La vicenda di Gino Paoli, che si è – meglio tardi che mai – dimesso da Presidente della SIAE per una storia di presunta evasione fiscale colpisce per la lettera di dimissioni in cui il cantautore genovese, certo “di non aver commesso reati” difende la “sua dignità di uomo perbene”.

Uomini perbene

La storia di Gino Paoli farà il suo corso giudiziario. Per lui come per tutti gli altri – per tutti, capito Beppe Grillo? – vale la presunzione di innocenza. Colpisce però la logica, a cui pochi sfuggono, e che si legge tra le righe della sua lettera di commiato da Presidnete della SIAE tra ciò che è giusto e ciò che è reato. E su come questo sia sufficiente per restare “gente perbene”.

Perché questo paese è pieno di “italiani brava gente”. Quella gente perbene che si fa i fatti suoi, infischiandosene della “Res publica” e pensa solo al proprio particulare; e pazienza se poi il Paese va in malora. E ci si può guardare allo specchio tranquilli e sicuri, perché in questo strano e straordinario Paese può capitare che ciò che è “ingiusto” magari è “legale” (grazie magari ad un buon avvocato o commercialista), e siamo tutti contenti, brava gente che pensa ai casi suoi e in fondo che male c’é per così fan tutti e “la legge non lo vieta”.

Nessuno vuole giudicare nessuno ma nessuno può chiamarsi fuori. Magari usare i fatti di cronaca – comunque vadano a finire, perché da queste parti il garantismo è davvero una cosa seria (capito Beppe?) – per riflettere sulla sottile linea che separa la “gente perbene” dai “furbetti”. E provare a stare dalla parte giusta oltre che da quella “legale”.

Perché dalla gente permale mi guardo io, da quella perbene mi guardi iddio. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano