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Anche se siete in vacanza in questo ferragosto, non vi sarà sfuggito che in Italia ci sono 100 mila persone che ci costano 13 miliardi l’anno: i percettori di pensioni d’oro, con buona pace dei milioni di pensionati da 500 euro al mese. Sono spesso il frutto (avvelenato) del metodo “retributivo” per il calcolo della pensione, quello che calcolava la pensione non sui contributi versati nella vita lavorativa ma sullo stipendio degli ultimi 5 anni.

Il sistema è stato infine superato dalla riforma Fornero, ma a questi signori sono stati lasciati i “diritti acquisiti”. Dicono che esistano metodi per poter sanare questa evidente ingiustizia. Il governo Letta, anziché abolire l’Imu, potrebbe fare questo, come priorità per l’Italia.

Ma comunque, smettiamo di chiamarli “diritti acquisiti”. Intanto perché non ci sono stati scrupoli nel calpestare quelli dei poveri cristi in almeno altre mille occasioni, inclusa la riforma Fornero.

E poi, perché le parole sono importanti: e le pensioni d’oro – specie se frutto di metodi di calcolo molto “vantaggiosi” – in italiano si chiamano privilegi.

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In Italia, ogni 100 persone, 51 hanno occupazioni stabili, 8 hanno impieghi atipici e 6 cercano lavoro. Invece, su 100 giovani, solo 28 hanno un impiego stabile, 13 sono atipici e 10 sono in cerca di lavoro. Dicono sia il prezzo da pagare per far ripartire la competitività dell’Italia.

Siamo sicuri? Perché un’indagine europea ha stimato una relazione inversa tra ricorso al lavoro a termine e produttività dei fattori della produzione. In pratica, “la precarietà è causa stessa del declino economico”. Perché imprese in crisi o a rischio crisi finiscono per sopravvivere scegliendo non l’innovazione, ma il ricorso al lavoro “precario”.

Tornare alla normalità, ovvero al lavoro a tempo indeterminato come regola, magari scambiandola con una maggiore facilità di licenziare per motivi economici, sarebbe l’uovo di Colombo. Così aveva iniziato la ministro Fornero, prima di essere travolta da veti e controveti della sua strana maggioranza e dalla sua incapacità di essere un “politico”.

Ci sarà qualcuno nel 2013 che avrà il coraggio di farlo?

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La Legge di stabilità, giurano tutti, sarà l’ultima manovra; poi, ci sarà la luce che s’intravede in fondo al tunnel. Siamo sicuri? Perché c’é chi dice che qualche problemino in giro ci sia. Uno è quello della Cassa integrazione in deroga, uno degli strumenti con cui si è fatto fronte in questi anni alla crisi occupazionale.

Per la cassa integrazione in deroga, inventata di recente per “coprire” i lavoratori delle imprese più piccole, quelle con meno di 15 dipendenti, nel 2011 sono stati erogati circa 1,7 miliardi; per il 2012 si stima che si spenderanno oltre 2 miliardi. Per il 2013 i fondi stanziati sono pari a 800 milioni di euro. Non pare che nel 2013 sia un anno di ripresa, anzi.

Dunque manca all’appello – a voler essere ottimisti – almeno un miliardo di euro. Nella cosiddetta Legge di Stabilità non ve ne è traccia; come in nessun altro provvedimento pendente. E nessuno ne parla: non il Governo, non i leader politici vecchi e nuovi, neppure i sindacati, in tutt’altre faccende affaccendati.

Eppure, secondo l’unanime giudizio di tutti gli addetti ai lavori (Fornero inclusa) verso primavera non ci sarà più un soldo per la Cassa. Dunque, o si trovano (altri) soldi, o i lavoratori tornano al lavoro, o perdono lo stipendio.

Questa, come tante altre mine vaganti, sarà l’eredità per i prossimi Parlamento, Maggioranza e Governo. La prossima manovra s’annuncia, silenziosamente minacciosa, all’orizzonte. Proprio in fondo al tunnel.

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La ministro Fornero era partita bene: quella voce commossa mentre spiegava la riforma pensionistica era il segno della consapevolezza che si chiedevano sacrifici a milioni di italiani “non ricchi”. Una novità comunicativa e di sostanza.

Poi però qualcosa è cambiato: provvedimenti un po’ così, scivolata micidiale sugli esodati, e una serie di esternazioni fuori luogo. L’ultima, ieri, con l’esortazione ai giovani di non essere “schizzinosi” in attesa del posto ideale; meglio buttarsi sul primo lavoro che capita per poi guardarsi intorno da “dentro” il mondo del lavoro. Insomma: giovani, accontentatevi.

