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Nel progetto di riforma costituzionale del Governo Renzi, una parte consistente riguarda la riforma del Titolo V, quello che regola la ripartizione die poteri tra Stato ed autonomie locali. Ed è un disegno chiaro. Le materie che prima erano a legislazione concorrente spariscono; ed è un bene, erano un guazzabuglio inestricabile.

FEDERALISMO

La scelta è di farle tornare quasi tutte alla competenza esclusiva dello Stato. Qualche esempio: il coordinamento della finanza pubblica, la protezione civile, l’istruzione e l’università, la ricerca scientifica; le norme generali su paesaggio, attività culturali, turismo, sulla tutela per la salute; diventano competenza esclusiva dello Stato anche l’ordinamento dei comuni e le loro forme associative.

Rispetto alla riforma del 2000 – che in molti definirono frettolosa e pasticciata – si tratta di un de profundis del federalismo, fiscale ed amministrativo; ed un conseguente ritorno al centralismo. Giusto? Sbagliato? Chi lo sa: c’è chi dice che il federalismo non è stato neppure tentato, e c’è chi dice che la montagna di sprechi e inefficienze partoriti dalle regioni in questi anni sono già troppe.

Ognuno la pensi come crede, ma una cosa si può dire: la riforma sicuramente è frettolosa. E forse anche un po’pasticciata. A volte, ritornano.

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Dopo il referendum on line di plebiscito.eu di cui ha scritto splendidamente Massimo Zamarion, dal Veneto arrivano proprio ieri (un pesce d’Aprile?) i via libera della Commissione affari istituzionali del Consiglio regionale a due referendum: uno indipendentista e uno autonomista. Il primo sembra una boutade (pericolosa o meno, ognuno giudichi). Perché palesemente anticostituzionale, e perché le teorie sul “popolo veneto” (come su quello umbro, o lombardo) fanno sempre sorridere pensando all’Italia dei campanili, che da secoli affida il suo humus identitario alle municipalità.

Referendum-Veneto

Il secondo, invece, è interessante: “negoziare” con Roma il livello di indipendenza, dopo aver sentito il parere dei Veneti, è coerente con un federalismo “spinto”, anche se – dopo i numerosi casi di mala gestione regionale, anche nel nord Italia – il mondo pare andare da un’altra parte. Ma a far cadere le braccia sono i quesiti: ai cittadini veneti si chiede infatti se vogliono che le tasse pagate in loco restino all’80 per cento in Veneto, o che il Veneto divenga una regione a statuto speciale.

Praticabili o meno (ed è dubbio che lo siano), le risposte ai quesiti sono scontate, dunque inutili; e sfuggono alla “sostanza” della questione: una maggiore autonomia, anche fiscale, al netto della questione dell’equità orizzontale, comporta di discutere dei “vantaggi”, ma anche dei costi, che non sono pochi e spesso vengono sottovalutati: tipo la ripartizione del debito pubblico, o chi pagherebbe le pensioni dei veneti e con quali risorse, o cosa succede in caso di dissesto finanziario, di catastrofi naturali con costi insostenibili per la comunità locale, o di un veneto che voglia curarsi in Lombardia, e via discutendo.

Il dibattito diverrebbe meno scontato, conti alla mano. Ma si fa finta di non saperlo. Viene un po’ il sospetto che si voglia fare un’operazione di facciata prima delle elezioni europee; sospetto che aumenta leggendo che dai testi di legge è stata stralciata la norma finanziaria (per indire un referendum “vero” si sostengono rilevanti costi, circa 13 milioni di euro, che  forse non si ha intenzione di sostenere).

Dunque, potrebbe essere una colossale presa in giro. Che però, cari veneti, stavolta non verrebbe da “Roma ladrona”.

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Nel dibattito Irpef contro Irap si è molto discusso se era meglio privilegiare il rilancio dei consumi aumentando il reddito disponibile delle famiglie (Irpef) o favorire investimenti ed occupazione riducendo il carico fiscale alle imprese (Irap). Curiosamente, non si è parlato di altri due aspetti, per nulla marginali: il Federalismo e il finanziamento della Sanità pubblica.

sanita-irap

Perché l’IRPEF è un’imposta statale incassata dallo Stato e che finanzia “genericamente” le spese dello Stato centrale; l’Irap invece è un’imposta regionale “dedicata” per Legge al finanziamento di una parte del Fondo Sanitario Nazionale quello che regge la spesa sanitaria nazionale, gestita dalle regioni: quelle cosette inutili tipo ospedali, laboratori d’analisi, centri per la salute, ecc.

Non è una questione di lana caprina né una mera operazione contabile, ma un fatto politico ed economico rilevante: togliere 10 miliardi di Irap significa o ridurre il finanziamento della Sanità pubblica o cambiarne una parte imponente delle modalità di finanziamento, rimettendo in discussione l’attuale sistema dove il ruolo primario lo giocano le Regioni.

Questo dibattito dimezzato su una questione così importante, è l’ennesima dimostrazione della pochezza della classe politica, senza distinzione di schieramento, della rappresentanza sociale (sindacati e Confindustria) e della cosiddetta “libera stampa”.

Poi non possiamo stupirci se siamo un Paese condannato al declino.

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Belin, il CasalGrillo adesso ha scoperto addirittura il federalismo! Lo statista di Nervi imbastisce un ragionamento storico, politico ed economico degno dei migliori Bossi, Speroni e Borghezio, e s’inventa le 5 macroregioni. Per fare che, non si sa e poi non importa a nessuno: si sa che la politica degli ultimi vent’anni è fatta solo di battute da balera lanciate da costituzionalisti all’amatriciana (o al pesto), che di tutto si preoccupano meno che di dire cose che abbiano un senso.

italia_Grillo

Peccato, perché di un assetto dello Stato e della sua articolazione territoriale con la chiara definizione di chi fa cosa e con quali mezzi (cioè di un vero decentramento amministrativo e fiscale) l’Italia avrebbe pure bisogno. L’imperante neocentralismo di ritorno – frutto della crisi del leghismo e dei vari scandali Fiorito, Formigoni, Cota e compagnia – sarà pure sbagliato ma, se gli si contrappongono solo idee del belin come quella del “semplice portavoce” penta stellato, sarà lo sbocco naturale. D’altronde, la restaurazione si alimenta sempre con i latrati di “utili idioti” che indirizzano il sacrosanto malessere dei cittadini in proteste sterili e senza sbocco.

Quanto era meglio il Grillo dello show del sabato sera: diceva belinate anche allora, ma almeno faceva ridere.

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Ieri Confcommercio e Centro Europa Ricerche hanno pubblicato uno studio che vuole dimostrare l’applicazione distorta del federalismo fiscale in Italia: anziché compensare “virtuosamente ” entrate e spese tra livelli nazionale e locale, esso si sarebbe risolto in una duplicazione perniciosa di spese ed entrate. E’ vero?

Si, ma no. Perché è vero che le entrate fiscali locali sono aumentate tanto, così come che le spese correnti locali sono cresciute. Ma questo è normale: il federalismo proprio in questo consiste. Ma lo studio dice: ma anche la spesa nazionale è aumentata, tant’è vero che la spesa corrente totale (nazionale più locale) dai 412,6 miliardi di euro del 1992 è passata ai 753,3 miliardi del 2012, un aumento dell’82,5 per cento. Che spreco, che inefficenza.

Un momento: prima di tutto, sarebbe bene scorporare da questi conti la spesa pensionistica; che è aumentata, e molto, per ragioni che con il federalismo non hanno nulla a che vedere. E lo studio non lo ha fatto. Poi, va ricordato che questi numeri hanno poco senso se non li agganciamo al Pil e al suo andamento. Rifacciamo i conti.

