Rimpasto significa “rimaneggiamento, rifacimento, ricomposizione”. In politica significa “mutamento parziale della composizione di un governo attraverso  scambio o sostituzione di ministri e sottosegretari, senza crisi governativa”. E’ una parola che sta diventando di moda, affiancandone un’altra che abbiamo sentito spesso: stabilità. Con la quale si indica, intuitivamente, l’essere fermo, solido, durevole, costante, inalterato nel tempo e nello spazio di un sistema dinamico.

rimpasto

Andiamo scrivendo, da tempo, che un Paese tanto malato, com’è l’Italia, ha bisogno di cambiamenti. Eppure, stabilità e, adesso, rimpasto restano due parole affascinanti, anzi le preferite dalla nostra classe dirigente; ora persino molti “renziani” – che del cambiamento dovrebbero essere i naturali sponsor – cominciano ad affezionarsi almeno alla seconda.

La stabilità – l’abbiamo scritto più volte – è perniciosa, con buona pace di Letta e di Napolitano; ma il rimpasto è forse peggio: perché, a chi vive nel Paese del Gattopardo, sembra la perfetta sintesi del famoso “bisogna che tutto cambi perché tutto resti come prima”.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo