Per un’economia sana serve “Meno Stato più mercato”, Questo slogan che ci propinano da oltre vent’anni è tanto conosciuto quanto sbagliato: siamo finiti in questa trappola di una crisi che si avvita su se stessa proprio grazie a questa sciocchezza, che ha come corollario quell’ortodossia dell’austerity, tanto in voga in Germania e dintorni. Un’ortodossia che ha portato al crollo degli investimenti pubblici e ad una stabilizzazione della spesa primaria corrente al netto degli interessi sul debito a cui è seguito il crollo degli investimenti privati, anche grazie al credit crunch.

Stato mercato

Pensare di uscire da questa situazione solo facendo “riforme strutturali” che nel lungo periodo contribuiscano al rilancio degli investimenti privati (sempre seguendo l’ortodossia del “Meno Stato più mercato”) è un’illusione. Perché le pur indispensabili riforme strutturali non necessariamente faranno ripartire gli investimenti (che tra 2007 e 2014 sono crollati) e se lo faranno lo faranno solo nel lungo periodo.

Il mai troppo rimpianto John Keynes che “nel lungo periodo saremo tutti morti”. Il rilancio degli investimenti – e lui lo aveva capito e spiegato benissimo – passa per un rilancio della domanda pubblica. E’ una scelta obbligata. Nelle economie complesse dell’era moderna, senza Stato non c’é mercato. Con buona pace dei neoliberisti all’ammatriciana. Spiace che anche di questo si continui a parlare in modo non trapsarente, almeno nel dibattito politico quotidiano.

Il mai troppo rimpianto John Keynes che “nel lungo periodo saremo tutti morti”. Ma se continuiamo con queste politiche scellerate, lo saremo anche nel breve periodo. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano