima di farlo, dovrei verificare che non hai più la fiducia della tua maggioranza in parlamento. Immagina la scena: Bondi, La Russa, Gasparri e Quagliariello che negano la fiducia a Berlusconi. Sei sicuro che i cittadini-elettori che ti hanno dato il consenso per governare e che aspettano risposte nell’interesse del paese che deve affrontare seri e complessi problemi di ordine economico e sociale capirebbero? Ti conviene davvero questa crescente drammatizzazione, cui si sta assistendo, delle polemiche e delle tensioni?

Uomo avvisato, mezzo salvato. Affettuosamente tuo, Giorgio”

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo


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Per le elezioni europee si respira, finalmente, aria di novità. Merito come sempre di Silvio Berlusconi, che vuole un profondo rinnovamento della rappresentanza italiana al parlamento europeo. Una rappresentanza che come abbiamo scritto in altre occasioni, è stata spesso scadente: scarse presenze in aula e nelle commissioni, poca conoscenza delle lingue, difficoltà di stabilire relazioni interpersonali, che nel mondo di oggi sono la base per essere ascoltati, considerati e rispettati. E Silvio, che conosce bene gli esseri umani, ha trovato – come sempre! – la soluzione giusta per essere più considerati dalla politica che conta. Un rinnovamento che si basa sulla scelta di “gente altamente specializzata, che in tutte le 23 commissioni ci siano dei professionisti”. Gente che sappia relazionarsi con gli altri, di bella presenza e che conosca l’uso delle lingue. Ed eccolo allora al lavoro, scegliendo personalmente e dopo un accurato esame, scritto e soprattutto orale, tante belle facce nuove. Una schiera di donne: belle, brave, intelligenti. Con curriculum di tutto rispetto, preparate su tutto, dall’ambiente all’economia, dalla scuola alla salute. Anche a rischio di far infuriare la mogliettina Veronica, preoccupata per il superlavoro a cui è costretto il suo adorato maritino. Ma che risultati, quanta bella gente! Gente come l’ex annunciatrice Rai Barbara Matera, l’affascinante pianista sassarese Cristina Ravot e Licia Ronzulli, Angela Sozio la rossa del Grande Fratello e Albertina Carraro (figlia di Franco). Gente come Eleonora Gaggioli che può vantare addirittura di aver recitato in Don Matteo e in Elisa di Rivombrosa, Camilla Ferranti, reduce da Incantesimo e la giornalista….(NOME RIMOSSO A RICHIESTA DELL’INTERESSATA). Gente in gamba, e per nulla incline alla piaggeria o al servilismo: gente come Giovanna Del Giudice, vicepresidente del movimento “Silvio ci manchi”. Ovviamente ci sono anche le piacevoli conferme: le deputate Lorenzin, Giammanco e Mannucci, dette anche 90-60-90. Purtroppo, come al solito, c’è chi per invidia, cattiveria, mancanza di rispetto,  critica e insulta. Oltre ai soliti comunisti acidi, stavolta ci si mettono anche quelli della Fondazione Fare futuro. In un  articolo pubblicato sul web magazine della fondazione del noto sovversivo Gianfranco Fini, attaccano ingenerosamente le scelte del premier. "Le donne non sono gingilli da utilizzare come specchietti per le allodole e la cooptazione di giovani, talvolta giovanissime, signore di indubbia avvenenza ma con un background che difficilmente può giustificare la loro presenza in un’assemblea elettiva come la Camera dei deputati o anche in ruoli di maggiore responsabilità è un modo di fare politica con il corpo delle donne. Niente a che vedere con il bravo Gianfranco, che riuscì a portare in politica un genio come Alessandra Mussolini. Proseguono i futuristi di Fini: “Assistiamo ad una dirigenza di partito che fa uso dei bei volti e dei bei corpi di persone che con la politica non hanno molto a che fare, allo scopo di proiettare una falsa immagine di freschezza e rinnovamento. Questo uso strumentale del corpo femminile, al quale naturalmente le protagoniste si prestano con estrema disinvoltura, denota uno scarso rispetto da un lato per quanti, uomini e donne, hanno conquistato uno spazio con le proprie capacità e il proprio lavoro, dall’altro per le istituzioni e per la sovranità popolare che le legittima". E l’adorata mogliettina Veronica, che parla di “Ciarpame senza pudore attraverso il paravento delle curve e della bellezza femminile, e con la sfrontatezza e la mancanza di ritegno del potere che offende la credibilità di tutte e questo va contro le donne in genere e soprattutto contro quelle che sono state sempre in prima linea e che ancora lo sono a tutela dei loro diritti” Mara Carfagna avrà certamente letto ed applaudito la mogliettina del capo. E sarà rimasta sorpresa dalle incredibili rivelazioni contenute nell’articolo di FareFuturo: l’Italia ha una bassa percentuale di donne elette alla Camera dei deputati (21,3%). Chissà chi ha deciso le liste, forse è stato il Grande puffo. Altra incredibile rivelazione è che l’Italia, insieme a Grecia e Portogallo, ha pochissime donne ministro, e addirittura sembra che vengano messe in posti di scarsa rilevanza, solitamente senza portafoglio, oppure tradizionalmente "femminili", come l’istruzione. La Ministro Gelmini ha trasecolato: non ci voleva credere! Bravo Fini, bravi amici della Fondazione Fare Futuro. Meno male che c’è la destra di regime, che ci spiega queste cose che noi, gente di sinistra abituati alla frequentazione dei salotti buoni (l’edicolante, il bidello, il professore delle medie, l’impiegata di banca) non avevamo mai notato! Mentre tornate a dormire, vogliamo dirvi che le cose nel tempo sono comunque molto cambiate: qualche anno fa era il glorioso tempo dei nani e le ballerine, oggi è il tempo di Silvio e le Veline. E’ un grande cambiamento, ammettetelo: ora si volta pagina. Anzi, per colpa vostra (e forse della mogliettina arrabbiata?) Silvio è stato costretto ad una parziale marcia indietro: alle bellocce con poca esperienza e conoscenza del parlamento è stato costretto, accidenti a voi, ad affiancare persone esperte, solide, di provata fede e rettitudine morale. Dei professionisti: Paolo Cirino Pomicino, (o, per rinnovare, sua figlia). E soprattutto la trionfale candidatura di ritorno del figliol prodigo del PdL: Clemente Mastella. Scriveteci un bell’articolo!

