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Io non so per certo cosa succede alla Grecia e all’Euro con Tsipras. Lo scopriremo solo vivendo. Ed è bellissimo questo diluvio di applausi che da sinistra (e anche da destra, miracoli dell’Europa!) cala sul giovane primo ministro ellenico trionfatore alle elezioni. So però per certo che la “scommessa” del neo premier greco è sostanzialmente, di ridare fiato ai suoi concittadini – stremati da politiche di austerità assurde e da diktat della Troika indifendibili da chiunque sano di mente – sostanzialmente rinegoziando il debito che il suo Paese ha con il resto d’Europa. Ovvero con noi.

Tsipras_syriza

Come ci viene spiegato minuziosamente qui, i contribuenti italiani sono tra i maggiori creditori della Grecia. Dunque, se Tsipras avrà successo, il rifiatare dei greci (che è cosa buona e giusta) verrà ottenuto scaricandone una parte non banale del costo sui contribuenti (anche) italiani.

Non so se anche questa sia una cosa buona e giusta: forse sì; ma forse anche no.

Ma una cosa la so: non è, non può essere, non sarà mai di sinistra. O, almeno, dell’idea di sinistra che io avevo in mente quando ero ragazzo. Io che mi sento (ancora) di sinistra. E chissà che verrà dopo. O, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

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Camicia bianca per tutti: Matteo Renzi, Manuel Valls (primo ministro francese), Pedro Sanchez (leader del Psoe spagnolo) e il vice premier olandese, Diederik Samson. Assieme sul palco della festa dell’Unità di Bologna, i leader emergenti della sinistra europea.

Camicia-bianca-sinistra

Bene! Qualche spruzzata di gioventù, nella paludata politica europea, specie in quella di sinistra, ci voleva. Ben venga il cambio di look, e ben venga anche il patto del Tortellino, immortalato dalle foto intrise di candore per le magnifiche sorti e progressive della sinistra che verrà. E pazienza se i duri e puri della nostalgica sinistra che fu storceranno il naso. Meglio la camicia bianca Obama style che il camice bianco di dottori al capezzale del malato progressismo con le facce tristi e un po’ vecchie di D’Alema, Shulz e chissà chi altro.

Solo un dubbio: il rinnovamento del look è anche un vero (e benefico!) rinnovamento degli ideali di una sinistra europea che, dopo il crollo (benefico?) delle ideologie si trova da tanto, troppo tempo a corto di idee, anche solo decenti. Oppure è più semplicemente la resa – più o meno incondizionata – al dio del marketing, ché tanto delle idee ormai non frega più nulla a molti (tendenti al nessuno)?.

Sul ponte sventola camicia bianca. E chissa che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Cantava Giorgio Gaber “Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra”. In questi tempi sembra sempre più difficile dirlo, a prescindere da cosa ne pensi De Gregori. Una volta era più facile: da una parte i padroni, dall’altra i lavoratori; di là i ricchi e di qua i poveri. Ma passano gli anni e cambiano le bandiere e tutto si confonde. Adesso poi, con le “larghe intese” tutto si fa più difficile.

Il discrimine non può essere la legalità: solo in un Paese malato come il nostro la legalità non è un valore condiviso, purtroppo. Norberto Bobbio ci provò usando l’uguaglianza: buona idea, ma a pensarci bene è un discrimine debole. Perché a parole sono tutti contro la disuguaglianza, come sono tutti contro la guerra. Ma allora, cos’è la sinistra, se questa parola ha un senso?

Non lo è quella di chi oggi si nasconde dietro i simulacri e le bandiere che furono, cioè molti di coloro che se ne riempiono la bocca stando avvinghiati ai loro apparati, governi e sottogoverni di ogni luogo. Non lo è quella della stabilità necessaria da larghe intese, a prescindere dalla presentabilità o meno dell’alleato. Non lo è quella di chi urla sotto un padrone, in movimenti dove è palese che non è vero che “uno vale uno”, perché è evidente invece che “voi non siete un cazzo”. Ma allora, cos’è oggi la sinistra, o “di sinistra”?

La sinistra è il posto di chi vuole cambiare il mondo. Facendo cose, sporcandosi le mani. La cosa più di sinistra che si è sentita di recente è la voce di un uomo vestito di bianco, Jorge Bergoglio, che a Rio de Janeiro ha detto che è meglio “hacer lio”, far casino. Non chiudersi nei propri recinti ma “disturbare”, farsi valere, “uscire fuori, per strada”. Proprio come avrebbe detto ancora Gaber: “C’è solo la strada su cui puoi contare, la strada è l’unica salvezza.”

Se la sinistra non è cambiamento, non ha senso che esista. A conservare, ci pensa benissimo la destra.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Giorgio Gaber l’aveva capito, come spesso gli capitava, prima di molti altri. Il dibattito su cos’è la destra e cos’è la sinistra, scaduto a discorso da salotto (o da bar) al pari della nascita dell’uovo o della gallina o del fuorigioco di Turone si è arrichito di un nuovo capitolo: la scarsa presenza, nel democristianissimo governo Letta, di uomini di “sinistra”. Mentre fioccavano le disquisizioni e i maldestri tentativi di compensazione nella ghiotta partita dei sottosegretari, nel dibattito è entrato a gamba tesa il matrimonio di Valeria Marini.

Che c’entra? Si chiederanno i miei 36 piccoli lettori. C’entra, perché testimone di nozze era un certo Fausto Bertinotti. Uno che difficilmente la vulgata comune non qualificherebbe come “uomo di sinistra”, al contrario di un Enrico Letta o di un Dario Franceschini. Cosa ci facesse il subcomandante Fausto accanto a Anna Tatangelo, Alfonso Signorini, Ivana Trump e quel simpatico mondo di vip cafoni grondante di ostentazione e sfarzo non si sa. E poco interessa.

La domanda però a questo punto è se sia più di sinistra l’ottimo Bertinotti, o un Enrico Letta che il giorno della nomina a premier torna a casa dal figlio scusandosi di essersi dimenticato di comprargli le figurine.

Lo avrei chiesto volentieri a Gaber, ma purtroppo non può più rispondere.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Pare che la coalizione rosso-verde, la “sinistra di governo” che ha appena vinto le elezioni in Bassa Sassonia voglia abolire le bocciature in tutte le scuole. Per “risparmiare un’umiliazione personale a chi deve ripetere l’anno”. L’ennesimo capitolo della lotta tra egualitarismo e meritocrazia, in corso dal ’68 o giù di lì?

Non ci sto. Da figlio di genitori poveri che, come milioni di italiani, hanno fatto sacrifici per farmi studiare, non vorrei che davvero, in nome dell’egualitarismo, finiremo per scambiare l’intolleranza agli errori di ortografia e alle sgrammaticature per una forma di discriminazione di classe. Uguaglianza non fa rima con ignoranza, ma con opportunità: per questo serve investire nell’istruzione, aiutando “i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi”.

Qualche maligno dice persino che la sinistra di governo della Bassa Sassonia in realtà voglia, nascondendosi dietro l’egualitarismo, semplicemente risparmiare soldi: i bocciati “costano” allo Stato tedesco un miliardo l’anno.

Cari signori, l’ignoranza non è di sinistra: anzi, spingere verso l’ignoranza (magari per risparmiare un po’ di soldi) è una politica di “destra”, che più di destra non si può.

Chiedere a Berlusconi, Gelmini e Tremonti.

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Mitt Romney e Andrew Mitchell vanno ringraziati. Il candidato Repubblicano alla Casa Bianca, che ha detto che il suo lavoro non è preoccuparsi dei poveri; il capogruppo dei Conservatori inglesi, che ha apostrofato due poveri poliziotti con un “Fottutissimi plebei, state al vostro fottutissimo posto”.

Grazie perché ricordano ai troppi distratti o confusi che essere di “destra” significa, magari animati delle più nobili intenzioni, essere profondamente convinti che il mondo si divide in pochi “eletti” che hanno il diritto di guidare gli altri: plebei, poveri, il cui compito è “stare al loro posto”.

Il frettoloso – e spesso non disinteressato – abbandono della antica ma evidentemente valida distinzione tra elitès e plebe, tra padroni e “servi”, tra ricchi e poveri, tra miseria e nobiltà è dunque uno sbaglio. E quella che in tempi antichi – forse non troppo – si chiamò “lotta di classe” ha ancora più di una ragione di essere.

Smettiamola di chiamare “gaffes” dichiarazioni che sono semplici manifesti programmatici, molto più concreti ed efficaci di tanti vuoti discorsi televisivi.

Prendiamone atto, e – anche in vista delle prossime elezioni – avremo le idee più chiare.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Leggere che secondo un sondaggio di Usa Today esiste una spaccatura generazionale – i giovani sotto 30 anni massicciamente favorevoli ad Obama, gli ultrasessantacinquenni più orientati per Romney – nella futura competizione per le presidenziali americane di novembre mette di buon umore.

Sì, perché ridà un senso a due parole, “progressista” e “conservatore” che nel mondo moderno tendono spesso a confondersi e a far parlare (straparlare) sul nulla i commentatori di tutto il mondo. Invece, stranamente, la cosiddetta “gente”, almeno negli Usa, le idee chiare ce l’ha.

I giovani, il futuro, sono “progressisti” – o, se si preferisce, di “sinistra” – mentre i vecchi, il passato, sono “conservatori” – o, senza offesa, di “destra”. E’ naturale, è giusto. Winston Churchill, che se ne intendeva, ricordava che “chi da giovane non è di sinistra è senza cuore, ma chi da vecchio non è di destra è senza cervello”.

Tornando agli Usa, i “vecchi” vedrebbero minacciato da Obama le loro pensioni, per via dell’aumento del debito pubblico (via del deficit spending, magari se leggessero i giornali saprebbero che i repubblicani negli ultimi vent’anni in materia non hanno affatto scherzato), ai “giovani” di Obama piace la scelta sui mutui più facili per gli under 30.

Dietro l’assenza di “sinistra” in Europa, forse c’è anche l’invecchiamento della società. Che purtroppo è diventata più egoista, più arroccata sui privilegi passati, e meno aperta al nuovo. Figuriamoci l’Italia, patria delle gerontocrazie.

Per questo, speriamo, in Italia e in Europa ci vuole più cuore e meno cervello. E in Usa, è facile comprendere da che parte stare se si vuole guardare con ottimismo al futuro.

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Nanni Moretti ha ricordato in un’intervista che nel 1996 con la vittoria dell’Ulivo arrivò “un governo che era popolare nel Paese e che invece fu costretto a dimettersi” perché l’allora segretario del Prc Fausto Bertinotti “in nome dei lavoratori che diceva di rappresentare tolse la fiducia a Prodi e, secondo me, di fatto fece perdere 10 anni a questo Paese”.

Bertinotti c’è rimasto male. Non ci sta a passare per colui che distrusse l’esperienza del centro sinistra dell’Ulivo e contesta la ricostruzione storica, chiedendo a “qualche generoso cronista di informare il saccente Moretti sul come andarono davvero le cose.

Questo modesto cronista che scrive ha aperto Wikipedia. C’é scritto che il primo governo Prodi, “fu sfiduciato alla Camera dei Deputati il 9 ottobre 1998 con 312 voti favorevoli e 313 contrari. L’ingresso di Rifondazione tra i banchi dell’opposizione causò la prima crisi parlamentare della storia dell’Italia repubblicana”.

La storia siamo noi e, come canta De Gregori, “non ha nascondigli” e “dà torto e dà ragione”. Il sub-comandante Fausto attacchi pure Moretti, mentre rivendica l’esperienza e il percorso di quegli anni, la sua coerenza al grido luminoso ci “non a tutti è dato di essere autonomi dal potere”.

Questo modesto cronista ricorda anche il proprio sconcerto nel leggere un’intervista a La Repubblica nel luglio 1998, nella quale Fausto Bertinotti, un mese dopo aver approvato con i suoi voti il Documento di programmazione economica-finanziaria del governo, invocava – non c’é che dire, con grande coerenza – un autunno caldo, “socialmente drammatico”, inneggiando agli scioperi a alla ribellione sociale contro il governo Prodi.

E’ un vero sollievo sapere che Bertinotti c’é. O, perlomeno, ci fa.

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