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CasalGrillo che accusa Bersani di aver “copiato” le sue parlamentarie: uno che “epura” i suoi al minimo dissenso, che chiama l’altro “succhia ruote della democrazia”. Quello che, potendo pretendere per Statuto di essere candidato premier, si mette in gioco partecipando ad una competizione interna per la scelta della leadership.

Lasciamo stare la lievissima differenza di partecipazione (3 milioni contro 20 mila) tra le consultazioni del Pd e del Mov5Stelle; o che il Pd usava le primarie per scegliersi il segretario nazionale, quelli regionali, i candidati a Premier, Presidente di Regione e Sindaco, quando CasalGrillo faceva ancora la pubblicità allo yogurt.

I motivi per attaccare il Pd non mancano di certo: CasalGrillo ha molte frecce al suo arco per giocarsi la partita elettorale. Ma stavolta il vecchio comico ha tracimato nel ridicolo.

Viene da chiedersi se non cominci ad essere anche un po’disperato.

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Come previsto, sarà ballottaggio tra Pierluigi e Matteo; al di là dell’ostentato fair-play, saranno botte da orbi. Non si sa se chi vincerà le primarie sarà effettivamente il futuro Presidente del Consiglio, e neppure il leader unico del centro sinistra. Come andrà a finire non si sa. Una cosa però si sa già. Pierluigi e Matteo, o ci sono o (più probabilmente) ci fanno.

La cupio dissolvi rottamatoria di Renzi non regge: potrà anche vincere le primarie “contro” un partito (il proprio), ma non potrà mai vincere le secondarie (le vere elezioni) “contro” lo stesso partito, e meno che mai governare l’Italiae farà molte “aperture” all’establishment democratico. L’usato sicuro Bersaniano è perdente: vincerà le primarie mobilitando l’establishment e la “base”, ma poi se vuol vincere le secondarie non potrà ignorare gli schiaffoni ricevuti (nelle roccaforti rosse, ma anche altrove) dal “popolo del Pd” che chiede a gran voce “nuove facce” e “nuova politica”.

Insomma, sono destinati ad incontrarsi: potrà essere un Matteo secondo Pierluigi oppure – e sembra più probabile – un Pierluigi secondo Matteo. Dirlo subito, prima della battaglia per la leadership che comunque dovrà esserci e ci sarà da qui a domenica, sarebbe un contributo alla chiarezza.

E una buona cosa per il Pd (e per l’intero paese).

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Lo scontro tv tra i candidati alle primarie del centrosinistra non l’ho visto; ero troppo impegnato a capire come riuscire a votare alle primarie del centrosinistra. Dopo due ore perse inutilmente a navigare nel sito internet dedicato, mi sono assopito, sognando di un volenteroso cittadino che parteciperà alle primarie del 25 novembre.

Arriva al seggio per votare il “suo” candidato premier; un gentile addetto lo saluta: grazie per essere appositamente uscito di casa per partecipare a questa grande prova di democrazia. Però, se desidera votare Lei deve prima diventare un “elettore del centrosinistra”, con tanto di certificato. Non è difficile, non bisogna passare un esame: bisogna solo andare all’ufficio elettorale. Dov’è? Forse è qui, forse è a pochi passi, forse a 5 km da qui. Ci vada, si registri, poi torni; e la faremo votare con piacere.

Fantascienza? Voglia di polemizzare? No: navigando nel sito delle primarie – in continua evoluzione nelle ultime 24 ore – questa è la procedura indicata. Non si sa ancora dove sarnnno i seggi; non è chiaro se sarà sempre possibile registrarsi direttamente il 25 novembre al seggio dove si voterà; orari e sedi degli “uffici elettorali” dove ci si deve registrare cambiano continuamente nel sito. Informarsi, chiedendo a qualcuno? Magari, se ci fosse un numero di telefono a livello “locale” a cui rivolgersi. Solo indirizzi mail. E chi non ha il Pc o internet?

Per carità, tutto s’aggiusterà: la macchina elettorale si affinerà e tutto sarà chiaro. Figuriamoci se il centrosinistra, con la lungimiranza e la capacità di semplificare le cose difficili che lo ha sempre contraddistinto, non troverà un sistema banale (del tipo: vengo al seggio, mi registro, voto e me ne vado) per evitare di consegnare un altro milione di suoi elettori a Beppe Grillo.

C’è da giurarci.

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Se Matteo Renzi perderà le primarie non si candiderà: “niente premi di consolazione”, tipo un posto da parlamentare o da Ministro. Bello no? Esprime l’idea romantica di una competizione “senza rete”: chi vince vince, e chi perde torna a casa.

Epperò, per quale motivo chi ottiene un grande consenso popolare, anche se perde una sana competizione “interna”, non potrebbe essere utilmente impiegato nella “squadra”? Chiedere a Hillary Clinton, autorevole segretario di Stato del presidente Obama dopo aver perso le primarie USA.

L’idea di una politica dove chi vince prende tutto non è mica poi tanto romantica. Anzi, puzza tanto di autoritarismo: una gara dove “non si fanno prigionieri”, dove chi vince comanda e non fa accordi con nessuno, né con il “compagno di strade” e tantomeno con l’”avversario”, perché l’accordo è “inciucio” e la condivisione è “consociativismo”.

Un’idea di democrazia molto primitiva, al limite di quell’infantilismo demagogico che è stata la cifra del berlusconismo e adesso del “CasalGrillo”.

Non si guida un Paese “contro”, circondato solo da seguaci plaudenti, ma soprattutto convincendo e coinvolgendo, compagni di strada alleati e – se possibile – avversari: la democrazia è una cosa complicata, ma vincente, come ci ha spiegato Amartya Sen.

Una lettura che al nostro rottamatore non farebbe male.

Publicato (anche) su Giornalettismo

Vincere, non riesco a vincere
ma Casini mi autorizza a credere
che un governo mio, positivo o no
è qualcosa che sta dentro la realtà.

Nel dubbio mi prendo il partito
laico, di sinistra e ardito
con Bindi, Fioroni, Marini e altri democristiani
far finta di esser (Ber)sani.

Far finta di essere insieme a una coalizione normale
che riesce anche ad esser fedele
tra Vendola, Buttiglione, Fassina  e i socialisti  italiani
far finta di esser (Ber)sani.
Far finta di essere…

Premier, sentirsi Premier
forse per un attimo è possibile
ma che senso ha se io sento in me
la misura della mia inutilità.

Per ora rimando il suicidio
a Renzi lo guardo e lo studio
le masse, la lotta di classe, i testi gramsciani
far finta di essere (Ber)sani.

Far finta di essere un Premier con tanta energia
che firma gli accordi con India e Turchia

Obama, la Merkel, la Cina e i sudamericani
far finta di essere (Ber)sani.
Far finta di essere…

Vanno, i miei elettori vanno
vanno la mano nella mano
vanno, anche le primarie vanno
vanno, e si vincono piano piano
Palazzo Chigi, l’inno di Mameli
i governatori , gli assessori comunali…
Ma vedo Veltroni cantare
D’Alema mi vuole fregare
non so più se ridere o piangere
o batter le mani.
Far finta di esser (Ber)sani.
Far finta di esser (Ber)sani.
Far finta di esser (Ber)sani.

(E speriamo che Giorgio Gaber mi perdoni…)

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La vita è ADESSO, come dice una vecchia canzone. Sarà il Vangelo secondo Matteo, inteso come slogan di Renzi, il futuro candidato premier (o leader? Boh…) del Partito Democratico. E’ un bello slogan, suona bene. Poi Renzi è giovane, che in un Paese di vecchie cariatidi (Grillo incluso) è di per sé un pregio. Però una domanda nasce spontanea.

Questa: che succede DOPO? Già, perché la recente storia italiana è colma di demiurghi ghe pensi mi, con in tasca la soluzione ADESSO, che si è rivelata un disastro DOPO. O di campagne pubblicitarie (perché questo sono ormai le campagne elettorali italiane) indovinate ADESSO che vendevano un beneamato nulla per il DOPO.

L’Italia, più che di soluzioni facili ADESSO, ha bisogno di pensieri lunghi per il DOPO. Magari Matteo ne ha, ma allora dovrebbe dircele, perché sinora la sensazione è che “lo scopriremo solo vivendo”. E non va bene, perché si torna al vecchio (o nuovo? Oddio che guazzabuglio, ci si perde…) problema: oltre gli slogan niente.

Sennò va a finire che, per disperazione, quasi quasi è meglio tenersi l’usato. Non entusiasma, ma almeno si sa cosa ci aspetta.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Torquato è un pensionato, vecchio comunista; alle primarie voterà Bersani, perché “è uno tosto ed è stato il miglior ministro degli ultimi dieci anni”. Federico è un precario, da sempre boy-scout; alle primarie voterà Renzi, perché “è giovane, sveglio, ed è ora che queste cariatidi si levino dalle palle”.

Torquato è un po’ disorientato, perché ha letto che, con la nuova legge elettorale che si sta preparando con l’accordo del Pd, non è scontato che il candidato del partito che vince sarà il nuovo premier perché forse serve un Monti-bis. Federico è sconcertato leggendo che Renzi, se vincerà, potrebbe cedere il suo “diritto alla premiership” a Monti per finire il lavoro che ha fatto.

Torquato e Federico non sanno se Monti è davvero l’uomo giusto. Non sanno neppure se si tratta di notizie vere, o di ricostruzioni giornalistiche. Però sono sicuri che Monti non è di sinistra, e soprattutto che non è candidato alle primarie del Pd. E sono un po’ inquieti.

Hanno il vago sospetto che queste primarie del Pd, com’è già accaduto in passato, più che un “limpido strumento di democrazia” finiscano per diventare una gigantesca presa per il culo.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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