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Il dibattito che ha seguito l’approvazione da parte della Camera del disegno di legge che trasforma le Province in enti di secondo livello è surreale. Tra gli entusiasti a priori e i contrari a prescindere, spicca l’assenza di un’analisi della questione di fondo. Che, in termini banali, è questa.

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In Italia ci sono più di novemila comuni, 107 province, 20 regioni. Decine di Ministeri e centinaia di enti periferici dello Stato. E poi ancora Agenzie nazionali e regionali, Fondazioni, Unioni dei Comuni, municipalizzate. Una selva inestricabile di enti, aziende e istituzioni che compongono il Settore Pubblico allargato. Diversi necessari, alcuni probabilmente inutili, altri addirittura dannosi. Ma comunque, troppi.

Ora, la questione non è abolire con l’accetta un livello istituzionale, ma ridisegnare e semplificare l’intero assetto della Pubblica Amministrazione e delle sue propaggini. A chi dice che così ci vorranno anni (obiezione legittima) si potrebbe rispondere che se ne parla – senza fare nulla se non produrre norme impossibili da attuare – da almeno un decennio.

A quest’ora, volendo, si sarebbe potuto fare un eccellente lavoro. Demagogia permettendo, non è mai troppo tardi.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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Ve la ricordate la riforma sulle semplificazioni? E il decreto legge sull’accorpamento delle Province? E la riforma fiscale? E Il decreto sviluppo? E quello sui costi della politica? Provvedimenti strombazzati come epocali dal governo, dibattuti per giorni e giorni sui media, al centro di scontri istituzionali e politici al calor bianco. E adesso?

Tutti o quasi a rischio estinzione. Perché, fatta la legge si stabilità, resteranno da discutere il fondamentale (?) provvedimento sulla diffamazione a mezzo stampa, e l‘indispensabile (?) riforma elettorale. E poi, tutti dicono, meglio votare.

Poi, sarà tutto un discutere (forse) sulle “colpe”. Di Berlusconi alle prese con la sua successione a se stesso o forse no; del Pd arrovellato dalle primarie prima e dalle alleanze future poi; dei centristi che a sbandierare l’agenda Monti sono bravissimi, a far camminare le sue riforme molto meno. E chi più ne ha più ne metta.

Se questo regalerà qualche altro milione di voti all’antipolitica (si chiami CasalGrillo o astensione, poco cambia) non importa a nessuno, media e Governo compresi.

E continuiamo così, a farci del male.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Che noia, che barba, che noia. Siamo il paese che ama la retorica, anche più della mamma. Ennesima prova, il riordino istituzionale delle province, ridotte e trasformate in enti non elettivi. E per non farsi mancare nulla, la retorica è doppia.

C’è la retorica dei campanili; pisani che non vogliono stare con i livornesi, o ternani con i perugini, o piacentini con i parmensi. Come se nella mia vita cambi qualcosa vivere in provincia di Perugia, o di Terni, o di Roccacannuccia e non invece avere una buona sanità, un efficiente servizio di nettezza urbana, un lavoro decente e ben pagato.

Ma c’è anche la retorica dei risparmi, che fa finta di non sapere che l’accorpamento di enti locali (e, a seguire, degli uffici periferici dello Stato) sarà forse utile e porterà pure qualche risparmio, ma è un pannicello caldo perché – com’è logico – il personale, che è la vera grande spesa di questi enti, resterà lo stesso.

Insomma, un tema che non dovrebbe appassionare; infatti, non solleva gli animi della “gente comune”, almeno di quella che frequento. Ma sembra appassionare moltissimo classe politica, intellettuali, giornali.

Perché siamo il Paese della mamma, della retorica, e della lontananza. Dai problemi di tutti i giorni.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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