La storia del bimbo autistico della prima media del plesso scolastico Di Donato di Roma, prima escluso e poi riammesso a furor di popolo (e del regista Paolo Sorrentino, padre di una compagna di scuola) è la classica storia italiana.

bimbo-autistico

C’é il supruso e la discriminazione ai danni di un “debole”, escluso dalla visita al Quirinale mentre i compagni partono; senza spiegazioni, senza motivazioni. C’é l’arroganza e la sordità del “potere”, impersonificato dalla dirigenza scolastica dell’Istituto, insensibile alle proteste della madre. C’é la mobilitazione “politically correct” degli altri genitori (Italiani, brava gente); forse inutile se tra loro non ci fosse “uno che conta”, il regista Paolo Sorrentino, casualmente padre di un compagno di classe. A quel punto – solo a quel punto – il “potere” diviene dolce, accondiscendente, “umano”; e si piega, e con tante scuse, mentre già i compagni sono al Quirinale, includendo “miracolosamente” – e a tempo di record, alla faccia delle burocrazie! – anche il bimbo nella visita. E c’é il lieto fine: il Quirinale stesso (ignaro di tutto, ovviamente) che a quel punto invita madre e figlio ad un incontro “personale” con il Presidente Napolitano.

Non so perché, ma in questa storia italiana, fortunatamente finita bene, più che il sollievo per la mancata ingiustizia mi prende l’indignazione per: l’ingiustizia iniziale; il tardivo ravvedimento (e se non c’era Paolo Sorrentino come finiva?); la tempestiva inclusione nella lista, in un Paese che per cambiare una virgola in un qualsiasi provvedimento ci mette secoli. E così, invece di incazzarci, tutti ci sentiamo meglio, fino al prossimo, imminente, supruso contro un debole qualsiasi (un bimbo autistico, un immigrato, o chissà chi altro).

E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXtquotidiano

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