Distratti dal mondiale e dal suo azzurro sbiadito, dalle bizze del tempo e dal cielo più grigio che azzurro, ci siamo scordati di quell’aereo che vola nel cielo azzurro d’Italia 34 anni fa. Un Douglas Dc-9 della compagnia Itavia, volo IH870 partito da Bologna e diretto a Palermo. Arrivo previsto 21.13. In tanti lo aspettano, ma quell’aereo non è arrivato, non arriverà mai: quel volo è svanito nel cielo azzurro portandosi con sé Cinzia, Alberto, Michele, Rosa, Emanuele, Antonio, Maria, Marianna, Costanzo e tanti altri. 81 vite, 13 bambini, spezzate per sempre. Senza un perché.

34 anni sono passati; una lunga scia di bugie, mezze verità, misteri, morti sospette di testimoni, depistaggi, intrighi. Da allora un aereo vola nel vento, con quelle 81 vite spezzate. 81 luci intermittenti, al ritmo di quei respiri interrotti. 81 specchi neri che riflettono i visi di chi passa, perché ognuno di noi poteva essere su quell’aereo, quella sera, in quel pezzo di cielo italiano. E poi scarpe, pinne, occhiali e vestiti che vengono a galla, oggetti che raccontano la storia di quelle 81 vite svanite per sempre nel cielo di giugno.

C’é ancora chi aspetta testardamente che dal muro di gomma della strage di Ustica venga a galla, assieme a quelle pinne e quei vestiti, se non la verità almeno una ragione, un perché. Perché quell’aereo possa infine atterrare, perché quelle vite possano finalmente riposare. Quelle vite che ci guardano.

Se abbiamo ancora almeno una briciola di speranza di tornare ad essere un Paese civile, lo dobbiamo a loro. Perché lo dobbiamo a noi.