C’è Zahira di un villaggio berbero nel Marocco: cammina sola, un velo nero in testa e uno zainetto sulle spalle in una montagna arida, sognando di diventare poliziotto per difendere i diritti delle donne e dei bambini; c’è Samuel della Baia del Bengala: figlio di pescatori, ha contratto la poliomielite da piccolo e percorre 8 chilometri su una sedia a rotelle sfidando piogge, sassi e buche. E poi c’è Carlito della Cordigliera delle Ande: fa 25 chilometri con la sorellina in groppa ad un cavallo; c’è Xiao Qiang sulle colline della città-prefettura di Yibin, provincia del Sichuan: disabile, percorre 9 miglia al giorno in groppa alle spalle del padre.

SCUOLA:TAR LAZIO,NO CLASSI-POLLAIO ORA PIANO MINISTERO

Dove vanno? A scuola, in classe: a scrivere e far di conto, come tutti i bambini del mondo: o meglio, non proprio come tutti, ma come tanti: bambini di Kenya, India, Patagonia, che si alzano presto e attraversano strade e fiumi, pianure e montagne, per andare a studiare. Per crescere e diventare adulti migliori.

Storie semplici, di quotidiano sacrificio, raccontate in un film di Pascal Plisson, “Vado a scuola”. Storie di un altro mondo, lontane; eppure vicine, perché appena 60 anni fa erano storie anche di casa nostra, di Bergamo, di Pesaro o di Avellino. Storie che ricordano che la scuola non è importante: la scuola è tutto, se vogliamo davvero un mondo migliore. Se vogliamo essere migliori. Perché, come ricordava Don Milani, “Quando avete buttato nel mondo di oggi un ragazzo senza istruzione avete buttato in cielo un passerotto senz’ali.”

Zahira, Samuel, Carlito, Xiao Qiang lo sanno. Noi, forse, lo abbiamo dimenticato. Abbiamo voltato la testa, mentre la scuola veniva stuprata, offesa umiliata: da politici incapaci, da media distratti, da sindacati ottusi. E abbiamo smesso di guardare al futuro. E si vede.

Ecco un buon modo per guardare al futuro: non dimenticare che cosa significa, davvero, andare a scuola. Ieri, oggi e domani. Ricordiamolo, quando accompagniamo i nostri figli la mattina nel traffico. E anche dopo, nella nostra vita, nel nostro andare a tentoni come punti sperduti in questo mondo, quando leggiamo di come la scuola è mal trattata, e voltiamo la testa dall’altra parte.

E anche quando andiamo a votare; spesso – forse ci avrete fatto caso – lo facciamo proprio dentro una scuola.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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