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La tangente c’è e (purtroppo) si vede. Certo – non fasciamoci troppo la testa – non è un fenomeno solo italiano. Ma da noi sembra particolarmente diffuso.

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Quello su cui dovremmo riflettere meglio è sul perché. E la risposta purtroppo non è poi così difficile: perché molti la ritengono un peccato veniale, un male necessario, una cosa sopportabile e comunque funzionale in un paese mai davvero unito, mai davvero pronto a “diventare adulto”, in cui la “scorciatoia” del favore è sempre meno faticosa della “pretesa” del diritto.
E poi, si sa, una mano lava l’altra,  no?
Ecco perché in questa bell’Italia del miracolo si schiaffeggiano magistrati e “moralisti” e di accarezzano corrotti e “uomini del fare”.
Ma non prendiamocela con i politici, per favore. Purtroppo siamo tutti un po’ pazzi per la tangente. E chissà che verrà dopo. O, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato 8anche) su neXt quotidiano

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Puntuale come la neve d’inverno e il caldo d’estate, è esplosa l’emergenza del finanziamento pubblico ai partiti e dell’uso “disinvolto” degli stessi dei soldi gentilmente loro elargiti dai contribuenti. C’è chi promette nuove regole, chi annuncia nuovi referendum, chi osserva che il problema è in generale l’invadenza dei partiti nella cosa pubblica.

Nessuno che rifletta su una semplice – ed amara, per noi – verità: i partiti esistono dappertutto, e sono in molti casi finanziati dai contribuenti, anche in modo generoso. Ma da nessuna parte accadono casi come quelli di Lusi, o di Belsito, o di altri in passato. Perché?

Forse, per la stessa ragione per la quale in Gran Bretagna, o in Germania, o in Francia o in USA (paesi con diversi sistemi istituzionali e regole diverse del finanziamento delle politica) un politico si dimette per aver “rubato” una videocassetta e da noi non solo non si dimette per aver rubato milioni ma parla di “complotti” della magistratura.

Forse perché in quei Paesi le nomine pubbliche (nelle società partecipate, nelle agenzie pubbliche, nelle Authority) si fanno scegliendo sempre persone capaci e meritevoli, mentre da noi si scelgono spesso analfabeti e ignoranti purché fedeli e pronti a “dare una mano” alla causa, e pazienza se poi si rubano qualcosa per loro.

Forse perché in quei Paesi un plurindagato per reati di corruzione e concussione non può neppure immaginare di candidarsi in Parlamento (e non perché c’è una legge che glielo vieta ma perché gli elettori lo prenderebbero a pomodorate), mentre da noi ci sono schiere di condannati o semi condannati che siedono in Parlamento e nessuno ci fa caso.

Non è tanto di regole nuove che l’Italia ha bisogno. Ma di diventare, finalmente, un Paese in cui nel comune sentire rispettare la legge non è da fessi, ma da onesti.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Angelino Alfano, segretario del PdL (e di Silvio Berlusconi) vuole parlare solo di economia, perché “la Rai e la giustizia non sono un’emergenza nazionale”. E’ vero, ora il rilancio della crescita economica è fondamentale; e forse la Rai non è così importante. Ma la giustizia?

I media ci raccontano ogni giorno di scandali. A Milano s’indaga su un sistema di mazzette che colpisce le stesse istituzioni regionali. A Imperia impazza la vicenda di corruzione legata al Porto turistico, che tocca anche ex ministri. A Roma si è scoperto un racket dei Vigili urbani. A Napoli c’é un’inchiesta sul Caldarelli.

Michele Vietti, vicepresidente del CSM ha ricordato che “la corruzione e’ un fenomeno che nel nostro Paese desta grave preoccupazione, il giro d’affari corruttivo ammonta a circa 60 miliardi, la meta’ dell’intero suo valore europeo”, e ha detto che per combatterla bisogna “inasprire le pene”, aumentare i tempi di prescrizione, correggere “la disciplina del falso in bilancio” che spesso è la base per costruire “disponibilità economiche funzionali anche ad iniziative corruttive”.

La cosa è urgente perché, è sempre Vietti a parlare, “la corruzione mina la fiducia nei mercati e la competitività e comporta costi per la collettività, destabilizzando il sistema delle regole e violando valori come l’uguaglianza e la trasparenza”.

Ma per Alfano, segretario di Berlusconi (e del PdL) tutto questo può attendere. Chissà se anche per Monti la giustizia non è un’emergenza nazionale.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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