Si parla spesso di lavoro in questi giorni: il lavoro che non c’é, quello precario e quello tutelato, e molto altro ancora. Il jobsact, la guerra di religione sull’articolo 18, e molto altro. Blowing in the wind, parole al vento.

Lavoro

Perché è puerile sostenere che lo scandaloso livello di disoccupazione (non solo giovanile, ormai) e la incivile sottoccupazione che si registrano in Italia siano frutto solo di una poca flessibilità in uscita (leggi: maggiore facilità di licenziamento): non basterà cambiare le regole del mercato del lavoro per suparare lo stallo in cui l’Italia è impantanata. Perché è patetico sostenere di difendere il lavoro ed i lavoratori aggrappandosi al feticcio di uno Statuto dei lavoratori scritto in un’altra era geologica dei sistemi economici e produttivi globali, che ha creato più di una distorsione: il sistema attuale, disegnato sul modello anni ’70, è troppo iniquo e va cambiato.

Perché tutti – politici, sindacalisti e compagnia cantante – continuano ad evadere una questione cruciale. Non esiste una bacchetta magica per creare lavoro; ma, quali che siano le regole del mercato del lavoro, se non c’é una domanda – interna, ed estera – ad alimentare la produzione, nessuno assume. E se si continua a puntare su produzioni vecchie, mercati in declino, ostacolando i non pochi innovatori intraprendenti che ci sono, la domanda esistente, che pure c’é, la intercettano gli “altri”: tedeschi, americani, cinesi.

Noi preferiamo ciurlare nel manico, alimentando le solite litanie stantie della nostra inadeguata classe dirigente, che nascondo feroci lotte di potere per conquistare o conservare rendite di posizione e uno strapuntino da cui latrare. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano