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l semestre europeo con Presidenza italiana si è appena concluso. C’é chi dice che è stato un successo (Renzi) c’é chi dice che è stato un fallimento (i suoi detrattori). A leggere la sintesi (alla faccia: 135 pagine!) i risultati sembrano imponenti. Ma concretamente, cosa è cambiato in Europa in questi mesi? La risposta è facile: poco o nulla. Forse, solo una maggiore attenzione (molto di forma, poco di sostanza) alla crescita. Ed è sconfortante.

Semestre europeo

Sconfortante, perché nel semestre di Presidenza europea italiana si erano scaricate tante (false) speranze. Napolitano ha appositamente aspettato la fine del semestre per dimettersi, come pare farà domani. Molti sostennero che Letta si infuriò moltissimo con Renzi non perché gli soffiò il posto da premier, ma perché ci teneva tanto a gestire in prima persona i dossier della presidenza italiana. Renzi prese il posto di Letta non perché voleva fare fortissimamente il Presidente del Consiglio, ma per dare il suo impulso alla Presidenza italiana del Consiglio Europeo.

Mah. La verità – e, diciamolo subito, non dipende da Renzi, da Letta, da Napolitano e neanche dal Sor Capanna – è che così com’é il semestre di Presidenza dell’Unione europea non significa (quasi) niente. E, in generale, l’Europa così come l’hanno trasformata i nani politici che l’attraversano (nessuno escluso, signora Merkel) serve a poco.

E sì che di Europa avremmo un gran bisogno. Tutti: italiani, francesi, spagnoli, tedeschi. Ma per quello servirebbe la Politica, con la P maiuscola: la coesione degli Stati che aiuta quella dei popoli, la voglia di gettare il cuore oltre l’ostacolo e di guardare oltre l’orizzonte del proprio orticello, pensando europeo più che italiano, tedesco, francese. Cose che mancano, e che neppure la manifestazione di Parigi – frutto dell’emozione di un momento e non di radici europee profonde e condivise (che pure potrebbero spuntare facillmente, se volessimo) – riuscirà a portare, almeno per ora.

E così, il semestre europeo italiano è passato. Lasciamo stare le polemiche (inutili): il semestre europeo lettone sta arrivando, e tra un semestre passerà. Io mi sto preparando. A nessuno frega un tubo. E questa, (purtroppo) non è una novità.

E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

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E bravo Renzi che si fa il selfie con Edi Rama, premier dell’Albania. E bravo Renzi che si dice primo sponsor dell’ingresso dell’Albania nell’Unione Europea. E bravo Renzi che chiede di allargare l’Unione Europea a quei paesi che ancora non ne fanno parte.

Renzi amici Albania

Bravo. Perché di Europa abbiamo un gran bisogno. E gli amici dell’Albania – e di altri Paesi – devono farne parte, perché l’Europa non è di uno (anzi di una, la Merkel) ma di tutti.

Solo una domandina. Che pensa Renzi delle battute del premier albanese, Edi Rama, che mentre lui parlava di quest’Europa che verrà nel frattempo ha detto molto concretamente agli imprenditori italiani “Venite in Albania perchè da noi non ci sono i sindacati, perché da noi le tasse sono al 15 per cento”? Non è dato saperlo. Renzi ha taciuto, e sì che dev’essergli costata fatica.

Non per confutare l’inelegante messaggio; il “dumping” tra Paesi più ricchi e meno ricchi c’é sempre stato e sempre ci sarà, anche così costruimmo il boom degli anni ’60. Ma per l’idea di Europa che sottende. Insomma, che Europa vogliamo? L’Europa della Merkel no di certo. E forse nemmeno quella di Junker.

Ma se l’Europa che sogna il nostro Matteo Renzi è quella ipotizzata (certo è una battuta, o forse solo un selfie innocente…) da Edi Rama, il premier degli amici dell’Albania, un Europa senza sindacati(che devono cambiare, non sparire), con le tasse basse (che vuol dire, in relatà, regressive, eh…), con un welfare inesistente, insomma un’Europa che combatte le sfide della globalizzazione guardando al passato e non volando verso il futuro…Beh, allora è un’Europa che non piace mica tanto.Ci pensi, Mr. Renzi, tra un selfie e l’altro, un botto di capodanno a l’altro, un tweet e l’altro. E ci pensino anche gli amici dell’Albania.

