Il match tra “diversamente berlusconiani” contro “lealisti” che sta dilaniando quel che resta del centrodestra italiano è uno spettacolo finalmente divertente nel desolante panorama della politica italiana. Si tratta di scontri fra autentici titani: Alfano contro Fitto, Lorenzin contro Santanché, Sacconi contro Brunetta.

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Meglio di Eva contro Eva, Frazer contro Clay, Gambadilegno contro Macchia Nera. Perché se il “diversamente berlusconiani” detto da gente che pugnala alla schiena l’ottuagenario leader pregiudicato a cui deve praticamente tutto è divino, il “lealisti” è addirittura mitico.

Lealtà è una gran bella parola: alta, nobile, anche se poco praticata. Ma “lealista” non è esattamente uguale a “leale”; il lealismo della lealtà è la versione parossistica, al limite del caricaturale: è una lealtà tributata a un leader forte, autocratico, in genere ad un sovrano assoluto. Non a caso durante la guerra per l’indipendenza americana, i lealisti stavano con la corona inglese; in Libia i lealisti erano quelli di Gheddafi.

Scambiare la leatà con il lealismo (pardon, servilismo) è il tipico errore dei cortigiani di professione. E, oltrettutto, il termine lealtà deriva dal latino “legalitas”: e questo sembra davvero troppo.

Il berlusconismo, purtroppo, è un male che ci resterà attaccato ancora a lungo. Ma voi che ve ne state spartendo le spoglie, prima di gettarvi allo sbaraglio in un’impresa impossibile, ripensateci; o almeno, cambiate nome.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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