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Stefano legge il giornale seduto sulla metro. C’é scritto che governo tecnico non va bene, perché è una sospensione della democrazia. Marta ascolta la radio mentre guida la sua auto. Un tale dice che le decisioni difficili non debbono darle i tecnici, ma i politici, i rappresentanti del popolo.

Marta ricorda che altri governi “tecnici” in passato hanno fatto la riforma delle pensioni, cambiato le leggi elettorali, fatto le privatizzazioni, risanato i conti dello Stato. Stefano sa che in Italia le leggi le approva il parlamento, dove siedono i rappresentanti eletti dal popolo, e che nessun “tecnico” potrà costringerli a votare leggi che non condividono.

Stefano e Marta sanno che si definisce politico “chi partecipa attivamente alla vita pubblica di uno Stato, operando le scelte necessarie alla crescita civile ed economica della propria nazione”. Stefano e Marta non sanno se è meglio un governo tecnico o uno politico, ma sanno che è meglio un governo che governa di uno che non governa.

Stefano e Marta non sanno se Scilipoti è un politico e Monti un tecnico. Ma tra i due, non hanno dubbi su chi scegliere.

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Mario Monti riuscirà a formare un governo. Se riuscirà a governare è un altro paio di maniche. Tra veri nemici e falsi amici, mentre le banche di tutto il mondo “scaricano” i titoli di Stato italiani portandoci ad un passo dall’insolvenza, sembra che in Italia pochi si rendano conto che la differenza non è solo semantica.

Perché abbiamo un vero talento per farci del male da soli. Vent’anni di contrapposizioni sterili tra berlusconiani e anti berlusconiani lo dimostrano. E quest’ultima settimana, tra improbabili rispolveri di parlamenti padani, sospetti di congiure internazionali anti-italiane, veti e contro-veti buoni solo per futuri riposizionamenti di carriera di qualche politicante lo confermano.

E’ un godimento italiano, come la nostra grande passione per gli “uomini della provvidenza”, di ieri, di oggi e di domani. Gli italiani sembrano non voler capire che non è di un padre-padrone che hanno bisogno, ma di diventare – dopo 150 anni – finalmente adulti, Monti o non Monti. Non sarà facile riuscirci.

Ma vedere molti italiani tifare contro fa pensare al famoso marito che per far dispetto alla moglie, si tagliò gli attributi. E’ questo che vogliamo?

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Il quaranta per cento delle ricchezze del pianeta Terra è posseduto da appena l’uno per cento della popolazione, scrive il Global Wealth Report del Credit Suisse. Questa piccola fetta di popolazione ha aumento i suoi averi del 29 per cento nell’ultimo anno, mentre il resto del mondo si è impoverito e diversi Stati sono sull’orlo del fallimento.

Uno studio degli storici Peter Lindert e Jeffrey Williamson mostra che mai, neppure nel 1774, quindi prima della rivoluzione industriale, i ricchissimi erano così distanti dai “normali”: allora la ricchezza nelle mani dell’uno per cento dei più ricchi era “appena” del nove per cento.

Il processo di distacco dei ricchissimi dal resto del mondo accelera a partire dal 1982, durante l’era della “reaganomics”, dell’attacco al welfare state e delle politiche fiscali sempre più “generose” verso i ricconi. Da allora, mentre il reddito nazionale americano è cresciuto del 20 per cento, quello dei Paperon de Paperoni è aumentato di oltre il 33 per cento.

Nel frattempo, il dodici per cento della popolazione mondiale vive con meno di un dollaro al giorno. E diversi Stati stanno rischiando la bancarotta. L’economia ristagna perché il 99 per cento dei “normali” ha sempre meno soldi da spendere, e la linea della povertà precipita pesantemente verso gli ex “ceti medi”.

Tutto questo avviene sotto i nostri occhi, e tutti sembrano impotenti. I cosiddetti grandi della Terra sanno solo predicare politiche di tagli allo stato sociale. Il fascino della disuguaglianza continua a resistere. Fino a quando?

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Luigi ha ottant’anni, gli occhi scuri come la notte e rughe che scavano le guance arrossate. Ne ha viste e passate tante: la guerra, il boom economico, il terrorismo, gli anni ’80, il nuovo millennio. Sa che tutto scorre e tutto passa, prima o poi. Luigi s’informa, discute, s’infervora, brontola.

Luigi ha capito che Berlusconi tra non molto se ne andrà. E per lui, vecchio socialista deluso e ammuffito, è una bella soddisfazione: troppe promesse vane, troppe parole al vento, troppi nani e ballerine per i suoi gusti. Ma non capisce l’euforia dei suoi vecchi compagni, di suo figlio, dei suoi nipoti. Perché Luigi sa che Berlusconi passerà, ma i problemi restano.

Luigi è stanco, ne ha viste troppe. Non sa come andrà a finire, ma pensa che l’Italia, il suo Paese che ne ha passate tante, potrà risollevarsi. Ma solo capendo che non basta cambiare Presidente per costruire un Paese normale. Servirà tempo, fatica e dolore. Guarda con i suoi occhi scuri come la notte i suoi nipoti davanti alla tv.

Dopo Berlusconi, c’è ancora tanta strada, prima della fine della tempesta.

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L’Italia è in crisi. Per salvarla serve un miracolo. Ebbene, sabato scorso in molte città del Veneto un miracolo è effettivamente accaduto. A Venezia, Verona, Belluno e Rovigo gli incassi di molti locali sono improvvisamente aumentati di almeno il 30%. Un fortunato parrucchiere di Rovigo ha visto i suoi incassi salire di oltre il 600% rispetto ai 4 sabati precedenti.

Economisti e politici di tutta Italia stanno interrogandosi sulle cause. Non si hanno indizi precisi al riguardo. L’unica cosa che si sa è che proprio in quel giorno l’Agenzia delle Entrate del Veneto ha disposto un’operazione di controlli a tappeto dei suoi ispettori, che hanno presidiato per tutto il giorno l’attività di cassa di quei locali. Si tratta, ovviamente, di una pura coincidenza.

La spiegazione più probabile è che una misteriosa “mano invisibile”, quella che regola i mercati, abbia spinto i consumatori di quelle città ad un irrefrenabile impulso all’acquisto, scatenando una voglia matta di caffè e cappuccini, di messe in piega e di pizza in tutto il Veneto.

Se si riuscisse a replicare questo miracolo della moltiplicazione di scontrini e di incassi con maggiore frequenza, estendendolo a tutte le città italiane, forse una buona parte dei problemi italiani potrebbero essere risolti. Non c’è allora che da sperare nella divina provvidenza, pregare e sperare.

E tra una preghiera e l’altra, magari estendere i controlli a tappeto del fisco davanti alle casse.

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Del Ponte di Messina si parla da decenni, 33 governi e12 legislature, spendendoci pure denaro pubblico, 400 milioni di euro. Anche se si dice che si tratta di un’opera inutile, e se l’Europa ha eliminato il Ponte dalle sue grandi opere strategiche, prevedendo in sostituzione un’”autostrada del mare” da Bari a Malta.

Invece, il governo e l’autorità responsabile dell’opera insistono nel dire che i lavori – dopo la posa della prima pietra avvenuta l’anno scorso a Cannitello – partiranno entro breve e saranno conclusi entro il 2019. E i soldi? Il VI rapporto sullo stato di attuazione della Legge Obiettivo prevede per il Ponte un costo di 7,2 miliardi di euro, di cui – al momento – disponibili 2,5.

Ecco, in questi tempi in cui si taglia su tutto e tutti, e in cui si parla tanto di decreto sviluppo e di assenza di soldi pubblici, si potrebbe prevedere che i 2,5 miliardi di euro “disponibili” per il Ponte sullo Stretto vengano destinati a qualcos’altro.

Anziché la stretta sulla scuola, una stretta sullo Stretto. Non sembra una cattiva idea.

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L‘Italia detiene il primato delle morti sul lavoro, nonostante il testo unico sulla sicurezza riformato nel 2008 dal ministro Sacconi. Una riforma che per molti rende l’organizzazione delle verifiche e dei controlli troppo blanda, mentre per Sacconi ha il pregio di aver abolito inutili “lacci e lacciuoli” formali, concentrandosi sulla sostanza. Grandi polemiche, poi – come spesso accade in Italia – il silenzio, mentre la gente ha continuato a morire.

Ora l’Europa ha avviato una procedura contro l’Italia su quel testo. Tra i punti contestati, il meccanismo di verifica (e conseguente responsabilità) che regola la vigilanza sulla sicurezza e l’attivazione dei controlli, che Sacconi ha tolto all’ispettorato del lavoro e alla magistratura, affidandolo ad un organismo paritetico composto dalle “associazioni datoriali più rappresentative”.

Esatto: in Italia sul rispetto delle norme per la sicurezza da parte dei datori di lavoro vigilano le associazioni dei datori di lavoro. Come se l’arbitro di Milan-Inter fosse il presidente del Milan, se chi fa le leggi sulla corruzione fosse un imputato per corruzione. O come se l’ex ministro della sanità fosse il marito della direttore generale di Federfarma. Raffinatezze italiane, l’Europa non può capire.

