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Leggi la proposta di Ricolfi per creare molti nuovi posti di lavoro a costo zero (anzi, con un aumento di gettito per lo Stato ) con il Job-Italia e pensi: accidenti, ma perché non ci ha mai pensato nessuno? Rileggi la proposta, ne analizzi i dettagli, guardi i conti. Sembra tutto in regola, a parte che non è nuovissima: creare lavoro aggiuntivo riducendo il cuneo fiscale (la differenza tra quanto costa il posto di lavoro all’impresa e quanto percepisce il lavoratore, ergo “la cresta” che lo Stato incamera come gettito) non è la prima volta che la senti.

Ricolfi lavoro

Poi il keynesiano che è in te si sofferma su questa frase di Ricolfi:

Si potrebbe pensare che un contratto del genere ridurrebbe il gettito della Pubblica Amministrazione, a causa dei minori contributi sociali. E in effetti così sarebbe se, pur in presenza del nuovo contratto, le imprese non creassero alcun posto di lavoro addizionale; se, in altre parole, lo sgravio contributivo si limitasse a rendere più economici posti di lavoro che sarebbero stati creati comunque.

Dunque, il gioco funzionerebbe – dice Ricolfi – ammettendo che il lavoro creato sia “addizionale”, aggiuntivo, ovvero che un’impresa che assume n dipendenti nuovi li assumerebbe in più rispetto a quanto previsto. Ricolfi assicura che, da indagini svolte, questa addizionalità ci sarebbe. E sarebbe consistente. E che ci sarebbero meccanismi semplici per evitare “furbate” che la facciano sembrare aggiuntiva mentre non lo è.

Il keynesiano che è in te non dubita di questo: Ricolfi non è mica uno sprovveduto! Ma il keyneisiano che è in te pensa anche che le imprese assumerebbero dipendenti “in aggiunta” a quelli programmati se (e solo se) prevedessero un aumento della domanda aggregata, per aver trovato nuovi mercati esteri e/o per un rilancio della domanda interna. Che non si fa con i contratti di lavoro, ma o rilanciado la domanda privata, o aumentando la domanda pubblica. Con la spesa pubblica, magari quella in conto capitale.

E poi, il keynesiano che è in te si ricorderebbe che le imprese italiane hanno un problema di produttività, perché da troppo tempo non fanno investimenti e non “incrementano” il capitale. E che per convincerle a farlo, again, serve che abbiano prospettive di rilancio della domanda. E se la domanda privata langue, e non si sa come incentivarla, servono programmi di investimento pubblici.

Il lavoro non c’é, e Ricolfi fa bene a proporre idee per favorirne l’incremento. Ma mi sa che oltre alle sue proposte, servono azioni che rilancino la domanda aggregata. E il keynesiano che è in te si dispera che questa cosa così evidente fatichi a passare nella testa di politici, giornalisti e anche di parecchi che di economia ne sanno molto, ma molto più di te. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

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Si sa: il problema dei giovani italiani diplomati e laureati è il lavoro: trovano lavoro con grande difficoltà, ed hanno una gran fatica ad essere stabilizzati. Ma c’è pure un’altra questione: sono sottopagati. L’ennesima conferma dai recenti rapporti di Almadiploma e Almalaurea. Lo stipendio di un giovane che ha la fortuna di lavorare a meno di un anno dalla “maturità” è di 611 euro; a 3 e 5 anni, si sta sotto i 1000 euro mensili. Per i laureati le cose vanno solo un po’meglio: si arriva, in media, a mille euro scarsi all’inizio e a 1.440 dopo 5 anni. Per i non diplomati e laureati le cose vanno peggio.

giovani-italiani-lavoro

Sono cose note, che finiscono per scivolarci addosso quasi come se non fossero una notizia. Invece stiamo assistendo ad un dramma che ha gravi conseguenze per l’oggi e che avrà gravissime conseguenze domani e dopodomani. In termini economici (consumi, redditi, future pensioni) e sociali (famiglie, figli, sistemi di welfare, ecc…). Ma si affrontano con la testa ovattata della domenica mattina, al rallentatore, come una fastidiosa questione da sbrigare, distrattamente, tra le mille altre (ben più importanti) che ci aspettano al varco oggi, adesso, qui.

L’andamento lento dei giovani nel mondo del lavoro, e dunque nella vita, è la principale emergenza nazionale. Ma si sperde e confonde tra le mille beghe quotidiane. Solo un Paese di imbecilli patentati può ostinarsi ad ignorare che è l’unica cosa che ci potrà salvare dalla fine.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Il problema dei problemi? Il lavoro che non c’è. Finita la sbornia elettorale, qualcuno se ne dovrà occupare. Ma bisogna avere chiaro cosa sta accadendo nel mercato del lavoro. E’ così? Forse no, nonostante se ne discuta molto. La parola chiave per comprendere i cambiamenti nel mercato del lavoro europeo ed italiano è Job polarisation: polarizzazione del lavoro.

Aumenta la domanda dei lavori poco qualificati: badanti, fast food, addetti alle pulizie. Cresce anche, ma meno, quella dei superprofessionisti molto ben pagati. Perché si tratta di lavori non facilmente rimpiazzabili dall’evoluzione tecnologica o da delocalizzazioni all’estero. Si riduce invece sempre più la domanda dei cosiddetti “middle skilled”, le posizioni intermedie: impiegati, operai, artigiani.

E’ già successo nell’ultimo decennio. E succederà ancora di più nei prossimi vent’anni. Un cambiamento epocale, con conseguenze epocali sulla nostra vita, la nostra società, il nostro futuro. Si fanno studi, convegni, si ipotizzano scenari, si progettano politiche, se ne dibatte molto. A Bruxelles, a Berlino, a Parigi, a Londra.

Roma e dintorni, non pervenuti. Buona sbornia a tutti.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

In quest’inizio di campagna elettorale, si parla di un sacco di cose, ma mai dei giovani. Forse perché sono pochi, forse perché i leader politici sono vecchi. Eppure si dovrebbe. Non solo perché sono il futuro della nazione, ma perché essi sono un’evidente emergenza italiana, come dimostrano, mese dopo mese, i dati sulla non occupazione giovanile.

Invece, niente. Quando non si parla di accordi, liste, alleanze, non si va oltre l’Imu, le Pensioni, la Cassa integrazione. Temi importanti, certo. Ma che riguardano sempre e solo gli under 40: non sono molti i giovani proprietari di case; per di loro la pensione è davvero un miraggio, come la cassa integrazione per tutti quelli sotto i 35 anni.

Insomma, anche quando si parla di cose concrete, si pensa sempre a quelle che interessano gli adulti e gli anziani. Che, effettivamente, sono la maggioranza. Ma è sulle prospettive future del Paese che bisognerebbe aprire una riflessione, una discussione, lanciare delle proposte. Perché è lì che si giocherà il destino dell’Italia.

Un Paese dove il futuro non è mai di moda. E che proprio per questo, ha solo un grande avvenire dietro le spalle.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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