A proposito: per gente competente, brava, intelligente, giovane (indipendentemente dalla misura del reggiseno), ci sarà spazio la prossima volta. Forse.

Buon tutto!

 

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In Parlamento i vecchi quadri paludato-democratici che da 60 anni imbrattano le pareti e che rabbuiavano l’umore dei parlamentari, sono spariti. Al loro posto, passeggiando in Transatlantico, i deputati vedono un manifesto allegro e colorato, che mostra il viso sorridente del Presidente del ConSilvio e sotto una scritta a caratteri cubitali:  Berlusconi vuol dire fiducia. E’ stato un toccasana per i poveri onorevoli, che da anni si lamentavano per il troppo lavoro. Si dovevano documentare, a volte persino leggere e studiare carte e atti, ascoltare noiose audizioni e partecipare alle riunioni delle Commissioni parlamentari, talvolta addirittura scrivere gli emendamenti: una fatica improba. Ma, come dice la canzone, meno male che Silvio c’è. E lui la soluzione l’ha trovata: basta impegni, basta fatica, basta con le fastidiose incombenze che rendono deputati e deputate sempre cupi e tetri. Chi prende le decisioni per l’Italia deve essere allegro e ottimista, divertirsi e quindi  avere la mente sgombra. E tanto tempo libero per far shopping,  per stare con la famiglia, per fare l’amore con l’amante. Per tutto il resto, c’è Master Silvio. Pensa a tutto lui: le leggi se le scrive, se le rilegge, le riscrive (quando – molto di rado – s’accorge di avere fatto qualche sbaglio: nessuno è perfetto!). Purtroppo, ancora, non può votarsele da solo. Ma è abituato a far miracoli e prima o poi, con una bella riforma costituzionale, anche questo problema sarà risolto. Per ora però ha ancora bisogno dei parlamentari. Così, al momento giusto…Un sms sul telefonino, il deputato è costretto a interrompere i suoi impegni, e a  precipitarsi a Montecitorio. A quel punto, un bel voto di fiducia, e…zac! Il gioco è fatto! Ma i parlamentari, che in fondo in fondo (molto in fondo) sono brave persone, non si lamentano mai. Anzi, sono grati al presidente del ConSilvio, perché per loro da quando c’è lui le cose sono davvero migliorate. Per ora solo per loro, certo, ma prima o poi (più poi che prima), con un po’ di pazienza, verso il 2223 verrà anche il nostro turno. Sempre che qualcuno non guasti la festa, come ha fatto stavolta quel rompiscatole di Gianfranco Fini, che quando ha visto quei manifesti in Transatlantico, si è sentito profondamente offeso. Perché con Berlusconi c’era un preciso accordo: Fini doveva fare il presidente della Camera, lasciando fare a Berlusconi e a Bossi tutto quello che volevano mentre lui se ne stava buono e fermo, solo con il permesso di scodinzolare di tanto in tanto. Ma in parlamento, al posto di quei quadri noiosi, Berlusconi aveva promesso a Fini le foto osé della Carfagna. E Fini si è fidato, perché sa bene che Berlusconi vuol dire fiducia. Invece si è ritrovato il faccione di Silvio anche in Parlamento. Ed è sbottato. Però Gianfranco è anche un po’ingrato. In fondo, cosa pretende? Silvio prima gli ha permesso di unirsi a lui, fondando assieme il Partito della libertà (la sua, s’intende!). Lo ha anche fatto eleggere ad una carica importante, che Fini non se la sarebbe sognata quando, fanciullino con fischietto e moschetto, faceva il saluto romano sgambettando tra le gambe missine di Almirante. E invece ecco che proprio Gianfranco, fu alfiere del Presidenzialismo, si converte sulla via di Damasco della centralità del Parlamento a ballare il valzer del distinguo. Povero Silvio, quante ne deve sopportare! Per fortuna che, generoso come sempre, Berlusconi non solo non si è arrabbiato, ma ha lodato Fini per come svolge il suo ruolo istituzionale: in modo non partigiano. Un modo che Silvio apprezza moltissimo, perché anche lui – come Gianfranco – ha sempre preferito la repubblica di Salò, dove tra l’altro si mangia ottimo pesce di lago. E così ha gettato a Fini il solito osso e gli ha consigliato di dire tutto quello che vuole, basta che non rompa i Maroni (Roberto) a Bossi. Altrimenti, gli manda La Russa ogni notte a svegliarlo. Non la sorella sovietica della Carfagna: proprio Ignazio La Russa. Come spaventa la gente di notte lui non ci riesce davvero nessuno. Fidatevi. Berlusconi vuol dire fiducia.

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