Buon anno a tutti. Soprattutto buon anno a chi crede nell’Europa che vola verso il futuro, non che torna al passato. E chissà che verrà dopo o se preferite what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Della vulgata anti Euro che tanto piace ai demagoghi di mezza Europa e che anche in Italia trova entusiastiche adesioni colpiscono tre cose: la prima è la sopravvalutazione dei vantaggi, la seconda è la sottovalutazione dei costi, la terza è la presunta “facilità” dell’operazione.

euro

Sulla facilità basta pensare che il percorso inverso (dall’Euro alla lira) è durato tre anni. Sui vantaggi, purtroppo semplicemente non ce ne sono: chi vende come possibile il “recupero di competitività” dimentica non solo l’inflazione che si scatenerebbe – perché molte merci che compriamo sono prodotte all’estero – ma, soprattutto, il fatto che per molti prodotti “Made in Italy” le materie prime arrivano da fuori.

E’ l’applicazione del solito cialtronismo italiano anche in materia economica. Perché mentre è doveroso prendere atto che la questione Europa è stata affrontata nel modo sbagliato da burocrazie e governi e quindi bisogna invertire al rotta, è ridicolo pensare che la via migliore per raddrizzare la baracca sia la fuga.

Neanche i bambini – almeno quelli più svegli – risolvono così i problemi.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Mentre si consuma il dramma dell’agibilità politica di Berlusconi (in italiano: garantire impunità ad un condannato in via definitiva per gravi reati) quasi nessuno si è accorto del nuovo rapporto della Commissione Europea sulla competitività regionale: oltre 70 indicatori, che misurano capacità innovativa, efficienza della PA, stabilità economica, efficienza del mercato del lavoro e dei sistemi di educazione, sistemi di welfare e sanitari di tutte le regioni europee.

index

Sarà che è Agosto, e a parte il destino di Berlusconi il resto non conta, in questo paese. Ma è l’ennesima certificazione che l’Italia sta andando in pezzi. Si salva solo il sistema sanitario del centro nord. Il resto fa paura. E comunque nessuna regione italiana, neanche la Lombardia, sta tra le prime cento regioni europee. Non solo: peggioriamo quasi ovunque, a nord come a sud. Accelerando quel declino che è in atto ormai da oltre vent’anni.

Non stupisce, ormai, che nessuno se ne occupi, nell’”Italia che conta”, troppo distratta a salvare il pregiudicato a destra e a fregarsi a vicenda a sinistra. E neppure che quei pochi che l’hanno fatto continuino a parlare d’altro, riducendo tutto alla solita litania del “troppe tasse”, “Roma ladrona” e altre menate.

Stupisce che la gente comune, il popolo italiano, non dica finalmente: adesso basta. E non rivolgendosi a un altro guitto di cartone come Grillo. Ma prendendo in mano, prima della fine imminente, il nostro destino di italiani.

Svegliati, Italia.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

L’Unione europea ha deciso che i Paesi usciti dalla procedura di deficit eccessivo – Italia inclusa – avranno una maggiore flessibilità di bilancio nel 2014; facoltà subordinata a molti limiti, per cui cantare vittoria è da sciocchi. Ma siamo il Paese delle larghe intese. E allora c’é anche chi, come Daniele Capezzone, portavoce del Pdl, ha subito gridato ai quattro venti che la deroga va usata per “abbassare le tasse” e non per aumentare la spesa per “investimenti pubblici” che – la storia insegna – sono sempre improduttivi.

E’ vero che moltissimi economisti pensano che la spesa pubblica “per investimenti” sia utile, inclusi diversi liberisti; questi ultimi semmai contestano la cosiddetta spesa “primaria”, quella che serve per le attività “correnti”: pagare gli stipendi dei pubblici dipendenti, per acquistare beni e servizi e cose del genere. Ma sono dettagli, nel Paese delle larghe intese: Capezzone lo sa.

E non importa neppure che la Commissione europea abbia spiegato che la deroga sarà concessa solo se “collegata a spesa pubblica su progetti co-finanziati dalla Ue nell’ambito della politica strutturale e di coesione, delle reti trans-europee e della Connecting Europe Facility”.  Dettagli anche questi. Siamo nel Paese delle larghe intese.

E allora, dopo la Santanché Vicepresidente della Camera, perché non proporre Capezzone Presidente, o almeno Ministro dell’Economia, al posto di quell’incompetente di Saccomanni?

Pubblicato (nache) su Giornalettismo

Cara Europa, volevo farti gli auguri per il tuo compleanno. Perché, anche se forse te lo sei dimenticata, sei nata in una ridente cittadina olandese, Maastricht, fanno giusto ventuno anni oggi. Non te la stai passando bene, come capita a tutti i giovani della tua età in questo periodo confuso dove sono troppo i vecchi a comandare.

Anche se hai vinto il premio Nobel, anche se sei una ragazza piena di vita, con u grande avvenire dietro le spalle, non sei felice come dovresti. Forse perché guardi al futuro con troppa preoccupazione, forse perché il tuo futuro se lo sono mangiato quelli che ti hanno fatto nascere e avrebbero dovuto garantirti un po’ più di serenità e di fiducia nell’avvenire.

Però, cara Europa, anche se hai qualche guaio che ti invecchia il viso di giovane ragazza aperta al mondo e alla vita, io ti scongiuro di non farti abbattere. Anche se tutto sembra andar storto, anche se le cose vanno male e all’orizzonte si vedono solo nubi e si annunciano tempeste, ho una grande fiducia che ce la farai.

Perché sei giovane, bella come nessun’altro al mondo, e del miscuglio di popoli, culture, idee e tradizioni difficili da conciliare che ti hanno fatto nascere c’è una grandezza che va ben oltre le miserie del quotidiano.

Perciò, vai a testa alta, sorridi, combatti per il tuo futuro. E vedrai che in un modo o nell’altro, anche tu – com’è accaduto ai tuoi nonni e bisnonni circa settant’anni fa, ce la farai.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

L’Italia è un contribuente netto dell’Unione Europea: versiamo al bilancio dell’Unione Europea più di quanto riceviamo; come Germania e Francia, ma con la differenza che siamo il Paese che versa la quota più alta in rapporto al Pil. L’Italia riceve per l’agricoltura meno di Spagna e Francia, e – rispetto al valore aggiunto agricolo – anche meno della Germania, Paese meno “agricolo” di noi. L’Italia ha una parte di paese – il Sud – decisamente tra le meno sviluppate d’Europa, dove vivono milioni di persone. Ma riceve dall’Unione meno soldi di Grecia e Portogallo.

Come viene fatto notare qui, non si tratta di un complotto ai nostri danni; più semplicemente, mentre gli altri mandano a Bruxelles i migliori tra i loro funzionari più giovani, noi mandiamo in “gita premio” gente prossima alla pensione. Mentre i Parlamentari del resto d’Europa stazionano a Bruxelles, partecipando ai lavori delle Commissioni, i nostri restano a casa a “curare il collegio elettorale” (sic!). Mentre le associazioni di categoria tedesche, francesi e spagnole fanno “lobbying”, le nostre non sano neppure dove sia Bruxelles.

Leggere finalmente che il ministro Moavero è pronto – era ora! – a mettere il veto al maxivertice che sta per aprirsi sul bilancio 2014-2020 dell’Unione Europea se non verranno rispettati gli interessi italiani è una buona notizia. Forse nessun politico italiano sa che si sta per tenere questo vertice; e questa è la migliore risposta ai tanti politici di destra, centro, sinistra, leghisti e neo casalgrillini sul perché, nonostante tutti i suoi sbagli, il miglior governo possibile per l’Italia è quello di Monti e dei suoi professori.

Com’è triste essere italiani, a volte.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

C’è grossa crisi in Europa. Più che il vento degli spread e delle incertezze tattiche di bassa lega dei super vertici, è l’idea di “Nazione europea” che sembra sul punto di dissolversi; altro che premio Nobel. Tra i tanti esempi, c’è il rischio concreto che venga chiuso per mancanza di fondi il progetto “Erasmus”, nell’indifferenza generale.

L’Erasmus da 25 anni fa passare i giovani studenti europei un po’ di tempo in un’università straniera. L’hanno fatto in 25 milioni. Giovani che hanno respirato altre arie, conosciuto posti e costumi diversi. Si sono incontrati, amati, sposati: tedeschi con spagnole, greche con francesi, polacchi con portoghesi. Un milione di bambini europei è nato da coppie create dall’Erasmus.

Questo formidabile strumento di integrazione, questa macchina per costruire l’Europa dei popoli costa 90 milioni di euro all’anno. Tanti? Sicuramente meno dei 180 milioni di euro che servono a mantenere la doppia sede del Parlamento di Bruxelles e Strasburgo. Ma vuoi mettere la periodica gita in Alsazia di documenti, faldoni, parlamentari a cui la Francia – in nome di un incomprensibile “grandeur” – costringe l’Europa con l’utopia concreta di milioni di giovani europei che s’incontrano?

Da giovani, sì; quando hai ancora quella voglia di guardare l’altro nel profondo degli occhi, di leggergli dentro, capire, imparare, amare. Giovani che s’incontrano, si conoscono si capiscono e assieme, piano piano, creano una “Nazione”.

L’Erasmus è il vero simbolo dell’Europa. Salvarlo è continuare a sperare nel sogno. Come salvare le notti d’amore. Lo stanno uccidendo, e stiamo tutti zitti.

C’è grossa crisi, in Europa.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Una volta in Europa c’era la guerra. Sembra una favola, invece era solo ieri. Si combatteva per il carbone, per l’acciaio, per il pane. Il sangue scorreva a fiumi sul continente messo a ferro e a fuoco da odi, egoismi, nazionalismi ciechi.

Poi un gruppo di uomini non guardò alle future elezioni, come fanno i politici, ma alle future generazioni. Non erano dei, non erano geni. Solo uomini di buona volontà, persone con pregi e difetti, limiti e dubbi. Ma che, guardando le macerie del Belgio, dell’Italia, della Germania, della Francia si dissero: “mai più guerre tra noi, mai più guerre su questi suoli”.

Uomini come Adenauer, De Gasperi, Monnet, Spinelli. Uomini come Robert Schumann, un francese di origini tedesche, che il 9 maggio del 1950 disse che “il contributo che un’Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche”.

Sapevano che non era facile. Sapevano che sarebbe stato un cammino lungo e faticoso, perché “l’Europa non potrà farsi un una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto.” Sapevano questo, e molto altro.

C’era una volta in Europa gente come loro. Forse c’è ancora, nascosta tra i piccoli uomini e donne di oggi, troppo preoccupati delle future elezioni per pensare alle future generazioni. Ciechi, sordi, muti di fronte al rischio che quello che è stato possa davvero tornare.

Non lasciamoglielo fare.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Lucia guarda fuori dalla finestra, il mare è agitato sotto il cielo grigio. Dall’altra parte, lo sa, in un qualche punto imprecisato dell’orizzonte, c’è Atene. Il Partenone, la Grecia classica studiata sui libri, la Grecia visitata da piccola con mamma e papà, la Grecia rivista da grande.

Lucia sa che la Grecia è messa male. Per colpa dei greci, dicono alcuni. Per colpa dei tedeschi, dicono altri. Ma Lucia pensa che adesso, più che stabilire chi ha torto e chi ha ragione, c’è da guardare al futuro. Lucia non ne capisce molto, ma una cosa l’ha capita.

Non le piace questa sorta di Risiko che alcuni uomini e donne potenti – alcuni greci, alcuni tedeschi, altri francesi o ci chissà quale Paese – stanno giocando sulla pelle di milioni di persone. E che siano greci, tedeschi, spagnoli, francesi o italiani a pagare il prezzo più alto a Lucia importa poco.

Lucia è nata ad Atene, da padre tedesco e madre francese, ma vive in Italia, la terra di sua nonna, perché un giorno si è innamorata di Marco. Qui vive con i suoi figli. E se le chiedono di dove si sente risponde: “Sono una ragazza dell’Europa”.

Lucia guarda il mare in tempesta, il cielo sembra nero. Pensa che non le piacerebbe morire per Atene. Ma non le piacerebbe neppure che Atene morisse.

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