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In questi tempi di crisi nera, sfiducia, pessimismo, ci sono notizie che allargano il cuore. Ad esempio, sapere che la ricchezza dei 300 uomini più ricchi del mondo a fine del 2013 ammonta a 3.700 miliardi di dollari, l’equivalente del Pil dell’intera Germania. E che essa è cresciuta di 524 miliardi di dollari; un terzo del Pil italiano, l’intero Pil svedese. Un aumento del 16,5 per cento nell’anno della grande stagnazione.

miliardari

Sì, sono cose che allargano il cuore. Perché, mentre un miliardo di persone muore di fame e qualche altro miliardo si arrabatta per campare tra bollette, conti, e qualche soddisfazione, sapere di 300 nostri coinquilini di questo angolo di universo così ricchi, e con ricchezze crescenti fa bene al cuore.

Perché? Ma c’è da compiangerli, questi poveretti: per questo nessuno chiede loro un contributo per risanare i guasti di questo mondo disumano. Perché sono loro le vere vittime delle storture del mondo: per questo governi, banchieri, broker si accaniscono contro il nostro welfare o gli aiuti ai Paesi del terzo mondo, insomma contro di noi poveri diavoli. Perché noi siamo felici, ed è giusto pagare un prezzo per questa fortuna.

Loro, poverini, sono solo pieni di soldi. E i soldi, lo sanno tutti, non fanno la felicità.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Sarò banale, ma la notizia che i 100 Paperoni mondiali (Carlos Slim, Bill Gates, Warren Buffet e compagnia) hanno un patrimonio pari al Pil dell’Italia mi fa una certa impressione; come pure il fatto che nel 2012, anno terribile per tutti, essi abbiano complessivamente guadagnato altri 241 miliardi di dollari, in gran parte grazie a movimenti di borsa.

E’ il capitalismo, bellezza! Diranno i cinici o i liberisti duri e puri. Sarà. Certo, l’idea che ci sia chi – per merito, fortuna, mancanza di scrupoli – va più avanti e chi resta un po’indietro può essere accettabile. Lo è un po’ meno il fatto che una sola persona accumuli un ammasso “inutile” di ricchezze mentre milioni di persone sono in crisi; per non dire di chi muore di fame.

E’ un bel dilemma. Perché molti sarebbero contrari ad una “confisca” di ricchezze più o meno “giustamente” accumulate; ma altrettanti potrebbero arrabbiarsi pensando che grazie a variazioni nelle capitalizzazioni di borsa un uomo solo guadagna ciò che perdono intere nazioni, rovinando i milioni di persone che ci sono dentro.

Mi chiedo: questa riflessione sarà di destra o di sinistra? Sarà conservatrice o innovativa?

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Mentre discutiamo di primarie e parlamentarie, nel mondo cresce la domanda di cibo da parte di chi fino a ieri era povero (asiatici, sudamericani e altri). Mentre parliamo del futuro di Monti, la popolazione mondiale cresce vertiginosamente. Mentre ci accapigliamo sulla legge elettorale, vengono sottratti all’agricoltura terreni per costruirci, o per produrre biocarburanti.

L’aumento della domanda di cibo, la crescita delle popolazione, gli impieghi alternativi dei terreni agricoli, i cambiamenti climatici stanno causando una riduzione dell’offerta di alimentari, aumentando i prezzi dei cereali e, di conseguenza, dei mangimi. Quindi, crescono in modo veloce nel mondo il prezzo di pane e pasta, carni ed insaccati, latticini e uova.

Gli economisti la chiamano ag-flazione (inflazione dei prodotti agricoli). Per i paesi poveri del mondo, il colpo di grazia prossimo venturo. Per i paesi ricchi la prospettiva che da qui a vent’anni (un tempo in cui molti di noi saranno ancora vivi, e molti anche giovani) rischiamo di scannarci per un po’ d’acqua, di pane, di carne, di latte.

E allora quest’agitarsi su primarie, legge elettorale, futuro di Berlusconi (ancora?) sembra solo ridicolo. Ma forse è soprattutto tragico.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Mitt Romney e Andrew Mitchell vanno ringraziati. Il candidato Repubblicano alla Casa Bianca, che ha detto che il suo lavoro non è preoccuparsi dei poveri; il capogruppo dei Conservatori inglesi, che ha apostrofato due poveri poliziotti con un “Fottutissimi plebei, state al vostro fottutissimo posto”.

Grazie perché ricordano ai troppi distratti o confusi che essere di “destra” significa, magari animati delle più nobili intenzioni, essere profondamente convinti che il mondo si divide in pochi “eletti” che hanno il diritto di guidare gli altri: plebei, poveri, il cui compito è “stare al loro posto”.

Il frettoloso – e spesso non disinteressato – abbandono della antica ma evidentemente valida distinzione tra elitès e plebe, tra padroni e “servi”, tra ricchi e poveri, tra miseria e nobiltà è dunque uno sbaglio. E quella che in tempi antichi – forse non troppo – si chiamò “lotta di classe” ha ancora più di una ragione di essere.

Smettiamola di chiamare “gaffes” dichiarazioni che sono semplici manifesti programmatici, molto più concreti ed efficaci di tanti vuoti discorsi televisivi.

Prendiamone atto, e – anche in vista delle prossime elezioni – avremo le idee più chiare.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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