La Ministro dovrebbe però sapere che in Italia da un po’ il lavoro non c’é proprio e quando c’è, è precario e sottopagato. E non per i primi tempi, ma per un bel pezzo; forse, per sempre. L’ennesima occasione persa per tacere, e a poco serve la successiva “precisazione”, degna di un Sacconi, Brunetta o Scilipoti qualsiasi, avvenuta dopo l’intervento pubblico.

Perché il problema dei giovani è proprio che si sono accontentati troppo. E, a furia di “accontentarsi”, in cambio della gabbia dorata offerta da famiglie iperprotettive, sono stati relegati ai margini di tutto, a non contare nulla. Con danni per loro. E per l’Italia.

Cara Ministro, il consiglio più saggio da dar loro è proprio l’opposto: arrabbiatevi. Anzi, incazzatevi.

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L’Italia invecchia. Il benessere, cure sempre più efficaci, un buon sistema di prevenzione, ed ecco che la vita s’allunga. Dovrebbe essere una fortuna, da salutare con gioia. E invece, diventa un problema. Perché il sistema pensionistico va in tilt: troppi pensionati rispetto ai lavoratori attivi. Il rimedio sembra semplice: allunghiamo i tempi della pensione, e il gioco è fatto. Giusto, no?

No. Perché in questo modo non si fa spazio ai giovani. Perché i giovani finiscono gli studi e poi “premono” per entrare nel mondo del lavoro; ma i “vecchi” lavorano più a lungo. E così, cresce la cosiddetta “offerta di lavoro”: da qui al 2020 serviranno 1,6 milioni di posti di lavoro in più.

Ma i posti di lavoro non si creano con la bacchetta magica: per assorbire quest’eccesso di manodopera, il Pil italiano dovrebbe crescere in media dell’1.5 per cento all’anno. E invece qui si cala, o se va bene si “tiene”. E un bel rebus. Su cui chi si candida a governare dovrebbe riflettere, magari suggerendo qualche soluzione. Perché “Protestare é facile, governare è molto più difficile” (Di Pietro dixit).

Cari Beppe Grillo, Bersani, Vendola, Renzi, Casini, Berlusconi, Montezemolo, Di Pietro e compagnia, quando avete finito di aprire bocca e dar fiato fateci sapere che idee avete.

Astenersi perditempo.

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E’ un pomeriggio caldo di inizio estate. Vito cammina per la strada, con il passo ciondolante che aveva vent’anni fa. Fuma una sigaretta e guarda verso la grande piazza piena di gente. Vede Rita, sempre bella, come allora. Anche con quelle piccole rughe attorno agli occhi verdi.

Vito e Rita sono amici da sempre, e lavoravano assieme in una vecchia azienda pasticcera che ha chiuso tre anni fa. Sono a spasso. Come Marco, Francesca, Luigi, Rosa, Vincenzo e altri 400 mila. A spasso, troppo vecchi per ricominciare, troppo giovani per andare in pensione.

Sono un piccolo esercito di ultra quarantenni – a volte cinquantenni – disoccupati. Un esercito che cresce nel silenzio e nell’indifferenza generale. Ai giovani almeno qualche titolo sui giornali ogni tanto capita. E dei pensionati si parla spesso. Ma di loro?

Una ministro seria e competente ha detto che il lavoro non è un diritto e si conquista con il sacrificio. Vito annuisce, lui ha sempre lottato per un lavoro. Perché la vita costa, i figli hanno bisogno e ad Anna, sua moglie che ama, non ha voluto mai far mancare nulla.

Rita osserva la piega amara del sorriso di Vito. Gli accarezza la testa stempiata e ingrigita. La rabbia a cinquant’anni è un ricordo sordo di silenziosa amarezza. Vito ritorna verso casa dove troverà Anna, che dal suo lavoro dovrebbe essere appena tornata.

Passa Gianni, un amico. Fa gli auguri a Vito. Oggi è il suo compleanno. Forse Anna gli ha preparato una piccola festa con gli amici, i figli. Verrà anche Rita, anche Gianni. Lui si volta e vede la grande piazza piena di gente che cammina, ognuno perso nei suoi pensieri. Domani proverà a sentire se serve un manovale al cantiere.

A volte pensa davvero di farla finita.

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Elsa Fornero ha detto che al giorno d’oggi “prendere una laurea non è obbligatorio” e “imparare un mestiere è fondamentale”. La superministro che sfoggia il buonsenso popolare che s’ascolta al bancone dei Bar: “Ma che studi a fare? Imparati un mestiere!”

Prendere una laurea non è obbligatorio, però in Europa il 25 per cento degli adulti è laureato, mentre in Italia siamo sotto al 18 per cento. I trentenni laureati in Europa sono oltre il 30 per cento, in Italia attorno al 20. Ancora più grande è la distanza con i paesi più evoluti, più ricchi e più dinamici – tipo Germania, Olanda, Gran Bretagna – e cresce anche quella dai Paesi “latini”.

Prendere una laurea non è obbligatorio, ma uno degli 8 obiettivi chiave a cui l’Unione europea ha deciso di dedicare più impegno – e risorse finanziarie – è quello di portare entro il 2020 la quota di trentenni laureati al 40 per cento. E le regioni più distanti da quell’obiettivo sono le italiane e le romene.

Laurearsi non è obbligatorio, ma nel Paese dove l’”ascensore sociale” è fermo, dove i figli di non laureati non si laureano quasi mai, e di conseguenza non arrivano in posizioni “direttive”, è un invito che emana uno sgradevole odore di “classismo”.

Laurearsi non è obbligatorio. E in Italia purtroppo non sempre serve: perché mancano quelle politiche che hanno permesso agli altri paesi di essere più evoluti, più ricchi, più dinamici e con molti più laureati che in Italia.

A questo dovrebbero servire i ministri. Il buonsenso da Bar, lasciamolo agli avventori che si bevono i grappini, ubriachi della loro ignoranza.

 

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Nel ddl sulla riforma del Mercato del lavoro di Monti e Fornero, all’art.64 comma 1, viene prevista la oppressione dell’esenzione dei ticket sanitari per disoccupati e familiari a carico con reddito inferiore a 8.263,31 euro. Scoppia il finimondo, e il Governo annuncia che la cancellerà con un emendamento, scusandosi per il “refuso”.

Tra le numerose domande che si potrebbero fare su questa storia una sorge spontanea: ma chi le scrive le leggi? E chi le rilegge? Oh, intendiamoci: nessuno può pensare che Ministri e Presidenti del Consiglio, manco fossero Re assoluti, si scrivono le norme e se le ricontrollano da soli. Ci sono i tecnici, che diamine. Già, e quelli andati al Governo?

Ma che, dopo essersi preso più di una settimana di tempo, non ci sia stato almeno uno straccio di collaboratore “fidato” di Monti e Fornero che si sia accorto del “refuso” fa pensare che o la norma è stata una scelta – magari dolorosa, da farci poi due lacrime in conferenza stampa come per le Pensioni – per far “quadrare i conti” o che proprio nessuno se la sia riletta. D’accordo, ma qualcuno dovrà pur averla scritta, e non dovrebbe esser stato un usciere di passaggio.

Quindi, o nessuno tra coloro che contano si è reso conto dell’incredibile ingiustizia che si stava compiendo – togliere agevolazioni a chi ha già perso il lavoro è da ricovero alla neuro, anche per chi non deve risponderne al “corpo elettorale” – o davvero non se ne sono accorti, forse troppo presi dal fare conferenze o viaggi di lavoro.

Avrebbe detto il bambino della fiaba: il Re è fuso.

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Non è una novità che le donne in Italia fatichino a trovare spazio sia in politica che nella società. L’ultimo Global gender gap report del Worl economic forum colloca l’Italia al 74 esimo posto su 134 nazioni per la parità tra i sessi, dietro tutto l’occidente a anche a paesi tipo Malawi o Ghana.

Tra gli incontri con partiti, parti sociali, ed associazioni per presentare la manovra, c’è stato anche quello con il forum nazionale dei giovani. Che si è seduto al tavolo con i suoi rappresentanti, tutti maschietti. Provocando la reazione della ministro del lavoro e delle politiche sociali Elsa Fornero.

L’Italia, si sa, è messa male. Anche se molti fanno fatica a capirlo, uno dei motivi è la sclerotizzazione della sua società, condizionata da decenni di maschilismo travestito da familismo. Una società che esalta la donna “angelo del focolare” e intanto sbava dietro a culi e tette di modelle quasi minorenni vestite da escort.

“Se neanche i giovani hanno la consapevolezza che il contributo delle donne deve essere valorizzato non si riesce ad andare da nessuna parte”, ha detto la ministro Fornero.

Stavolta, è difficile dirlo meglio.

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