Tra il 2002 e il 2011 i residenti in età 15-39 anni si sono ridotti di 2 milioni. Il loro peso sul totale dei residenti è sceso da circa il 35 a meno del 30 per cento. I residenti in età 40-64 anni sono cresciuti di 2,6 milioni, passando da poco più del 32 al 35,5 per cento del totale. E questo nonostante gli “stranieri” – che sono tutti giovani avendo un età media poco superiore a 31 anni – siano arrivati a 4 milioni di persone, 2 milioni 693 mila in più che nel 2001.

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Dovremmo cominciare a capire, quando si parla di diritti di cittadinanza, di italiani e “stranieri”, di integrazione, di “ius sanguinis” o “ius soli”, che la situazione sta evolvendo rapidamente e che senza il contributo dei “nuovi italiani” saremmo ridotti in breve tempo ad essere un pensionato più che un Paese; con conseguneze immaginabili sul nostro già basso potenziale di crescita e sulla stessa sostenibilità del sistema.

E che una parte consistente del declino italiano sta anche nell’aver trattato il tema dell’immigrazione come una questione di ordine pubblico, anziché di sviluppo (e, per certi aspetti, di sopravvivenza) economico e sociale.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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