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Genova, di nuovo, sommersa dall’acqua. Genova assassinata dal cemento, con questa pioggia che ci bagna, in un Paese pieno di gente che applaude ai condoni e assiste compiaciuta alle inaugurazioni di cavalcavia e che non batte ciglio quando si tagliano i fondi per la difesa dell’ambiente e quelli per il dissesto idrogeologico. Genova, sommersa dall’acqua e da polemiche a volte giuste a volte pretestuose.

Ma di questa Genova assassinata dal cemento in questa pioggia che ci bagna,  arriva di nuovo anche un lampo di sole: la solidarietà e la grandezza che sempre riscopriamo nei momenti più duri. Genova vista da qui, è ancora la superba, con i suoi angeli del fango che – senza che qualcuno chieda loro niente – scavano e danno una mano per ridarle il suo magnifico volto.

genova

Perché per fortuna molti italiani lo hanno capito, e lo postano e lo scrivono.

Ma mia cara, carissima Genova, che sei per me e per tutti noi sempre la superba, purtroppo quella grandezza noi la ritroviamo solo nei momenti “un po’ così con l’espressione un po’ così” finiamo per dimenticarla appena la piena è passata, per tornare ognuno ai cazzi nostri. Come prima, più di prima. Chissà se un giorno “in quest’immobile campagna con la pioggia che ci bagna” riusciremo finalmente a capire che i cazzi nostri sono anche cambiare questo Paese, e non solo ripararlo dopo la tempesta. Che lo Stato siamo noi tutti i gironi, non solo quelli con questa pioggia che ci bagna.

Perché adesso, mentre guardiamo Genova immersa nel fango, “i gamberoni rossi sembrano ancora un sogno. E il sole è un lampo giallo al parabrise” che chissà se arriverà mai.

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La storia del bimbo autistico della prima media del plesso scolastico Di Donato di Roma, prima escluso e poi riammesso a furor di popolo (e del regista Paolo Sorrentino, padre di una compagna di scuola) è la classica storia italiana.

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C’é il supruso e la discriminazione ai danni di un “debole”, escluso dalla visita al Quirinale mentre i compagni partono; senza spiegazioni, senza motivazioni. C’é l’arroganza e la sordità del “potere”, impersonificato dalla dirigenza scolastica dell’Istituto, insensibile alle proteste della madre. C’é la mobilitazione “politically correct” degli altri genitori (Italiani, brava gente); forse inutile se tra loro non ci fosse “uno che conta”, il regista Paolo Sorrentino, casualmente padre di un compagno di classe. A quel punto – solo a quel punto – il “potere” diviene dolce, accondiscendente, “umano”; e si piega, e con tante scuse, mentre già i compagni sono al Quirinale, includendo “miracolosamente” – e a tempo di record, alla faccia delle burocrazie! – anche il bimbo nella visita. E c’é il lieto fine: il Quirinale stesso (ignaro di tutto, ovviamente) che a quel punto invita madre e figlio ad un incontro “personale” con il Presidente Napolitano.

Non so perché, ma in questa storia italiana, fortunatamente finita bene, più che il sollievo per la mancata ingiustizia mi prende l’indignazione per: l’ingiustizia iniziale; il tardivo ravvedimento (e se non c’era Paolo Sorrentino come finiva?); la tempestiva inclusione nella lista, in un Paese che per cambiare una virgola in un qualsiasi provvedimento ci mette secoli. E così, invece di incazzarci, tutti ci sentiamo meglio, fino al prossimo, imminente, supruso contro un debole qualsiasi (un bimbo autistico, un immigrato, o chissà chi altro).

E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

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Robert Atherton ci ha messo 50 anni per pagare la multa presa a Lerici per divieto di sosta, che lo stesso comune si era dimenticato di richiedere. E’ immaginabile un Mario Rossi qualsiasi che ritrova una multa presa a New York nel 1964 e la paga, con annessi interessi?

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Ma la vera domanda, lo spread tra Italia e resto del mondo, è un’altra: è immaginabile che la municipalità di New York si dimentichi per 50 anni di far pagare una multa ad un qualsiasi Mario Rossi del mondo?

Questo è solo l’inizio; chissa cosa verrà dopo. O, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Dicono che quella mattina di tanti anni fa, quando gli italiani si sono svegliati, non hanno trovato più l’invasor. L’aria fuori era fresca, il sole tiepido; non fischiava più il vento e non urlava più la bufera, e la primavera sembrava finalmente a portata di mano. L’Italia era ancora più bella, e tutti festeggiavano e salutavano la vittoria con un Ciao.

Non proprio tutti; molti quella mattina non l’hanno vista: Aldo di Genova, Nicola di Salerno, Augusto di Roma e tanti altri ragazzini e ragazzine di meno di vent’anni che scelsero di combattere, alcuni dalla parte giusta, altri da quella sbagliata; e tutti – con il loro perché, a modo loro – hanno fatto la storia. Perché la storia siamo noi.

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E così, in quella mattina di sole di tanti anni fa, la bella Italia fu liberata; perché, fortunatamente, a vincere furono quelli che stavano dalla parte giusta. Ma non avevano capito che il difficile cominciava allora. E così, giorno dopo giorno, anno dopo anno, cacciato l’invasore e sconfitta la dittatura, gli italiani brava gente – forse mai davvero consapevoli di quanto era accaduto, forse distratti dall’avidità più di benessere più che di democrazia, perché siamo quelli che “Franza o Spagna basta che se magna” – si sono sentiti sempre liberati, ma mai davvero liberi. Perché la libertà non è solo uno spazio libero: libertà è partecipazione.

Adesso è un’altra mattina di aprile e fuori fischia il vento e – anche se è un eco lontana – un po’ fischia anche la bufera. Per fortuna e grazie ai ragazzini e ragazzine che lottarono dalla parte giusta, non c’è un invasore, non c’è la dittatura. Ma la nostra bella Italia è stanca, sfiduciata, disillusa, e anche un po’ umiliata. Di quelle speranze e sogni di quella bella mattina di aprile sembra essere svanito persino il ricordo.

Ma non è così. Perché noi siamo i figli e i nipoti di quella bella Italia, di quegli italiani: con le nostre contraddizioni, vizi e virtù. Anche oggi ci sentiamo liberati; sembriamo anche aver perso la voglia di lottare, di costruire un paese che assomigli il più possibile a quello dei nostri sogni e delle nostre speranze. Bene, allora ricordiamoci che la storia non è finita, non è mai finita.

Perché la storia siamo noi, padri e figli. Siamo noi, Bella ciao, che partiamo. Non è mai troppo tardi, per conquistare la libertà.

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Fa un certo effetto sapere che, nelle graduatoria dei posti più fotografati del mondo tratta da Sightmaps, ai primissimi posti non ci siano Colosseo, Muraglia cinese, Tour Eiffel, Piazza San Marco. E fa un certo effetto anche sapere che a Venezia il posto fotografato più spesso è il Ponte dell’Accademia, a Parigi il Moulin Rouge e a Roma Trinità dei Monti. Lo spiegano in vari modi: cambia il “sentiment” che spinge alla foto nel mondo moderno, non più ricordo delle cose da vedere ma testimonianza dei luoghi “del” vedere o, meglio, del vedersi.

narcisismo

Chissà. Certo c’entra il narcisismo “fittizio” di questa modernità, dove siamo più anonimi che mai ma più vogliosi che mai di essere protagonisti agli occhi del mondo – facendo finta di non sapere che lo siamo al massimo per la cerchia dei nostri 10-15 reali “spettatori” del nostro mondo virtuale. E anche un eccesso di narcisismo, “naturale” nell’essere umano, ma più incentivato che mai nell’epoca del “selfie”.

Però, al netto di queste spiegazioni sociologiche, c’è una spiegazione, più trita e più triste: che “ogni scarafone è bello a mamma soja”. La grande bellezza del mondo ci interessa molto meno perché a ispirarci “sensazioni” sono non più le bellezze del mondo ma – ad andar bene – il nostro semplice guardarci allo specchio.

Non stupisce allora il pattume imperante; nel web e fuori dal web; nelle cose serie e in quelle più “easy”.

Resistiamo, forse passerà.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

In quell’equilibrio verso la follia che è la vita, il calcio conta; anche per chi dice che non è vero. Il calcio è sudore, lacrime, gioia. Non è solo un gioco, anche se dovrebbe. Chi sa solo di calcio, non sa nulla di calcio, ha detto una volta José Mourinho; perché il calcio è una metafora, uno specchio (un po’ deformato) della realtà.

Prendi il calcio italiano: campanilismo amorale, frantumazione popolare, individualismi e pressapochismi, tifo “contro” e non “per”, genio e sregolatezza. E un declino certificato anche dalla FIGC con il Report Calcio 2013: stadi sempre più vuoti, debiti in espansione, costi medi alti; reggiamo con i ricavi da diritti televisivi e con le “plusvalenze” da trasferimenti: al contrario degli “altri”, quelli bravi, le nostre squadre dipendono dalle tv, o dalla presenza – sempre più rara – di fuoriclasse da rivendere fuori.

calcio

Ma no, il nostro calcio è dinamico: crescono gli scambi di giocatori, più di duemila, un record mondiale. Ma è un facite ammuina: due volte su tre sono scambi alla pari, a titolo gratuito; polvere negli occhi, se non giochetti strani. E poi il baratto è una risorsa di poveri che cercano di sopravvivere, contrabbandata con la furbizia di ricchi scemi che tirano a campare.

Gli altri (tedeschi, spagnoli, inglesi, ma anche russi e olandesi) fanno crescere i ricavi di vendita (biglietti) e quelli commerciali (sponsor e merchandising): i veri ricavi operativi, che da noi – manco a dirlo – sono componenti residuali. Ma in qualcosa siamo forti: i costi medi delle società sono come quelli degli spagnoli, e non lontani da quelli tedeschi.

E le serie minori, dove i diritti Tv non ci sono o quasi? Lasciamo perdere. E le prospettive dei settori giovanili, cioè il futuro? Cambiamo argomento. E gli stadi, cioé le infrastrutture? E via proseguendo. Segnali che qualcosa sta cambiando? Non pervenuti. E’ meglio accapigliarsi per una prova tv, per un coro razzista, per un errore arbitrale. Meglio, più comodo che guardarsi dentro.

La poesia di un calcio che è stato uno dei migliori del mondo va a farsi friggere. E, anche se ogni tanto il talento o lo stellone ci soccorre, anche se “Italians do it better”, anche nel pallone, perdiamo appeal: sempre meno gente all’estero è interessata ai nostri campionati, alla nostra nazionale. Già, quella squadra color cielo italiano che odiamo un po’ tutti per 4 anni, salvo poi sventolare il bandierone quando (miracolo!) vinciamo un mondiale.

Chissà perché ci siamo ridotti così. Forse ha ragione lo “Special One”: chi sa solo di calcio, non sa nulla di calcio. E in Italia a sapere solo di calcio sono tanti, troppi. Specie tra coloro che il calcio lo comandano.

Mentre un altro campionato finisce, in quell’equilibrio verso la follia che è il calcio, siamo solo capaci di tifare contro, rosicare o sfottere (a seconda della bandiera di appartenenza). Del calcio italiano resta solo quell’azzurro della maglia della nostra nazionale, bello come il cielo, il magnifico cielo italiano.

Ma è sempre più buio, sempre più notte, sotto questo cielo d’Italia. Anche nel calcio.

In questi giorni di spending review, in Italia c’è una categoria professionale che sta per ricevere un consistente regalo dal Governo Renzi. Non è il ceto medio falcidiato dalla crisi, né i cassintegrati alle prese con le bollette da pagare e neppure le famiglie con i redditi bassi. Si tratta degli avvocati.

avvocati

Il neo ministro della Giustizia Andrea Orlando ha iniziato infatti il suo mandato firmando un decreto – fermo da più di un anno – che aggiorna i parametri forensi, cioè i valori di riferimento per la liquidazione da parte del giudice dei compensi dei legali o per la loro determinazione in caso di disaccordo tra avvocato e cliente. Una “spending review” all’incontrario: aumenti medi del 50 per cento, con punte del 165 per cento, che cancellano il precedente decreto, il n.140/2012. Un bel regalo che fa felici il Consiglio nazionale forense, l’Ordine professionale e la nutritissima schiera dei parlamentari che svolgono questa professione.

Il decreto è in corso di pubblicazione sulla gazzetta Ufficiale. Nel frattempo, invitiamo tutti i cittadini italiani – che se dovranno ricorrere ad un avvocato avranno la sgradevole sorpresa di doverlo pagare molto più di prima – a fare i complimenti al neo ministro Orlando, al presidente del Consiglio Renzi, al governo tutto per la solerzia. Auspicando analoga velocità nella soluzione dei problemi di altri soggetti: giovani precari, cassa integrati, operai, impiegati.

Soggetti però che – purtroppo per loro –  in Parlamento non sono altrettanto adeguatamente rappresentati.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Mi chiamo Giuseppe, e sono un parroco di Casal di Principe, in provincia di Caserta. Qui sono nato, qui ho scelto di fare il prete: insegno, predico, dico messa. Faccio il prete, ma sono un uomo. Uno che ha visto come vanno le cose qui, nella mia terra bella e maledetta. Ho visto la speranza degli uomini e delle donne tradita da uomini senza scrupoli e senza cuore. Ho assistito impotente al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra.

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Come uomo, come battezzato in Cristo, come pastore della Forania di Casal di Principe ho sentito la responsabilità di essere “segno di contraddizione”. Non potevo stare zitto, ed ho parlato; come uomo e come prete. Della camorra che “incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana”; del “disfacimento delle istituzioni civili che ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli”.

Per questo ho detto a tutti i preti e uomini di buona volontà che “è arrivato il momento di parlare chiaro, nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa. Perché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili”. E la speranza ha cominciato a rinascere, anche qui, a Casal di Principe, in questa terra bella e maledetta.

Così, la mattina del 19 marzo del 1994, mi hanno ammazzato, nella sacrestia della chiesa di San Nicola di Bari a Casal di Principe, proprio mentre stavo per iniziare a dire Messa. Ucciso, ma non vinto. Perché l’amore per il mio popolo è più forte di 5 colpi di pistola. Per questo sono ancora in mezzo a voi, sono qui: con i miei pensieri, le mie parole, le mie azioni. Ieri, oggi, domani. Sempre.

Mentre continuate a camminare controvento, abbiate fiducia. Anche se tutto sembra perduto. Loro perderanno.

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La Triangle Shirtwaist Company è una fabbrica di camicette alla moda. Un prodotto da donne, prodotto da donne. Donne che fanno turni anche di 14 ore. Donne fatte, donne bambine, donne arrivate da tanto lontano. Piccole donne chiuse a chiave dai padroni della fabbrica, per paura che si riposino troppo, o rubino qualche camicetta. Una fabbrica che, in un pomeriggio di marzo del 1911, viene sommersa da lingue di fuoco. Un fuoco che avvinghia quelle donne chiuse a chiave, in un abbraccio bollente, bruciate tra disordine, fumo e imprecazioni.

Piccole donne che muoiono in un pomeriggio di marzo, distese l’una accanto all’altra sul selciato. Donne che non vedranno i loro figli crescere, innamorarsi, sposarsi. Che non sentiranno più il profumo dei fiori. Neppure ora che il palazzo bruciato è sommerso di fiori di mimosa, gialli che anche il sole si nasconde a guardarli sotto il cielo della primavera di New York. Piccole donne che non avranno giustizia, solo un risarcimento di 75 dollari a famiglia.

Piccole donne che non sanno che il loro sacrificio finirà confuso, in un giorno, l’8 di marzo, in cui si festeggia la bellezza, la forza e il coraggio dell’altra metà del cielo, tra feste e cene e canti. Bello, perché è bello vedere le piccole donne di oggi cantare, ballare e scherzare. Anche se l’ingiustizia c’è ancora, come allora. Per una piccola donna che deve faticare il doppio di un uomo sul lavoro, per una piccola donna che lavora oscuramente nel salotto di casa o in cucina. Per una piccola donna umuliata, stuprata, abbandonata. Piccole donne che, ieri come oggi, muoiono un po’. Giorno dopo giorno. Ogni giorno.

Per questo, ballando, ridendo e cantando, sarebbe bello ricordare quanto è preziosa la vita, quanto è meravigliosa la libertà e quanto è piacevole la giustizia. Ricordare tutti insieme, uomini e donne della terra, quanta strada è stata fatta e quanta ce n’è ancora da fare sulla via di un mondo più umano, per quelli in o e per quelle in a.

Buona festa, piccole donne.

 

Piercarlo Morello, 33enne del trevigiano, si è laureato. Bravo, ma cosa c’è di strano? Di strano c’è che Piercarlo è chiuso dalla nascita in una prigione di cristallo. Considerato un “ritardato mentale”, gli è stato diagnosticato un autismo severo”; come molti altri “diversi” come lui, ha conosciuto muri, indifferenza, ostilità. Piercarlo ha lottato – grazie alla sua meravigliosa famiglia – e con costanza ed impegno è riuscito in qualche modo ad “uscire da una vita muta, vuota, e bisognosa di altri”.

Piercarlo-Morello

Non si tratta di alimentare facili speranze: come sanno bene coloro che lo incontrano “l’autismo è un mondo complesso e variegato, e sono pochissime le modalità di trattamento che funzionano per tutti”; e il primo vero traguardo per l’autistico è l’autonomia di base nel comportamento quotidiano. Probabilmente, come ha avvisato l’Agsa, l’Associazione dei genitori degli autistici, Piercarlo non è neppure affetto da autismo, ma da un’altra patologia – anch’essa grave – che si chiama “mutismo elettivo”.

Nessuna facile speranza; solo gioia, perché Piercarlo ce l’ha fatta. Ma anche qualcosa da ricordare. Perché, comunque sia, né Piercarlo né qualcun altro – autistico o altro – va considerato un “ritardato mentale”; e né lui né altri debbono vivere in “prigioni di voce negata o di parole che non sono espressione di dovuta fiducia”. Per lui, come per tutti gli “altri”, “la disuguaglianza è la vera disabilità”.

Ed è questo che noi che osiamo definirci “uguali”, “abili”, “normali” dovremmo ricordare.

“So che cammino solo. Ho contro un male che rende la vita muta, solitaria, vacua e bisognosa di altri, ma nella mia cesta di parole taciute trovo anche soli e lune, oceani calmi e colori di luce” (Piercarlo Morello)

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