Mi chiamo Giuseppe, e sono un parroco di Casal di Principe, in provincia di Caserta. Qui sono nato, qui ho scelto di fare il prete: insegno, predico, dico messa. Faccio il prete, ma sono un uomo. Uno che ha visto come vanno le cose qui, nella mia terra bella e maledetta. Ho visto la speranza degli uomini e delle donne tradita da uomini senza scrupoli e senza cuore. Ho assistito impotente al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra.

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Come uomo, come battezzato in Cristo, come pastore della Forania di Casal di Principe ho sentito la responsabilità di essere “segno di contraddizione”. Non potevo stare zitto, ed ho parlato; come uomo e come prete. Della camorra che “incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana”; del “disfacimento delle istituzioni civili che ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli”.

Per questo ho detto a tutti i preti e uomini di buona volontà che “è arrivato il momento di parlare chiaro, nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa. Perché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili”. E la speranza ha cominciato a rinascere, anche qui, a Casal di Principe, in questa terra bella e maledetta.

Così, la mattina del 19 marzo del 1994, mi hanno ammazzato, nella sacrestia della chiesa di San Nicola di Bari a Casal di Principe, proprio mentre stavo per iniziare a dire Messa. Ucciso, ma non vinto. Perché l’amore per il mio popolo è più forte di 5 colpi di pistola. Per questo sono ancora in mezzo a voi, sono qui: con i miei pensieri, le mie parole, le mie azioni. Ieri, oggi, domani. Sempre.

Mentre continuate a camminare controvento, abbiate fiducia. Anche se tutto sembra perduto. Loro perderanno.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo