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Ci sono storie senza tempo, storie già raccontate altre volte, qui e anche altrove. Storie piccole e sconosciute, di ragazzi e ragazze di vent’anni. Storie nobili e miserabili, di amore e di odio, che il tempo confonde e sbiadisce. Storie che parlano di un bella giornata di sole.

Aldo Gastaldi, sottotenente del Genio di Genova, che l’8 settembre rifiuta di consegnarsi ai tedeschi, va in montagna, combatte con valore, per poi morire a 24 anni, poco dopo la fine della guerra, forse per un incidente, forse per un regolamento di conti tra fazioni avverse.

Augusto Paroli, di Roma che entra in quella che allora nessuno chiamava “Resistenza” solo perché non gli piace la parola “obbligatorio”, e muore nel febbraio del ’44 a 31 anni a Forte Bravetta dopo essere stato torturato perché scoperto a distribuire volantini.

Nicola Monaco di Salerno, che a 19 anni dopo la fuga del Re si aggrega al raggruppamento Mauri nela cuneese e finisce fucilato a Sant’Abano Sturla nel marzo del 1945, a 21 anni.

Federico Cipiciani di Perugia, che a 17 anni se ne va di casa risalendo con gli inglesi l’Italia e dato per morto ritorna in una bella mattina incontrando per caso suo padre Giovanni che quasi muore dalla gioia nel riabbracciarlo in un’Italia finalmente libera.

Ma anche quei ragazzi di Salò che per un malinteso senso dell’onore, dopo un armistizio vissuto da alcuni come una vigliaccata scelsero di stare contro il Re, andando in braccio ai nazisti.

Storie vecchie, di 70 anni fa. Sono morti tutti, molti giovanissimi, altri invecchiando e raccontandoci la loro storia, le loro verità, le loro convinzioni.

Oggi siamo qui, in questa bella giornata di sole. Per ricordare, senza retorica, che questa storia che chiamiamo Liberazione, come tutte le cose umane è fatta di grandezza e miserie, di gesti eroici e di eccidi insensati. Ma è soprattutto il giorno in cui l’Italia esce dalla guerra e torna a guardare, con le sue contraddizioni, al futuro.

Da Paese Libero. Ecco: in questa giornata di sole dobbiamo ricordare che la parte “giusta” può essere solo e sempre quella della libertà, anche se imperfetta e piena di problemi come l’Italia di oggi.

Per questo, senza dimenticare quelli morti dalla parte sbagliata, vogliamo – che nessuno si senta offeso – ringraziare quei ragazzi di poco più di vent’anni che alcuni chiamavano banditi e molti chiamavano partigiani. Loro e i tanti altri, cattolici, liberali, comunisti, socialisti, repubblicani, che silenziosamente, accanto agli anglo-americani, hanno lottato – e vinto – per la libertà.

Speriamo di meritarci ancora a lungo questo regalo.

Già oubblicato qui

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Dicono che quella mattina di tanti anni fa, quando gli italiani si sono svegliati, non hanno trovato più l’invasor. L’aria fuori era fresca, il sole tiepido; non fischiava più il vento e non urlava più la bufera, e la primavera sembrava finalmente a portata di mano. L’Italia era ancora più bella, e tutti festeggiavano e salutavano la vittoria con un Ciao.

Non proprio tutti; molti quella mattina non l’hanno vista: Aldo di Genova, Nicola di Salerno, Augusto di Roma e tanti altri ragazzini e ragazzine di meno di vent’anni che scelsero di combattere, alcuni dalla parte giusta, altri da quella sbagliata; e tutti – con il loro perché, a modo loro – hanno fatto la storia. Perché la storia siamo noi.

25-aprile

E così, in quella mattina di sole di tanti anni fa, la bella Italia fu liberata; perché, fortunatamente, a vincere furono quelli che stavano dalla parte giusta. Ma non avevano capito che il difficile cominciava allora. E così, giorno dopo giorno, anno dopo anno, cacciato l’invasore e sconfitta la dittatura, gli italiani brava gente – forse mai davvero consapevoli di quanto era accaduto, forse distratti dall’avidità più di benessere più che di democrazia, perché siamo quelli che “Franza o Spagna basta che se magna” – si sono sentiti sempre liberati, ma mai davvero liberi. Perché la libertà non è solo uno spazio libero: libertà è partecipazione.

Adesso è un’altra mattina di aprile e fuori fischia il vento e – anche se è un eco lontana – un po’ fischia anche la bufera. Per fortuna e grazie ai ragazzini e ragazzine che lottarono dalla parte giusta, non c’è un invasore, non c’è la dittatura. Ma la nostra bella Italia è stanca, sfiduciata, disillusa, e anche un po’ umiliata. Di quelle speranze e sogni di quella bella mattina di aprile sembra essere svanito persino il ricordo.

Ma non è così. Perché noi siamo i figli e i nipoti di quella bella Italia, di quegli italiani: con le nostre contraddizioni, vizi e virtù. Anche oggi ci sentiamo liberati; sembriamo anche aver perso la voglia di lottare, di costruire un paese che assomigli il più possibile a quello dei nostri sogni e delle nostre speranze. Bene, allora ricordiamoci che la storia non è finita, non è mai finita.

Perché la storia siamo noi, padri e figli. Siamo noi, Bella ciao, che partiamo. Non è mai troppo tardi, per conquistare la libertà.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Ci sono storie che sembrano inventate; come quella della rappresaglia tedesca all’attacco di Via Rasella a Roma, la “punizione esemplare” inflitta 70 anni fa in violazione non solo alle convenzioni internazionali ma al nostro essere umani, da un nazismo già agonizzante e forse per questo più crudele ed inumano.

Fosse-ardeatine

Ci sono storie che sembrano incubi, e incubi che diventano storia; come quei camion che giusto ieri, il 24 marzo di 70 anni fa, portano 335 persone – partigiani prigionieri, ma anche ebrei, comunisti, detenuti comuni, gente rastrellata per caso, testimoni scomodi – all’incrocio di via Fosse Ardeatine e via delle sette chiese, pur di saziare la bestia umana.

C’è una storia che fa orrore e che si fa finta di non ricordare. Ancora c’è chi discute sulle “colpe” dell’accaduto, arrampicandosi sugli specchi per negare una realtà evidente sin dalle prime ore dopo la strage; nonostante poche ore dopo l’esecuzione i tedeschi affiggano per le vie di Roma un manifesto beffa, in cui il comando tedesco promette che se saranno consegnati gli attentatori non ci sarà nessuna rappresaglia: per coprire le proprie colpe e quell’orrore. Anche la terra si ribella: i corpi emanano un odore così forte che i tedeschi sono costretti a tornare il 25 marzo, giusto 70 anni fa, per far saltare ancora la cava. E la voce si sparge sulle strade di Roma: in molti sanno cosa c’è lì sotto, alle Fosse Ardeatine. In molti fingeranno di non saperlo, anche allora.

Ci sono storie che sembrano un incubo. Ma è storia, è accaduto, proprio qui, davanti ai noi, anche se ne abbiamo perso la memoria; un passato che vorremmo lasciarci alle spalle, mentre altri incubi disumani riempiono quest’assurda storia dell’uomo che si fa belva, parlando tedesco, italiano, russo, turco, inglese, serbo, arabo, israeliano e chissà quale altra lingua di questo mondo.

Invece, è proprio per questo bisogna passare davanti a questa strada. Perché sembra di vederli tutti lì, i martiri delle Fosse Ardeatine. Come 70 anni fa: Antonio, Umberto, Aldo, Ilario, Cesare, Ugo, Giacomo, Enrico, Carlo e tanti altri. Muti davanti a noi. Senza una risposta né un perché, persi nel vento.

Un vento che continua a soffiare su questa storia che sembra un incubo. Ma è un incubo diventato storia.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Ci sono storie senza tempo, storie già raccontate altre volte, qui e anche altrove. Storie piccole e sconosciute, di ragazzi e ragazze di vent’anni. Storie nobili e miserabili, di amore e di odio, che il tempo confonde e sbiadisce. Storie che parlano di un bella giornata di sole.

Aldo Gastaldi, sottotenente del Genio di Genova, che l’8 settembre rifiuta di consegnarsi ai tedeschi, va in montagna, combatte con valore, per poi morire a 24 anni, poco dopo la fine della guerra, forse per un incidente, forse per un regolamento di conti tra fazioni avverse.

Augusto Paroli, di Roma che entra in quella che allora nessuno chiamava “Resistenza” solo perché non gli piace la parola “obbligatorio”, e muore nel febbraio del ’44 a 31 anni a Forte Bravetta dopo essere stato torturato perché scoperto a distribuire volantini.

Nicola Monaco di Salerno, che a 19 anni dopo la fuga del Re si aggrega al raggruppamento Mauri nela cuneese e finisce fucilato a Sant’Abano Sturla nel marzo del 1945, a 21 anni.

Ma anche quei ragazzi di Salò che per un malinteso senso dell’onore, dopo un armistizio vissuto da alcuni come una vigliaccata scelsero di stare contro il Re, andando in braccio ai nazisti.

Storie vecchie, di 67 anni fa. Sono morti tutti, molti giovanissimi, altri invecchiando e raccontandoci la loro storia, le loro verità, le loro convinzioni.

Oggi siamo qui, in questa bella giornata di sole. Per ricordare, senza retorica, che questa storia che chiamiamo Liberazione, come tutte le cose umane è fatta di grandezza e miserie, di gesti eroici e di eccidi insensati. Ma è soprattutto il giorno in cui l’Italia esce dalla guerra e torna a guardare, con le sue contraddizioni, al futuro.

Da Paese Libero. Ecco: in questa giornata di sole dobbiamo ricordare che la parte “giusta” può essere solo e sempre quella della libertà, anche se imperfetta e piena di problemi come l’Italia di oggi.

Per questo, senza dimenticare quelli morti dalla parte sbagliata, vogliamo – che nessuno si senta offeso – ringraziare quei ragazzi di poco più di vent’anni che alcuni chiamavano banditi e molti chiamavano partigiani. Loro e i tanti altri, cattolici, liberali, comunisti, socialisti, repubblicani, che silenziosamente, accanto agli anglo-americani, hanno lottato – e vinto – per la libertà.

Speriamo di meritarci ancora a lungo questo regalo.

Pubblicato anche su Giornalettismo

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