Il paludato meeting Ambrosetti di Cernobbio ha vissuto il suo momento migliore nella polemica tra Innocenzo Cipolletta, uno dei più navigati esponenti della cosiddetta “Italia che conta” e Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo. Il primo, rappresentando un “sentiment” diffuso, ha detto, tra gli applausi scroscianti dei partecipanti (tutti esponenti di spicco dell’Italia che conta), che la crisi in atto “è colpa non è dell’economia, ma degli euroburocrati e della politica europea”. Il secondo, piuttosto seccato dagli applausi, ha perso il suo tradizionale understatement; e ha parlato di fatti.

Ha detto: “L’Italia da decenni ha una crescita strutturale più bassa di molti paesi europei. Qui in gioco c’è molto più della politica, perché la fine della bolla del credito ha fatto emergere problemi molto più vecchi. In certi paesi come la Germania la disoccupazione giovanile è appena all’8%, in Gran Bretagna malgrado la crisi mai tante persone hanno avuto un lavoro nel settore privato come oggi. Quando vedo questi fenomeni, capisco che certi paesi devono fare molto di più per cambiare”.

Sulla sala è calato un eloquente silenzio di tomba. L’establishment politico ed economico italiano, quello che tifa per le larghe intese del nulla, si è visto allo specchio; nudo di fronte alle sue responsabilità, senza scuse, senza i comodi capri espiatori di Bruxelles, della magistratura politicizzata o del destino cieco e baro. E’ bastato un vecchio signore belga.

Purtroppo, è durato poco. L’establishment politico dei italiano si è subito autoassolto, tra le tartine e i prosecchi, tornando a preoccuparsi della salvezza di Berlusconi o dei dimezzamenti delle diarie dei parlamentari. Che cambiare sul serio il Paese non è affar loro. E il popolo? Dorme, Maestà.

La rampogna di Von Rompuy bisognerebbe mandarla in diretta a reti unificate. Magari qualcuno si sveglia.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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