Nel 1992 il totale della spesa corrente nazionale era di 412,6 miliardi di euro; il Pil italiano è stato di 809,6 miliardi: la spesa corrente era il 50,9% del Pil. Nel 2012, la spesa corrente è stata pari a 753,3 miliardi, il Pil valeva 1.565,9 miliardi di euro: la spesa corrente si è ridotta al 48% del Pil. Nessun aumento, anzi.

Consideriamo solo la spesa corrente nazionale: nel 1992, tolta la spesa previdenziale, era 224,9 miliardi, il 27,8 per cento del Pil. Nel 2012 è stata pari a 343,5 miliardi di euro, il 21,9 per cento del Pil: dunque in rapporto al Pil si è ridotta, e non di poco.

Ci sono molti motivi per criticare l’attuazione del federalismo fiscale, un’occasione mancata del nostro Paese. Ma facciamolo facendo bene i conti, anziché sparare titoli a dieci colonne.

Per amore della decenza, oltre che per quello per la verità.

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Ve la ricordate la riforma sulle semplificazioni? E il decreto legge sull’accorpamento delle Province? E la riforma fiscale? E Il decreto sviluppo? E quello sui costi della politica? Provvedimenti strombazzati come epocali dal governo, dibattuti per giorni e giorni sui media, al centro di scontri istituzionali e politici al calor bianco. E adesso?

Tutti o quasi a rischio estinzione. Perché, fatta la legge si stabilità, resteranno da discutere il fondamentale (?) provvedimento sulla diffamazione a mezzo stampa, e l‘indispensabile (?) riforma elettorale. E poi, tutti dicono, meglio votare.

Poi, sarà tutto un discutere (forse) sulle “colpe”. Di Berlusconi alle prese con la sua successione a se stesso o forse no; del Pd arrovellato dalle primarie prima e dalle alleanze future poi; dei centristi che a sbandierare l’agenda Monti sono bravissimi, a far camminare le sue riforme molto meno. E chi più ne ha più ne metta.

Se questo regalerà qualche altro milione di voti all’antipolitica (si chiami CasalGrillo o astensione, poco cambia) non importa a nessuno, media e Governo compresi.

E continuiamo così, a farci del male.

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Un emendamento al decreto legge sui “costi della politica” permette ai Comuni di gestire direttamente la riscossione dei tributi comunali senza passare per Equitalia. La Lega Nord lo ha proposto e fatto approvare “nonostante l’opposizione del governo e del Partito democratico”, e ora festeggia in nome del federalismo e della autonomia. Ci sarà “un freno alle ganasce fiscali imposte dall’esecutivo e applicate da Equitalia. Finalmente ci sarà un rapporto più sereno fra i cittadini e il fisco gestito direttamente dai Comuni”.

Roberto Maroni festeggia: è questa la Lega che voglio. Ma è davvero una cosa buona e giusta? Se siete evasori fiscali, probabilmente sì. Già, perché riscuotere le tasse non è facile come sembra: bisogna avere uffici appositi, gente esperta, e anche un po’ di “pelo sullo stomaco” quando si tratta di chiedere ad un contribuente “importante” di versare quanto deve.

L’effetto pratico dell’emendamento leghista farà aumentare il costo della riscossione delle imposte per i comuni che vi aderiranno: serviranno più computer, più impiegati, più procedure. In compenso, si ridurrà l’efficienza e l’efficacia nello scovare i contribuenti disonesti. Perché per farlo servono professionisti “spietati”, e non dilettanti “amici”.

Si maschera quindi per “federalismo” ed “autonomia” quella che è, semplicemente, un favore fatto a chi evade le imposte comunali; perché per chi le paga, com’ è ovvio, non cambia assolutamente nulla.

Non c’è che dire, un bel risultato. E pensare che ce l’avevano duro.

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Il Decreto Legge n.174/2012, il cosiddetto taglia costi della politica, prevede all’articolo 1 l’introduzione di un controllo preventivo della Corte dei Conti sugli atti normativi a rilevanza esterna con riflessi finanziari, gli atti amministrativi in adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza Unione europea e tutti gli atti di programmazione e pianificazione regionali, oltre che sul Bilancio regionale.

La norma pone due questioni. La prima è pratica: su una serie corposa di atti rilevanti, alcuni anche urgenti, si stabilisce che prima di essere adottati debbano passare per un controllo preventivo della Corte dei Conti. Si ha un’idea di quanti siano gli atti normativi ed amministrativi regionali che rientrano in queste categorie? E si è stimato che tipo di lavoro comporti per le sezioni regionali della Corte dei Conti? Siamo sicuri che siano attrezzate sia da un punto di vista quantitivo (personale) che qualitativo (capacità professionale)?

La seconda invece è politico-istituzionale. In piena sbornia leghista abbiamo fatto del federalismo (o, se si preferisce, di una forte autonomia regionale) il pilastro della democrazia. Un errore, d’accordo. Ma questa non è una correzione, è un’inversione a U. In pratica, così le Regioni hanno dei margini di autonomia molto ridotti. E le conseguenze non tarderanno a farsi notare: avrà ancora un senso che abbiano una (residua) autonomia impostiva? Che poteri reali avranno?

Che questo poi sia fatto per decreto legge, in quattro e quattr’otto, è abbastanza strano. E non sminuisce il problema il fatto che questo sia avventuo con la colpevole assenza dei governatori regionali che, indeboliti dagli scandali (Lazio, ma anche Lombardia e Sicilia, con un pizzico di  Emilia), hanno di fatto abdicato al loro ruolo.

Perché per risolvere lo scandalo delle spese allegre emerso dal caso Fiorito, basta quanto previsto dallo stesso Decreto all’art.2, su riduzione del numero dei Consiglieri e sulle spese di indennità. L’articolo 1 ha un altro scopo, un diverso significato: vuole smontare nei fatti l’autonomia regionale. Ma per affrontare seriamente il tema del federalismo, serve una riforma costituzionale del Titolo V, come in parte previsto dal Governo e soprattutto come  proposto da Giuseppe Pisauro su La voce.info.

La norma può essere modificata in sede di conversione. Forse è il caso, per evitare problemi, di stabilire con precisione quali atti ricadano nel controllo preventivo, limitandoli a quelli più rilevanti o chiarendo la natura del controllo. Forse è il caso di riflettere se – dietro la “scusa” degli scandali – non si celi un ritorno al centralismo che , se ricordiamo bene, fu indetificato da tutti come un problema da risolvere, non un rimedio ai guasti del Paese.

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Per almeno quindici anni, e fino a poco più di otto mesi fa, il problema dell’Italia sembrava essere uno stato centrale troppo forte e la mancanza di autonomia – anche finanziaria – regionale e locale. Un partito di lotta e di governo costruì su questo assunto le sue fortune. Governi e opposizioni cambiavano, le idee applicative non concordavano; ma sul tema tutti erano d’accordo, anzi d’accordissimo.

Schiere di Professori, editorialisti, tromboni riempivano le pagine dei principali quotidiani e le trasmissioni di approfondimento spiegandoci le taumaturgiche virtù del regionalismo spinto, del federalismo all’amatriciana, dell’autonomia (meglio, autodeterminazione) delle genti e dei popoli.

Poi sono arrivati i nostri, pardon, i mostri. Prima Batman, poi Superman. Inchieste, sprechi, uso disinvolto di denaro pubblico. E improvvisamente il problema dell’Italia è diventato il federalismo, l’autonomia, il potere troppo sparpagliato tra livelli regionali e locali. Governi e opposizioni chiedono accorati di ripensare gli assetti istituzionali; i Presidenti di regione e di provincia chiedono di ridurre l’autonomia dei loro enti.

Schiere di professori, editorialisti, tromboni riempiono le pagine dei principali quotidiani e le trasmissioni di approfondimento spiegandoci i vizi indelebili del regionalismo spinto, del federalismo in sé – anche di quello “virtuoso” praticato all’estero – e dell’autonomia regionale e locale.

Solo i cretini, si sa, non cambiano mai idea. La domanda è capire se lo erano prima o se lo sono adesso. Forse tutt’e due le cose.

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