Ci sono storie che sembrano inventate; come quella della rappresaglia tedesca all’attacco di Via Rasella a Roma, la “punizione esemplare” inflitta 70 anni fa in violazione non solo alle convenzioni internazionali ma al nostro essere umani, da un nazismo già agonizzante e forse per questo più crudele ed inumano.

Fosse-ardeatine

Ci sono storie che sembrano incubi, e incubi che diventano storia; come quei camion che giusto ieri, il 24 marzo di 70 anni fa, portano 335 persone – partigiani prigionieri, ma anche ebrei, comunisti, detenuti comuni, gente rastrellata per caso, testimoni scomodi – all’incrocio di via Fosse Ardeatine e via delle sette chiese, pur di saziare la bestia umana.

C’è una storia che fa orrore e che si fa finta di non ricordare. Ancora c’è chi discute sulle “colpe” dell’accaduto, arrampicandosi sugli specchi per negare una realtà evidente sin dalle prime ore dopo la strage; nonostante poche ore dopo l’esecuzione i tedeschi affiggano per le vie di Roma un manifesto beffa, in cui il comando tedesco promette che se saranno consegnati gli attentatori non ci sarà nessuna rappresaglia: per coprire le proprie colpe e quell’orrore. Anche la terra si ribella: i corpi emanano un odore così forte che i tedeschi sono costretti a tornare il 25 marzo, giusto 70 anni fa, per far saltare ancora la cava. E la voce si sparge sulle strade di Roma: in molti sanno cosa c’è lì sotto, alle Fosse Ardeatine. In molti fingeranno di non saperlo, anche allora.

Ci sono storie che sembrano un incubo. Ma è storia, è accaduto, proprio qui, davanti ai noi, anche se ne abbiamo perso la memoria; un passato che vorremmo lasciarci alle spalle, mentre altri incubi disumani riempiono quest’assurda storia dell’uomo che si fa belva, parlando tedesco, italiano, russo, turco, inglese, serbo, arabo, israeliano e chissà quale altra lingua di questo mondo.

Invece, è proprio per questo bisogna passare davanti a questa strada. Perché sembra di vederli tutti lì, i martiri delle Fosse Ardeatine. Come 70 anni fa: Antonio, Umberto, Aldo, Ilario, Cesare, Ugo, Giacomo, Enrico, Carlo e tanti altri. Muti davanti a noi. Senza una risposta né un perché, persi nel vento.

Un vento che continua a soffiare su questa storia che sembra un incubo. Ma è un incubo diventato storia.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo