4 maggio 1949, Superga, 31 morti. 29 maggio 1985, Heysel, 39 morti. Torino e Juventus, Toro e Juve, due squadre divise da una rivalità senza fine. Due diverse tragedie, 70 morti, un unico dolore. E’ solo calcio, eppure – come per la politica, la religione, la razza – non mancano imbecilli di ogni età che vomitano addosso al dolore, che sputano su quei 70 morti, a 70 angeli in un unico cielo.

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70 angeli in un unico cielo è una mostra, aperta ieri a Grugliasco, che unisce le due tragedie sportive di Juve e Toro. Rivali, ma non nemiche. E non solo perché il calcio è (dovrebbe essere) solo un gioco. E nemmeno perché se arrivi a Superga vedi solo un cielo azzurro e prati verdi, e poi Torino e le Alpi in lontananza e respiri quel dolore, che è di tutti. E neanche perché se arrivi dove c’era l’Heysel vedi strade, parcheggi, gente che va e viene ma non puoi non pensare a quel padre con il figlio con la maglia bianconera inzuppata di sangue.

70 angeli in un unico cielo; per ricordare, e forse per capire. Capire – per il calcio, o per cose più importanti – che siamo tutti fratelli sotto lo stesso cielo; o, almeno, che il dolore è sempre uno e non ha colore, perché il sangue è di noi tutti è rosso. O almeno che i morti vanno lasciati in pace, e che si può essere diversi senza essere nemici. O, almeno, il rispetto.

O se proprio non si riesce ad essere abbastanza umani, almeno comprendere, come è scritto in un museo di una grande squadra di calcio, che “senza i nostri avversari, la nostra sarebbe stata una storia incompleta”.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo