Mi chiamo Sam, e lavoro da anni alla fabbrica McCormick di Chicago: 6 giorni alla settimana, 10 – 12 ore al giorno. Non sono tanto intelligente e non ho studiato, ma penso che non è giusto essere trattati così, come bestie per pochi dollari a settimana. Ma devo lavorare per dar da mangiare ai miei figli. Siamo in tanti, qui a Chicago. E alcuni, forse perché hanno letto qualche libro, o più intraprendenti degli altri, ci hanno detto che non dobbiamo farci calpestare così.

Uno di questi era August Spies, un tipo a posto: parlava di diritti, di dignità, diceva che sulla costituzione americana, la nostra Costituzione, c’è scritto “Tutti gli uomini sono stati creati uguali”. Un altro era Albert Parsons; fu luici convinse a scioperare, il primo maggio 1886, perché nel nostro stato, l’Illinois, dal primo maggio del 1867 c’è la legge sulle 8 ore lavorative, ma pochi dei nostri padroni la rispettavano. E poi c’era anche Adolph Fischer.

Eravamo tanti, più di 80 mila. Ci siamo dati appuntamento il 3 maggio, davanti alla fabbrica McCormick, dove mi spezzo la schiena per costruire mietitrici, quelle che servono per mietere il grano e con il grano ci fanno il pane e Bert e Tom, i miei figli, mangiano il pane. La polizia ci ha caricato, ci sono stati dei morti. Io sono vivo per miracolo, quella sera quando sono tornato a casa la mia Beth era pallida, gli avevano ammazzato Mark, il fratello, che lavorava in fabbrica con me.

Quella sera un altro di quegli amici, George Engelci ha invitato ad andare tutti ad Haymarket Square per protestare e chiedere giustizia. Era pomeriggio, il 4 maggio 1886, e c’era una leggera pioggia. August parlava da un carro ai lati della strada. Eravamo tanti. Improvvisamente, mentre la pioggia cadeva e il vento soffiava sui nostri visi, si è scatenato l’inferno. La polizia sparava all’impazzata e molti sono rimasti lì per terra, e i poliziotti hanno detto che era colpa di August, di Albert, di Adolph, di George. E anche di Louis Lingg, Michael Schwab, Samuel Fielden e Oscar Neebe.

Ma non era mica vero, bastava guardare le carte. La loro colpa era solo quella di essere dei sindacalisti, degli anarchici, di aiutarci a lottare per i nostri diritti. Ci fu un processo, ma fu una vergogna. E così, l’11 dicembre 1887 August Spies, Albert Parsons, Adolph Fischer, e George Engel sono stati impiccati. Io c’ero, soffiava un vento leggero e cadeva una pioggia ghiacciata e ostile su Chicago. Non so se qualcuno di voi ha mai visto gli occhi di un uomo che muore. Io sì. Loro ci hanno messo ore e ore a morire soffocati, e anche qualcuno di quei signori che ghignavano ad un certo punto è impallidito e ha gridato: “Basta, basta! Pietà!”. Mi sembra ancora di sentire la voce di August, che prima di morire ha detto “Verrà il giorno in cui il nostro silenzio sarà più forte delle voci che strangolate oggi”.

Li hanno sepolti nel German Waldheim Cemetery di Forest Park, un sobborgo di Chicago. E poco tempo fa, era il 1893, venne innalzato il monumento ai martiri di Haymarket, come li hanno chiamati. E sempre in quell’anno, il 26 giugno 1893 il governatore dell’Illinois firmò i provvedimenti di grazia per Fielden, Neebe e Schwab, dopo aver constatato l’innocenza di tutti gli imputati: già, August, Adolph, Albert e George erano morti innocenti. Ed è per questo miei cari figli, miei adorati Bert e Tom, che ormai siete due ragazzi grandi, ogni anno il primo maggio vengo qui, a piangere davanti a questo monumento. Anche oggi con questo pallido sole, con i fiori colorati che galleggiano davanti agli occhi.

Sono qui per ringraziare chi è morto per la giustizia, per la libertà e per un mondo migliore. E perché ci sia sempre la memoria nei nostri cuori, anche quando i visi degli uomini e le loro parole diventano ricordi sbiaditi. Penso a voi, alla mia Beth che prepara la focaccia la domenica, e a loro, ai martiri di Chicago. Alle loro mogli e ai loro figli, a cui resta solo il ricordo lontano di un marito, di un padre. Di un uomo da piangere.

Anche adesso, che molte famiglie piangono per un lavoro che non c’é, che molti sono disposti a barattare la loro dignità per un lavoro disumano purchessia, bisogna dirlo, ridirlo. Forte e chiaro.

Buon primo maggio, ieri, oggi, domani.

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