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Per pagare le pensioni dei dirigenti d’azienda, l’Inps preleva risorse dal fondo dei lavoratori dipendenti. E mica due euro: dai 3 ai 4 miliardi di euro negli ultimi anni. E’ la stessa Inps a spiegarlo qui. In compenso però, l’importo medio della pensione dei dirigenti italiani è circa 4 volte l’assegno dei lavoratori dipendenti.

pensioni dirigenti

Questo curioso meccanismo in cui i più abbienti drenano risorse ai meno facoltosi è frutto di leggi del passato; cioè il frutto – certo non l’unico – delle regole perverse che hanno governato il sistema pensionistico che abbiamo ereditato. Sempre l’Inps stima che se le pensioni dei dirigenti venissero ricalcolate con il metodo attualmente vigente, gli importi scenderebbero del 23 per cento. Un esempio: un dirigente andato in pensione nel 1990 con un assegno di 3.585 euro percepisce nel 2015 una pensione di oltre 1.500 euro lordi più alta di quella che avrebbe percepito con le regole contributive attuali.

Qualcuno chiama queste situazioni “diritti acquisiti”: qualcun altro le chiama profonde ingistizie. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato 8anche) su neXt quotidiano

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Che buontemponi gli economisti dell’Ocse! Nello studio “Pensions at a glance” hanno evidenziato che con il sistema pensionistico i giovani di oggi rischiano di non avere una pensione quando diventeranno vecchi e dunque essere i poveri di domani. Ma come avranno fatto?

precari

Quali complicati modelli matematici avranno dovuto attivare per arrivare alla conclusione che “i lavoratori con carriere intermittenti, lavori precari e mal retribuiti sono più vulnerabili al rischio di povertà durante la vecchiaia”? E con quali sofisticati strumenti avranno dedotto che “l’adeguatezza dei redditi pensionistici potrà essere un problema” per loro?

Meno male che i nostri politici, manager, sindacalisti, industriali, hanno da preoccuparsi di cose più serie: la decadenza di Berlusconi, la leadership del centrosinistra, il subemendamento 47 ter al disegno di legge sulla regolamentazione delle fotografie naturalistiche, e altre questioni fondamentali.

Non c’é niente da fare: essere precari è una meraviglia. Ieri, oggi e domani. Dev’essere per questo che i giovani fanno di tutto per mantenersi questo privilegio!

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Anche se siete in vacanza in questo ferragosto, non vi sarà sfuggito che in Italia ci sono 100 mila persone che ci costano 13 miliardi l’anno: i percettori di pensioni d’oro, con buona pace dei milioni di pensionati da 500 euro al mese. Sono spesso il frutto (avvelenato) del metodo “retributivo” per il calcolo della pensione, quello che calcolava la pensione non sui contributi versati nella vita lavorativa ma sullo stipendio degli ultimi 5 anni.

Il sistema è stato infine superato dalla riforma Fornero, ma a questi signori sono stati lasciati i “diritti acquisiti”. Dicono che esistano metodi per poter sanare questa evidente ingiustizia. Il governo Letta, anziché abolire l’Imu, potrebbe fare questo, come priorità per l’Italia.

Ma comunque, smettiamo di chiamarli “diritti acquisiti”. Intanto perché non ci sono stati scrupoli nel calpestare quelli dei poveri cristi in almeno altre mille occasioni, inclusa la riforma Fornero.

E poi, perché le parole sono importanti: e le pensioni d’oro – specie se frutto di metodi di calcolo molto “vantaggiosi” – in italiano si chiamano privilegi.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

L’Italia invecchia. Il benessere, cure sempre più efficaci, un buon sistema di prevenzione, ed ecco che la vita s’allunga. Dovrebbe essere una fortuna, da salutare con gioia. E invece, diventa un problema. Perché il sistema pensionistico va in tilt: troppi pensionati rispetto ai lavoratori attivi. Il rimedio sembra semplice: allunghiamo i tempi della pensione, e il gioco è fatto. Giusto, no?

No. Perché in questo modo non si fa spazio ai giovani. Perché i giovani finiscono gli studi e poi “premono” per entrare nel mondo del lavoro; ma i “vecchi” lavorano più a lungo. E così, cresce la cosiddetta “offerta di lavoro”: da qui al 2020 serviranno 1,6 milioni di posti di lavoro in più.

Ma i posti di lavoro non si creano con la bacchetta magica: per assorbire quest’eccesso di manodopera, il Pil italiano dovrebbe crescere in media dell’1.5 per cento all’anno. E invece qui si cala, o se va bene si “tiene”. E un bel rebus. Su cui chi si candida a governare dovrebbe riflettere, magari suggerendo qualche soluzione. Perché “Protestare é facile, governare è molto più difficile” (Di Pietro dixit).

Cari Beppe Grillo, Bersani, Vendola, Renzi, Casini, Berlusconi, Montezemolo, Di Pietro e compagnia, quando avete finito di aprire bocca e dar fiato fateci sapere che idee avete.

Astenersi perditempo.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Secondo non meglio precisate “fonti governative”, la prima fase della cosiddetta spending review (che nel nostro italiano sarebbe “revisione della spesa”) consisterebbe, oltre che interventi per limitare acquisti di beni e servizi, in una “stretta sul pubblico impiego”.

Dietro questo termine ci sarebbero 276 mila “esuberi”. Come trattarli? Semplice: si prendono i dirigenti e dipendenti oltre i 60 anni, li si mette “in disponibilità”, che significa che stanno per due anni all’80% dello stipendio, dopodiché o vengono in qualche modo ricollocati oppure vengono “dismessi”. Come? A parte rare eccezioni (altri esodati?) probabilmente andando in pensione.

A casa mia, questa più che “spending review” è il classico “scivolo” da prepensionamenti. Un’idea non proprio nuova. Ma efficace: il risparmio è del 20% sulle retribuzioni e poi a regime anche più alto. Perché, al contrario che nei lavoratori del privato, per cui la pensione è un aggravio di spesa corrente, per il pubblico impiego la collocazione a riposo è un vantaggio, essendo le pensioni più basse degli stipendi.

 Ok, d’accordo, sembra un’idea. Solo una cortesia: qualcuno può spiegare perché si è fatto un gran casino solo pochi mesi fa per allungare l’età di pensionamento degli statali?

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

A Perugia, la mia città, si sta svolgendo il festival del Giornalismo. Fioccano i dibattiti, le polemiche, gli interventi. L’informazione è un pilastro fondamentale della democrazia. Dare notizie tecnicamente “vere” però a volte non basta. Serve anche spiegare e approfondire. Un esempio?

L’Istat e l’Inps hanno diffuso i dati sulle erogazioni di pensioni nel 2010. La notizia che ha “bucato” i media è stata: in Italia quasi metà del 16,7 milioni di pensionati percepisce un assegno inferiore a 1.000 euro, e addirittura 2,4 milioni di pensionati percepiscono pensioni inferiori ai 500 euro. E giù articoli e commenti sulle “pensioni da fame” e sui pensionati italiani che sarebbero i più poveri d’Europa.

Viene omesso però un particolare non proprio insiginificante: in quei 16,7 milioni di pensionati non vi sono solo quelli che, dopo una lunga e dura vita lavorativa, sono andati in pensione. In quel dato sono comprese anche le pensioni di invalidità, le baby pensioni, le pensioni sociali (la cosiddetta minima), le pensioni di reversibilità, le pesnioni di “accompagnamento” e le pensioni di guerra. L’Istat, a scanso di equivoci, lo spiega chiaramente nel suo comunicato, fornendo pure i dati.

Sono tutte forme miste tra la “pensione” intesa nel senso classico e l’assistenza. Si tratta in genere di assegni modesti che, sommati alle pensioni “classiche” danno effettivamente il dato riportato con tanta enfasi dalla stampa. Considerando solo pensioni di vecchiaia e/o anzianità con molti anni di lavoro, il dato sarebbe diverso: non che i pensionati diventerebbero dei miliardari, ma niente che giustificherebbe i titoli e i commenti letti.

In questo caso è stata fatta informazione? Un argomento che sarebbe bello discutere, a Perugia.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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