Non siamo noi ad essere fuori dall’Europa. Sono gli europei a non essere abbastanza italiani.

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Un bambino di 8 anni vuole sapere perché l’Italia è in crisi e di chi è la colpa. Non è facile da spiegare, sono questioni complesse. Forse il problema più grande dell’Italia è che il rapporto tra la sua spesa corrente al netto degli interessi, cioè quello che lo Stato spende per il suo funzionamento, e il Prodotto interno lordo, ovvero la ricchezza annuale del Paese, nel 2010 è pari al 43%, mentre nel 2001 era pari al 37%.

Quindi negli ultimi 10 anni – specialmente negli ultimi due – il ritmo di crescita di questa spesa corrente è stato molto più alto di quello del Pil. La spesa corrente è fatta per metà di prestazioni sociali, soprattutto pensioni, per un quarto di stipendi e per il resto di varie voci che dovrebbero servire a far “funzionare” la macchina dello Stato (trasferimenti ad enti, acquisto di beni e servizi, consulenze, ecc..).

Per salvare l’Italia sarebbe indispensabile abbassare il rapporto tra spesa corrente e Pil. Finora ci sono riusciti solo i governi Ciampi e Amato (anni ’92-’94) e il governo Prodi-Padoa Schioppa (tra il 2006 e il 2008). Quelli che hanno fatto peggio sono stati i governi del Caf (anni ’85-’92) e i governi di Berlusconi (2001-2005 e soprattutto dal 2008 a oggi).

E’ tutto chiaro o serve un disegnino?

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Tanto tempo fa, quando eravamo studentelli imberbi, avremmo votato volentieri per un partito che non c’era: il partito viola, “viva la fica e abbasso la scuola”. Poi siamo cresciuti ed anche imbiancati, chi più chi meno. Tutti meno uno, beato lui. Che tra un bunga bunga e un altro, a tempo perso, è diventato pure presidente del Consiglio.

E che, tra una battuta e l’altra, un legittimo impedimento e un altro, una legge ad personam e un’altra ha arricchito con la sua presenza la storia della politica italiana. Ora propone l’ennesimo nuovo partito. Il terzo, il quarto, chissà, s’è perso il conto. In inglese sarebbe “Go pussy” e in francese “Allez Minette”. Senza offesa per nessun consigliere regionale, quando si dice nomen omen.

Per carità, scherzava: non c’è da indignarsi, né da sorridere, far spallucce e dire: “il solito Silvio”. Solo sprofondare nella tristezza pensando a quanti esperti di marketing avranno lavorato per questa strepitosa innovazione comunicativa del nostro presidente, quello che dovrebbe preoccuparsi dei problemi dell’Italia. Ovvero, ritornare adolescenti, o meglio infantili: una folle corsa verso la regressione totale.

Dopo la cugina del tortellino, resta ancora l’ultimo passo: una conferenza stampa per annunciare il decreto sviluppo condita da rutti, peti e via pierinando. Chissa e almeno allora saremo arrivati alla fine.

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Per il Sole 24 ore si deve dimettere. Per Confindustria deve smammare. Imprenditori, commercianti, vescovi: tutti ne prendono le distanze. Ma dov’ erano, fino a poco tempo fa? Per il quotidiano di Confindustria il nostro era l’unico governo ad aver capito la crisi in anticipo. Molti si affidavano ciecamente al governo “del fare”.

Cose che ritornano. Nel ’39 gli italiani erano (quasi) tutti fascisti, nel ’46 (quasi) tutti antifascisti. Negli ’80 (quasi) tutti democristiani, nei ’90 non se ne trovavano più. Per non parlare dei craxiani. Così, nel ’93 Berlusconi era per molti il salvatore della patria, oggi uno che pensa solo a se stesso.

Ecco, per evitare che anche stavolta questo Paese si rifiuti di crescere, e continui a sperare che a risolvere i suoi enormi problemi sia l’ennesimo “uomo della provvidenza”, fermiamoci a riflettere un momento su dove eravamo mentre Berlusconi fondava “dal nulla” il suo partito di plastica nel ’93.

Da che parte stavamo quando si riprendeva Palazzo Chigi nel 2001, e soprattutto per chi abbiamo votato nel 2008, quanto tornava a furor di popolo di nuovo al governo dopo l’evidente fallimento del quinquennio 2001-2006.

Se non altro, per evitare di prenderci in giro per l’ennesima volta.

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