Illuminanti le slides di Cottarelli. Chiariscono i giganteschi equivoci che animano il dibattito politico ed economico italiano in materia di spending review. Il primo, come abbiamo detto più volte, è che si tratta di semplici tagli di spesa, che con la “revisione” hanno poco a che fare. Ma l’equivoco più grande, come è stato spiegato bene anche qui, è che questi tagli non sono solo “indolori” eliminazioni di sprechi ed inefficienze della pubblica amministrazione o di costi della politica.

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Vediamo: nel 2014, il 60 per cento dei 7 miliardi di “tagli” proposti vengono da riduzioni dell’acquisto di beni e servizi, del monte stipendi dei pubblico impiego, dei trasferimenti alle imprese, e delle pensioni. Nel 2016 il 50 per cento dei 34 miliardi di tagli deriva da quelle stesse voci, a cui si aggiungono le riduzioni ai trasferimenti degli enti locali ed alle aziende di servizio pubblico locale (da finanziare soprattutto con aumenti di tariffe) e tagli alla sanità.

Sono anni che colpiamo queste stesse voci; perché se la logica è quella del “taglio”, il bilancio statale offre poche cose su cui incidere. E soprattutto – lo stesso Cottarelli lo spiega – gli effetti non sono solo sulla spesa, ma anche sulle entrate: perché meno stipendi, meno trasferimenti, meno aiuti alle imprese, meno acquisti sul mercato di beni e servizi, forse benefici in termini di efficienza della gestione, sono certamente recessivi.

Bisogna farsene una ragione. E cominciare a riflettere se è quello che vogliamo, se siamo disposti a pagarne il prezzo, e se c’è un’alternativa. L’importante è non prenderci per i fondelli.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo