Oggi non è un giorno come tutti gli altri. A Bergen-Belsen, un posto lontano da qui, eppure vicino come non mai, Anna è morta. Era nata in Germania, ma è cresciuta in Olanda. Una bambinia che giocava in Merwedeplein, ad Amsterdam, con gli altri bambini, che faceva tante domande al papà e alla mamma perché era tanto curiosa della vita, del mondo. Una bambina che sorrideva guardando il cielo, e che fantasticava della sua vita, del suo futuro, di quando sarebbe diventata una donna.

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Anna è morta, perché era una ragazza ebrea. E’ morta così, come spesso si muore, per caso, per violenza, per amore. O per odio; un odio cieco e senza memoria che s’alimenta in molti uomini che cercano nelle piccole differenze tra noi per negare la più semplice verità: che Dio, il caso, la natura, la memoria del mondo, ci ha fatto tutti uguali: tutti diversi ma tutti uguali, sotto lo stesso cielo. Guardando il sole che ti scalda il cuore, con un sorriso verso il cielo.

Uguali, e liberi. Eppure Anna è morta rinchiusa a Bergen-Belsen. E prima ancora è cresciuta rinchiusa in un alloggio segreto, così nascosto che non ci batte il sole. Senza poter uscire, per cercare di sfuggire alla furia cieca di quegli uomini senza scrupoli e senza cuore. Nascosta tra quattro mura, dove a volte le emozioni ribollono, dove il tuo sorriso diventa una piega amara, passando il tempo a scrivere emozioni, pensieri, la vita che passa rinchiusa tra quattro mura. Fino a quando finisci in un posto chiamato Bergen-Belsen. E muori.

C’è sempre il sole che illumina il viso di chi passa in Merwedeplein, ad Amsterdam, o a Bergen-Belsen. C’era una ragazza di nome Anna, che non è mai diventata donna e scriveva in un diario i suoi pensieri. Non è più riuscita a sorridere guardando il cielo e il sole che ti scalda dietro le nuvole.

Non lo dimentichiamo mai. Per favore.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo