Guardare lo spettacolo dell’ennesima diaspora annunciata del Pd – che non si sa mai se stia per Partito democraticvo o per Partito disintegrato – non si sa se metta più tristezza o rassegnazione. Indipendentemente dai torti e delle ragioni di Renzi e i suoi neo democristiani o dei nipotini di quella che fu la “ditta” ex PCI. Ed anche dal fatto se, come spesso è capitato, una riaggiustata di facciata ai cocci ci sarà anche stavolta.

pd

Non si sa se fa più rabbia l’inutile esibizione “muscolare” della maggioranza renziana, che – al netto di retoriche evitabilissime di sindacalisti, reduci incalliti di una “sinistra ideale” che, diciamolo ai più giovani, non è mai esistita – sembra davvero più interessata a “vincere” che a “convincere”, facendo finta di non sapere che prima o poi se non si convince si finisce anche per “non vincere”, com’è accaduto all’ ex Bersani. O se fa più rabbia la “resisitenza umana” a prescindere della minoranza, di cui l’unica cosa che appare chiara è che per loro Renzi ha torto a prescindere, anche se dice e propone – e ogni tanto gli capita – qualcosa di giusto e addirittura di “sinistra”.

Non si può neanche dire che il Pd stia morendo; perché forse non è mai nato. Quello che lentamente muore nel (vano) ascolto di una discreta parte – forse, una maggioranza – di cittadini italiani è l’idea che possa esistere in Italia un partito moderno per una sinistra moderna. Perchè, cari amici e compagni del Pd, non so se tra una battaglia di posizione e l’altra ve ne siete accorti, ma ce ne sarebbe un grandissimo bisogno.

Perché le vecchie disuguaglianze (quelle care alla sinistra dei nostri padri e nonni) tornano di moda; quelle nuove, che magari non guardano solo ai “diritti acquisiti” ma alle “opportunità di futuro” crescono e si moltiplicano. Ma no, siete troppo distratti a regolare i vostri conti interni, a combattere le vostre (ridicole, se viste con gli occhi dei bisogni del “vostro” popolo) battaglie di “principio”; ultima, in ordine di tempo, quella ligure.

Chissà se cambierà. La primavere, intanto, tarda ad arrivare. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

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A dispetto di pregiudizi e opinioni diffuse, la Sanità italiana è mediamente piuttosto efficace nel tutelare la salute degli italiani ed è tra le meno care dei Paesi ricchi; lo ha (nuovamente) spiegato l’OCSE in un interessante report presentato oggi a Roma.

SOCCORSI ROMA A RISCHIO, AMBULANZE FERME IN OSPEDALI

In Italia si spendono 3.027 dollari per abitante a parità di potere d’acquisto, molto meno di limitrofi come Austria (4.593), Francia (4.121) e Germania (4.650). La spesa in questi anni di vacche magre è cresciuta pochissimo; gli indicatori di salute della popolazione italiana sono (ancora) tra i migliori nell’area OCSE: l’Italia è al quinto posto nell’aspettativa di vita alla nascita, 82.3 anni; i tassi di ricovero ospedaliero per asma e malattie polmonari croniche (bronco pneumopatia cronica ostruttiva – BPCO) sono tra i più bassi dell’area OCSE e quelli di mortalità a seguito di ictus o infarto sono ben al di sotto della media OCSE.

Ma allora perché la percezione che abbiamo è quela di una sanità semi-disastrosa, e non muoviamo un dito quando l’ennesima manovra taglia i fondi? Certo, qualche problema c’é: ad esempio, la forte disomogeneità della risposta sanitaria (e anche, spesso strettamente collegata, dell’efficenza gestionale); non solo tra nord e sud, ma anche da Asl a Asl dello stesso territorio. Poi, gioca il nostro disfattismo anarcoide, perché a noi italiani piace tanto denigrare anche il buono che c’é.

Ma forse c’é dell’altro: una sistematica distorsione della realtà, causata da bolle mediatiche sui casi – purtroppo presenti, anche se non numerosissimi – di mala gestione e malasanità. Bisogna chiedersi a chi giova continuare a dare un’immagine distorta del nostro sistema sanitario alla pubblica opinione, trasformando il fatto di una delle poche eccellenze italiane nell’opinione di un sistema che non funziona.

Viene il sospetto – a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca – che dipenda dai cospicui interessi “privati” (la sanità è un business, molto redditizio: e di sicuro non conoscerà crisi di domanda, in futuro) pronti a buttarsi sull’osso a seguito dell’arretramento del pubblico. E qui ecco che dobbiamo parlare dei continui tagli delle manovre finanziarie degli ultimi anni, che finiscono per intaccare i livelli qualitativi, anche dei territori all’avanguardia. E in questo senso, l’ultima manovra Renzi sarà un colpo decisivo, dato che i tagli della Legge di Stabilità 2015 si scaricheranno quasi completamente su questo settore.

La qualità in sanità la dobbiamo difendere. Ma, come spesso capita, siamo un po’ distratti. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

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l semestre europeo con Presidenza italiana si è appena concluso. C’é chi dice che è stato un successo (Renzi) c’é chi dice che è stato un fallimento (i suoi detrattori). A leggere la sintesi (alla faccia: 135 pagine!) i risultati sembrano imponenti. Ma concretamente, cosa è cambiato in Europa in questi mesi? La risposta è facile: poco o nulla. Forse, solo una maggiore attenzione (molto di forma, poco di sostanza) alla crescita. Ed è sconfortante.

Semestre europeo

Sconfortante, perché nel semestre di Presidenza europea italiana si erano scaricate tante (false) speranze. Napolitano ha appositamente aspettato la fine del semestre per dimettersi, come pare farà domani. Molti sostennero che Letta si infuriò moltissimo con Renzi non perché gli soffiò il posto da premier, ma perché ci teneva tanto a gestire in prima persona i dossier della presidenza italiana. Renzi prese il posto di Letta non perché voleva fare fortissimamente il Presidente del Consiglio, ma per dare il suo impulso alla Presidenza italiana del Consiglio Europeo.

Mah. La verità – e, diciamolo subito, non dipende da Renzi, da Letta, da Napolitano e neanche dal Sor Capanna – è che così com’é il semestre di Presidenza dell’Unione europea non significa (quasi) niente. E, in generale, l’Europa così come l’hanno trasformata i nani politici che l’attraversano (nessuno escluso, signora Merkel) serve a poco.

E sì che di Europa avremmo un gran bisogno. Tutti: italiani, francesi, spagnoli, tedeschi. Ma per quello servirebbe la Politica, con la P maiuscola: la coesione degli Stati che aiuta quella dei popoli, la voglia di gettare il cuore oltre l’ostacolo e di guardare oltre l’orizzonte del proprio orticello, pensando europeo più che italiano, tedesco, francese. Cose che mancano, e che neppure la manifestazione di Parigi – frutto dell’emozione di un momento e non di radici europee profonde e condivise (che pure potrebbero spuntare facillmente, se volessimo) – riuscirà a portare, almeno per ora.

E così, il semestre europeo italiano è passato. Lasciamo stare le polemiche (inutili): il semestre europeo lettone sta arrivando, e tra un semestre passerà. Io mi sto preparando. A nessuno frega un tubo. E questa, (purtroppo) non è una novità.

E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

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Maria Francesca aveva 70 giorni e viveva a Champlan, un comune a sud di Parigi. Ed è morta. La morte di un bambino è uno strazio che è fatica solo immaginare. Ma per Maria Francesca lo strazio è proseguito, perché per molti giorni non è stata neppure sepolta. Il motivo ufficiale: i suoi genitori non pagavano le tasse comunali. Ma il vero motivo, non facciamo gli ipocriti, era un altro: era una Rom.

bambini rom

Ora, avere i Rom in simpatia non è obbligatorio. Ma quando non si riesce a capire che dare sepoltura ad un essere umano non è solo un adempimento burocratico, e nemmeno un segno di civiltà, ma semplcemente di umanità, vuol dire che si è passato il livello di guardia. Non lo ha capito Christian Leclerc, indipendente di centro-destra eletto l’anno scorso sindaco di Champlan, e pazienza; per fortuna ci ha pensato un altro sindaco di un paese vicino.

Ma il fatto è che purtroppo non lo capisce un sacco di gente, e non solo in Francia. Ed è con queste storie – e molte altre storie di ordinaria disumanità che accadono quotidianamente in ogni dove, anche in Italia – che seppelliamo quel poco di umano che si ostina ad albergare nei cuori di ognuno di noi. Ma le storie aumentano, i problemi – complice anche una crisi rognosa che impoverendo i portafogli inaridisce i cuori – anche.

E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

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E bravo Renzi che si fa il selfie con Edi Rama, premier dell’Albania. E bravo Renzi che si dice primo sponsor dell’ingresso dell’Albania nell’Unione Europea. E bravo Renzi che chiede di allargare l’Unione Europea a quei paesi che ancora non ne fanno parte.

Renzi amici Albania

Bravo. Perché di Europa abbiamo un gran bisogno. E gli amici dell’Albania – e di altri Paesi – devono farne parte, perché l’Europa non è di uno (anzi di una, la Merkel) ma di tutti.

Solo una domandina. Che pensa Renzi delle battute del premier albanese, Edi Rama, che mentre lui parlava di quest’Europa che verrà nel frattempo ha detto molto concretamente agli imprenditori italiani “Venite in Albania perchè da noi non ci sono i sindacati, perché da noi le tasse sono al 15 per cento”? Non è dato saperlo. Renzi ha taciuto, e sì che dev’essergli costata fatica.

Non per confutare l’inelegante messaggio; il “dumping” tra Paesi più ricchi e meno ricchi c’é sempre stato e sempre ci sarà, anche così costruimmo il boom degli anni ’60. Ma per l’idea di Europa che sottende. Insomma, che Europa vogliamo? L’Europa della Merkel no di certo. E forse nemmeno quella di Junker.

Ma se l’Europa che sogna il nostro Matteo Renzi è quella ipotizzata (certo è una battuta, o forse solo un selfie innocente…) da Edi Rama, il premier degli amici dell’Albania, un Europa senza sindacati(che devono cambiare, non sparire), con le tasse basse (che vuol dire, in relatà, regressive, eh…), con un welfare inesistente, insomma un’Europa che combatte le sfide della globalizzazione guardando al passato e non volando verso il futuro…Beh, allora è un’Europa che non piace mica tanto.Ci pensi, Mr. Renzi, tra un selfie e l’altro, un botto di capodanno a l’altro, un tweet e l’altro. E ci pensino anche gli amici dell’Albania.

Buon anno a tutti. Soprattutto buon anno a chi crede nell’Europa che vola verso il futuro, non che torna al passato. E chissà che verrà dopo o se preferite what comes neXt.

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Per quanto incredibile possa sembrare, fa freddo. Nuguli di opinionisti non si capacitano, stormi di commentatori non ci credono, mucchi di esperti proclamano varie emergenze e promettono giorni difficili se non impossibili. Ma come è mai possibile?

Inverno freddo

Già, com’é mai possibile che la temperatura scenda (udite! udite!) in prossimità o – non sia mai – sotto lo zero? Che la birna notturna geli? Che la pioggia si ghiacci diventano neve? No, non è possibile. E allora ecco le emergenze meteo, i consigli di medici ed esperti, gli allarmi e i mugugni.

Nel resto del mondo – che stupidi – chiamano questi spaventosi ed incredibili fenomeni con una parola banale: inverno.

Sono davvero sciocchi. Che fortuna essere italiani. E chissà che verrà dopo. O, se preferite, what comes neXt.

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Gli italiani sono poveri: c’é la crisi, la disoccupazione, il reddito disponibile delle famiglie è sempre più basso, la quota di italiani in situazione di povertà cresce anno dopo anno. Ma no, gli italiani sono ricchi: il recentissimo rapporto di Bankitalia mostra che, anche se in leggerissimo calo (a causa della riduzione dei prezzi delle case) la ricchezza delle famiglie italiane contiuna ad essere enorme, oltre 8.700 miliardi di euro, circa 8 volte il reddito lordo disponibile, più o meno come francesi e britannici e ben sopra tedeschi e statunitensi. E il risparmio è tornato a crescere. Ma allora, gli italiani sono poveri o sono ricchi?

italiani poveri ricchi

Una parziale spiegazione è che la ricchezza l’abbiamo accumulata in anni passaati di vacche grasse, e adesso – lentamente – la stiamo perdendo. Ma non basta a spiegare cifre così rilevanti. No, il fatto è un altro. Se si legge il rapporto, il mistero si svela: gli italiani sono più ricchi di molti altri paesi, ma sembrano più poveri per effetto di una doppia distorsione nella distribuzione della ricchezza. La prima è che da noi la ricchezza viene spesso e volentieri messa da parte, immobilizzata per periodi lunghissimi, in investimenti immobiliari (che sono prevalenti) o in investimenti mobiliari, anzichè essere inserita nel circuito dell’economia reale, come accade altrove. La seconda, è che essa è molto più concentrata in poche famiglie: il 10% di esse ne detiene poco meno del 50%. E questo vale sia per la ricchezza immobiliare (case) che per quella mobiliare (azioni ed obbligazioni).

Un paradosso, anzi un doppio paradosso. Come ne usciamo? Viene facile pensare che servono provvedimenti, anche fiscali, che incentivino a rimettere in circolo questa massa di ricchezza immobilizzata e concentrata in poche mani. Forse servirebbero, forse sono solo residui ideologici. Molti pensano anche che si arriverà prima o poi ad un trade off tra il nostro elevatissimo debito pubblico (specie ora che è tornato in gran parte in mani italiane) e la ricchezza privata. Ma forse non si arriverà neanche a questo: troppi interessi “forti” contrari.

Sia come sia, vedere questa nostra italia, “un paese povero pieno di ricchi” come dicono molti all’estero, dibattersi in mezzo ad una crisi che sembra non riuscire a finire mentre molti italiani prosperano sguazzando come tanti Paperon de paperoni in una ricchezza “morta” senza sbocchi, che ci accompagna verso il declino, fa male. Anzi, fa proprio rabbia. Una rabbia che forse, un giorno o l’altro, finirà per esplodere. A pensarci, davvero, viene un po’ di paura. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

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Beppe Grillo è furioso con Giorgio Napolitano. E si confessa eversore perchè “pago le tasse, non rubo, denuncio il malaffare e non mi faccio i cavoli miei” Sa di essere un problema perché “l’onestà è fuori moda e da noi una persona onesta imbarazza i ladri che ormai sono la maggioranza”. E chiede a Napolitano “lei dov’era mentre la Repubblica affondava nel fango? Su Marte? Non si sente un minimo responsabile di quello che è successo?”

Grillo onesto

Ecco Beppe Grillo. Io sono arrabbiato con lei per queste sue parole. Perché anch’io, se permette “pago le tasse, non rubo e non mi faccio i cavoli miei”. Ma faccio parte di questa maggioranza di italiani che – dati elettorali alla mano – non vota per lei e non gradisce le sue posizioni “antipolitiche”. Ma questo non fa di me un ladro, come invece lei afferma.

Io non mi peremtto di dubitare né della sua onestà né della sua buonafede. Né di quella dei suoi militanti ed elettori. Ma non sopporto questo sbattere in faccia a me (e alla maggioranza degli italiani) che siccome non la penso come lei sono un ladro, un disonesto, un farabutto o peggio.

Caro Beppe Grillo, dia retta ad un “diversamente onesto”. Faccia finalmente politica, e non “antipolitica”. Cominciando a chiedersi: Ma Lei, dov’era in questi anni mentre l’Italia affondava? E dov’erano i suoi elettori? Dov’erano gli italiani? Dov’eravamo, tutti quanti?

L’antipolitica non è eversione. Ma è un comodo alibi per continuare solo a brontolare e stare al centro dell’attenzione senza mai cambiare un cazzo.Ci pensi, pensateci.

E chissà che verrà dopo, o se preferite what comes neXt.

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I politici italiani, diciamolo, non sono un granché. Ma per fortuna, non sono i soli. Leggere la proposta contenuta in un documento discusso nel congresso della CSU, partito di governo “fratello” della CDU di Angela Merkel sull’obbligo per gli stranieri di parlare tedesco anche all’interno della loro abitazione, in famiglia, suscita più sollievo che sconcerto. Oddio, un rieccheggiare sinistro di quel “Deutschland uber alles” che bene o male è l’inno tedesco l’abbiamo sentito. Ma dopo, più forte, è stato il sorriso ironico.

Germania stranieri

Ma sì, perché credevamo che le boutade di cui è piena la politica italiana e le diecimila esternazioni sul nulla che la nostra classe politica ci riserva fossero un’esclusiva tutta italiana. Invece, per fortuna, anche i politici tedeschi, nel loro piccolo, scemeggiano. E come speso accade anche da noi, la boutade resterà tale. Il segretario generale della Cdu, Peter Tauber, ha sentenziato con teutonica saggezza che ‘‘la lingua che si parla in famiglia non è una questione che riguarda la politica’‘.

Purtroppo però, ci sono cose per cui i politici italiani sembrano imbattibili. E non è tanto la corruzione; anche quella, per fortuna o meglio per disgrazia, è un male non solo italiano. Ma è nella faccia tosta con cui i nostri politici restano in sella. Su questo, purtroppo, ad essere “uber alles” mi sa che ci siamo solo noi. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

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Per un’economia sana serve “Meno Stato più mercato”, Questo slogan che ci propinano da oltre vent’anni è tanto conosciuto quanto sbagliato: siamo finiti in questa trappola di una crisi che si avvita su se stessa proprio grazie a questa sciocchezza, che ha come corollario quell’ortodossia dell’austerity, tanto in voga in Germania e dintorni. Un’ortodossia che ha portato al crollo degli investimenti pubblici e ad una stabilizzazione della spesa primaria corrente al netto degli interessi sul debito a cui è seguito il crollo degli investimenti privati, anche grazie al credit crunch.

Stato mercato

Pensare di uscire da questa situazione solo facendo “riforme strutturali” che nel lungo periodo contribuiscano al rilancio degli investimenti privati (sempre seguendo l’ortodossia del “Meno Stato più mercato”) è un’illusione. Perché le pur indispensabili riforme strutturali non necessariamente faranno ripartire gli investimenti (che tra 2007 e 2014 sono crollati) e se lo faranno lo faranno solo nel lungo periodo.

Il mai troppo rimpianto John Keynes che “nel lungo periodo saremo tutti morti”. Il rilancio degli investimenti – e lui lo aveva capito e spiegato benissimo – passa per un rilancio della domanda pubblica. E’ una scelta obbligata. Nelle economie complesse dell’era moderna, senza Stato non c’é mercato. Con buona pace dei neoliberisti all’ammatriciana. Spiace che anche di questo si continui a parlare in modo non trapsarente, almeno nel dibattito politico quotidiano.

Il mai troppo rimpianto John Keynes che “nel lungo periodo saremo tutti morti”. Ma se continuiamo con queste politiche scellerate, lo saremo anche nel breve periodo. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

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