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Giorgio Gaber l’aveva capito, come spesso gli capitava, prima di molti altri. Il dibattito su cos’è la destra e cos’è la sinistra, scaduto a discorso da salotto (o da bar) al pari della nascita dell’uovo o della gallina o del fuorigioco di Turone si è arrichito di un nuovo capitolo: la scarsa presenza, nel democristianissimo governo Letta, di uomini di “sinistra”. Mentre fioccavano le disquisizioni e i maldestri tentativi di compensazione nella ghiotta partita dei sottosegretari, nel dibattito è entrato a gamba tesa il matrimonio di Valeria Marini.

Che c’entra? Si chiederanno i miei 36 piccoli lettori. C’entra, perché testimone di nozze era un certo Fausto Bertinotti. Uno che difficilmente la vulgata comune non qualificherebbe come “uomo di sinistra”, al contrario di un Enrico Letta o di un Dario Franceschini. Cosa ci facesse il subcomandante Fausto accanto a Anna Tatangelo, Alfonso Signorini, Ivana Trump e quel simpatico mondo di vip cafoni grondante di ostentazione e sfarzo non si sa. E poco interessa.

La domanda però a questo punto è se sia più di sinistra l’ottimo Bertinotti, o un Enrico Letta che il giorno della nomina a premier torna a casa dal figlio scusandosi di essersi dimenticato di comprargli le figurine.

Lo avrei chiesto volentieri a Gaber, ma purtroppo non può più rispondere.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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L’Italia è il Paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti. Qui ho imparato, da mio padre e dalla vita, il mio mestiere. Qui ho appreso la passione per la libertà (cit.). Eh sì, l’Italia è un Paese meraviglioso. Ogni giorno una storia esemplare. Qualche volta, più d’una.

Torna sulla scena Bertinotti per proporre lo scioglimento di tutti i partiti della sinistra; ma benedetto uomo, non l’avevi già abbondantemente dato una robusta mano a farla a pezzi nel 1996, e poi nel 2008? Ancora non ti basta?

E poi, ecco Super Mario Monti, l’uomo più tecnico del mondo, che s’inventa una promessa: meno tasse per tutti. Poi smentisce. Ma benedetto uomo, non avevi detto che, finita la parantesi, servito il tuo paese, saresti tornato a fare il professore? Ma per le promesse da marinaio (e successive smentite), non bastava Berlusconi?

E poi, la telenovela del Pd. Primarie sì, oppure no; di partito, di coalizione; a un turno, a due. Forse a tre, andata e ritorno, rigori o golden goal. Renzi, Bersani. Vendola; Rutelli con l’Api (oddio, pure l’Api…con Api si vola?). Ma benedetti uomini, non volete lasciare il Paese a Bagnasco, Bertone, Montezemolo, Casini e compagnia cantante? E allora, non potete farlo senza farvi le pippe e romperci i maroni (con la minuscola, che quell’altro suona il sax e pare che basti)?

Quanto è bella l’Italia: un paese straordinario; pure troppo. Ma teniamocela così, che quello che voleva “un Paese normale” (cit.) sarà stato pure il migliore, ma non ne ha azzeccata una neanche lui.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Nanni Moretti ha ricordato in un’intervista che nel 1996 con la vittoria dell’Ulivo arrivò “un governo che era popolare nel Paese e che invece fu costretto a dimettersi” perché l’allora segretario del Prc Fausto Bertinotti “in nome dei lavoratori che diceva di rappresentare tolse la fiducia a Prodi e, secondo me, di fatto fece perdere 10 anni a questo Paese”.

Bertinotti c’è rimasto male. Non ci sta a passare per colui che distrusse l’esperienza del centro sinistra dell’Ulivo e contesta la ricostruzione storica, chiedendo a “qualche generoso cronista di informare il saccente Moretti sul come andarono davvero le cose.

Questo modesto cronista che scrive ha aperto Wikipedia. C’é scritto che il primo governo Prodi, “fu sfiduciato alla Camera dei Deputati il 9 ottobre 1998 con 312 voti favorevoli e 313 contrari. L’ingresso di Rifondazione tra i banchi dell’opposizione causò la prima crisi parlamentare della storia dell’Italia repubblicana”.

La storia siamo noi e, come canta De Gregori, “non ha nascondigli” e “dà torto e dà ragione”. Il sub-comandante Fausto attacchi pure Moretti, mentre rivendica l’esperienza e il percorso di quegli anni, la sua coerenza al grido luminoso ci “non a tutti è dato di essere autonomi dal potere”.

Questo modesto cronista ricorda anche il proprio sconcerto nel leggere un’intervista a La Repubblica nel luglio 1998, nella quale Fausto Bertinotti, un mese dopo aver approvato con i suoi voti il Documento di programmazione economica-finanziaria del governo, invocava – non c’é che dire, con grande coerenza – un autunno caldo, “socialmente drammatico”, inneggiando agli scioperi a alla ribellione sociale contro il governo Prodi.

E’ un vero sollievo sapere che Bertinotti c’é. O, perlomeno, ci fa.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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