Mi chiamo Sril Jacob, e ho 6 anni. Sono in questo posto – che mi dicono si chiami Auschwitz – dalla primavera del 1944, dopo un lungo viaggio su un carro bestiame, con il mio fratellino e mia sorella grande, che si chiama Lili, e i miei nonni avvolto nel mio cappottino con gli alamari, un po’rovinato da quella ridicola ed enorme stella gialla che ci hanno appiccicato sopra.

Eravamo migliaia all’arrivo, e dei signori in uniforme che parlavano tedesco ci scrutavano, alzando il braccio, ora il destro, ora il sinistro; la chiamavano Selektion. Quando è arrivato a Lili ha alzato il sinistro e ha detto: “Lagerstrasse!”, mentre quando siamo passati io, i nonni e mio fratellino ha alzato il destro. Mi è dispiaciuto di abbandonare Lili al suo destino, e mi sono intristito perché mi hanno spiegato che lei è stata considerata “Abile al lavoro”, mentre a noi è toccata la “Villeggiatura”. Che fortuna!

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Ci hanno fatto passare per un bellissimo bosco di betulle e ci facevano un sacco di fotografie, ne hanno fatta una ad una bimba che faceva polpette di terra. Poi, arrivati ad un fabbricato, un avvocato ben vestito che capisce il tedesco, ci ha spiegato che bisognava spogliarsi, lasciare i vestiti, perché prima di andare agli appartamenti dovevamo darci una rinfrescata e farci una bella doccia. Che bello! Il medico ha detto di ricordarsi il numero dell’appendiabito, per non perdere i nostri vestiti; l’ho segnato per bene, perché io al mio cappotto con gli alamari, anche se rovinato da quella ridicola stella gialla, ci tengo.

Appena entrati nelle docce, è uscito uno strano fumo dall’odore acre; improvvisamente, per un attimo è diventato tutto buio e mi è sembrato di sentire i nonni urlare; poi solo una grande quiete…ho cominciato a vagare per il campo, come portato dal vento freddo di quassù, ho visto l’avvocato, delle donne, mia sorella Lili che piangeva. Era bello: passavano i mesi, ma non avevo né fame né sete, giravo con gli altri bambini sfiorando i rami delle betulle, vedevo Lili lavorare nel campo e piangere, altri bambini che arrivavano e scendevano a fare la doccia e venivano a giocare con noi.

E un giorno sono arrivati altri uomini, con divise di altro colore, la gente li accoglieva stanca e triste ma senza paura. Io ho seguito la mia Lili entrare nell’infermeria per cercare una coperta. E lì, che bello, ha trovato un album di fotografie. E c’eravamo ie lo ha portato con sé a casa. Sono passati anni, è diventata una donna, e un giorno dei signori sono venuti a chiederle quell’album di fotografie. Le hanno chiesto di farci un libro che si chiama Album Auschwitz.

E bellissimo: c’è mio fratello, c’è Gertel, la bimba con le polpette di terra. E soprattutto ci sono io, mentre sorrido felice a quell’ufficiale tedesco, nel bosco di betulle, a fianco di mia nonna, con nei miei occhi bambini la gioia della vita che mi attende là fuori: i fiori, le ragazze, l’amore, il lavoro, la famiglia i figli, e tutte quelle cose che faranno di me un uomo.

E adesso che sono qui e continuo a viaggiare nel vento, accanto a mio fratello, a Gertel, ai tanti bambini ungheresi, italiani, polacchi, e di chissà dove svaniti in quelle docce di Auschwitz, ma anche assieme a quelli arrivati dall’Armenia, e poi ancora dal Darfur, dall’Iraq, dal Vietnam, dalla Nigeria (mamma mia quanti ne arrivano, tutti i giorni!), spero sempre che la gente si ricorderà di me, di noi, di quello che è successo in quei giorni di primavera, in quel posto chiamato Auschwitz.

Album Auschwitz, pubblicato in Italia da Einaudi, raccoglie oltre 200 foto scattate da due ufficali delle SS per documentare l’efficienza del campo, e ci mostra Auschwitz prima dell’orrore. La marcia ignara, quasi felice, verso lo sterminio. Ne abbiamo già parlato qui, perché sembra il modo migliore per “ricordare che questo è stato” e che può accadere ovunque; anzi, è accaduto e riaccaduto altre volte. Come ha scritto Amos Luzzato, a questo mondo servirebbe “la memoria della memoria”. Perché “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario” (Primo Levi), per capire e per rispondere ad un presente dove continuano gli “scontri di civiltà”, alimentati dai piccoli fuochi dell’intolleranza su cui “la bestia umana”  continua a soffiare, qui ed ora.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo