Un uomo solo è al comando della corsa. La sua maglia è bianco celeste. Il suo nome è Fausto. Fausto Coppi. Sale su, tra strade polverose e cime innevate, in quell’Italia di mezzo secolo fa che ancora arranca in bicicletta, alla vigilia del boom economico. Un’Italia che non ha ancora dimenticato che salire, migliorarsi, vivere è un’impresa dura, faticosa, selettiva; una conquista quotidiana e difficile, che non si compra a prezzo di costo, magari partecipando a un talent show.

Fausto-Coppi

Fausto Coppi sale con la faccia al vento, in quell’Italia di mezzo secolo fa con alle spalle ancora l’odore delle macerie, della guerra e della povertà, che sa cosa sono la miseria e la fame. Una fame che diventa determinazione, voglia di vincere, riscatto. Una voglia che diventa tristezza: tante vittorie senza mai alzare le braccia al cielo, Fausto che anche quando ride ha gli occhi tristi, chiusi in una smorfia che sembra di dolore.

Fausto Coppi, eroe forte e fragile, bello e maledetto. Il padre e due sorelle morti di cancro, il fratello Serse che muore per una banale caduta dalla bici. E poi la storia con Giulia, la dama bianca, in quell’Italia di mezzo secolo fa, bigotta, ipocrita e ignorante, che non perdona e non perdonerà.

Fausto Coppi se n’è andato all’improvviso così, “come un piccolo soffio di vento spezza il filo di ragno coperta di brina, là, sulle siepi invernali del suo paese di campagna”; svanito nel vento come quell’Italia di mezzo secolo fa, con le sue biciclette nascoste in cantina, in una livida mattina di gennaio.

Un uomo solo, come siamo tutti. Un eroe forte e fragile di quell’Italia con poche automobili e piena di biciclette. Eppure, guardando bene, sembra quasi di vederlo ancora volare nel vento, in questa livida mattina di gennaio, con la sua maglia biancoceleste che si confonde tra le nuvole e il cielo.

Un uomo solo al comando della corsa. In un’Italia che forse ha ancora – nascosta da qualche parte in cantina – la voglia di risorgere.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo