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strage_bologna

Un uomo è seduto su una panchina della stazione. Sta aspettando il treno, che tarda ad arrivare; un treno da Bologna, il regionale delle 10 e 25. Ma non si è visto, non si vede. Quell’uomo è lì ed aspetta.

Aspetta sua moglie e sua figlia, che tornano da una vacanza; chissà quante cose da raccontare, risate da condividere, giorni da ricordare. L’uomo è sempre lì, aspetta in silenzio. Lo sa che sua moglie e sua figlia devono aver preso quel treno da Bologna, il regionale delle 10 e 25; eppure, quel treno non arriva, è in ritardo. Ma non è il solito ritardo dei treni d’agosto delle ferrovie italiane: è un ritardo lungo 35 anni, il ritardo di un treno che si è perso dietro una lunga scia di sangue, da Piazza Fontana all’Italicus, da Piazza della Loggia a Ustica.

35 anni di silenzi, di omertà, di domande senza risposta. 35 anni senza sua moglie e sua figlia, senza moglie, figli, mariti fratelli di tanta gente che aspetta in silenzio alle fermate dei treni, di treni che non arriveranno mai più. Quell’uomo è seduto, aspetta invano un treno da Bologna che non arriverà, aspetta sua moglie e sua figlia. Una moglie che non gli invecchierà accanto, una figlia che non vedrà crescere. Mentre attorno le cicale friniscono sotto il sole d’agosto.

Un uomo è seduto su una panchina della stazione. Aspetta. Aspetta almeno una risposta alle sue domande, che rimbalzano su un muro di gomma lungo 35 anni. Aspetta da troppo tempo. Aspettiamo anche noi, anche se distratti dal frinire delle cicale.

E siamo un po’ stanchi di aspettare.

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