Tra le varie norme della riforma Gelmini era stata disposta una nuova procedura per i concorsi di abilitazione scientifica per i professori universitari – preludio all’assunzione in ruolo – che aveva come principale criterio “la meritocrazia”, sotto forma di elementi oggettivi e trasparenti: la produzione scientifica dei candidati, ovvero monografie, articoli e citazioni da riviste specializzate.

concorsi

Risultato? Una pioggia di ricorsi. Perché, in sede di applicazione, ai criteri iniziali ne sono stati aggiunti altri, altrettanto “oggettivi” ma un po’ meno “trasparenti”: tra tutti, la “sottosettorialità”, ovvero la “presunzione” – a prescindere – del minore o maggiore interesse “scientifico” di alcune pubblicazioni a scapito di altre, a giudizio insindacabile delle commissioni d’esame.

Quest’applicazione dei criteri ha reso promozioni o bocciature una vera “lotteria”. Nella maggior parte dei casi, è successo che i candidati più “brillanti” e qualificati (talvolta, vere autorità riconosciute a livello internazionale) sono stati scavalcati da altri con produzioni scientifiche più mediocri. Ma, casualmente, è accaduto però che tutti coloro che portavano lo stesso cognome di baroni, accademici, e cattedatrici hanno vinto. Nel segno della meritocrazia.

Servirà ben altro che un “nuovo” governo, per cambiare verso all’Italia.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo