Un uomo giace riverso in fondo ad una tromba di scale; l’hanno trovato così, in un giorno d’aprile di tanti anni fa, nella sua casa, a Torino: forse è caduto, forse si è buttato. Si chiamava Primo Levi. Era un chimico, uno scrittore, un sopravvissuto. Era, soprattutto, un uomo. Uno che ha scritto parole che sanguinano storia. Uno che ha visto, vissuto e ricordato a tutti noi, che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, la sommessa banalità del male. Tanto più difficile da sconfiggere proprio perché è spesso banale, sommesso, silenzioso. Più terribile.

Primo-Levi

Perché l’uomo è capace di bene ma anche di abbandonarsi alla seduzione del male. Lo fa con calma, quasi con dolcezza, scendendo nell’abisso dell’orrore nudo e crudo, di un male tanto banale quanto assoluto, che si fa a bassa voce o spesso in silenzio. Quest’uomo riverso sulle scale che forse è caduto, forse si è buttato, lo ha raccontato a tutti noi. Ed ogni giorno deve ricordarci “che questo è stato”.

Ce n’è ancora bisogno, ce n’è sempre bisogno, ci sarà sempre bisogno. Perché il male è parte dell’uomo, e ognuno può scivolare nelle sue spire. E spesso non serve fare del male, basta guardarlo scrollando le spalle: perché nulla è più necessario al trionfo del male dell’ignavia degli uomini buoni.

Per questo, ancora oggi, a tanti anni da quel giorno d’aprile in cui Primo Levi è finito riverso sulle scale della sua casa di Torino – forse cadendo, forse buttandosi giù – bisogna chiedersi ogni volta, mentre torniamo a casa trovando cibo caldo e visi amici, dopo ore passate a scansare noia e beghe quotidiane, distratti dal rumore di fondo di questa vita dove il male è spesso dietro l’angolo, “se questo è un uomo”. Anche guardandoci allo specchio.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo